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Referendum giustizia,
cronaca di una disfatta annunciata:
vi spieghiamo perché

  • di Lorenzo Longhi Lorenzo Longhi

4 giugno 2022

Referendum giustizia, cronaca di una disfatta annunciata: vi spieghiamo perché
Farà caldo, molto caldo il 12 giugno, quando saremo chiamati alle urne per i Referendum sulla giustizia. Il quorum? È quasi impossibile. I vari istituti di ricerca stimano l’affluenza tra un minimo del 26% e un massimo del 40%, dato quest’ultimo estremamente ottimistico se si pensa che si voterà in una sola giornata. E che, dal 1997 a oggi, di otto appuntamenti con i referendum abrogativi solo uno, quello del 2011, è giunto al quorum. Ma in realtà dietro a questa disfatta annunciata si nascondono anche molte questioni politiche

di Lorenzo Longhi Lorenzo Longhi

Tra pochi giorni si votano cinque referendum abrogativi, gli italiani a conoscenza dell’appuntamento sono poco più della metà degli aventi diritto. L’argomento è la giustizia, e questo sfugge probabilmente a una parte significativa di chi sa che si vota. Manifesti in giro pochi, attenzione mediatica al minimo storico, hype social del tutto irrilevante. E i partiti? I Radicali, promotori, fanno i Radicali, nel senso che sul loro apporto e la loro conoscenza della materia si può sempre fare affidamento, un po’ meno magari sulla capacità di riuscire a incidere su chi dei cinque referendum non sa nulla, così come della chiamata alle urne in sé. Forza Italia quasi non pervenuta, anche perché certe battaglie le fa da anni e senza Berlusconi in campo non fa paura né spinge nessuno, mentre Renzi ha appena scritto e pubblicato un libro che accusa la magistratura (“Il mostro”, s’intitola) e fa campagna per sé stesso, al solito, al punto che quella per informare sul referendum e sui motivi del sì arriva al punto solo per eterogenesi dei fini. Poi c’è la Lega, che ha raccolto firme anch’essa, ma è troppo impegnata a differenziare il proprio destino politico da quello in caduta libera di Matteo Salvini - e delle sue compromissioni con la Russia - per poter spingere sull’acceleratore dell’informazione nei confronti di chi ignora totalmente non solo il merito della questione, ma proprio il suo essere in calendario.

Ah già: nel Circolo degli Scipioni di quest’epoca c’è poi Luciana Littizzetto a fare una confusa campagna antireferendaria dal digitale terrestre pubblico e chissà, forse ne ha informati più lei che i partiti dell’appuntamento di domenica 12 giugno. Se non altro il suo monologo-comizietto ha risvegliato alcuni parlamentari leghisti i quali - entusiasti di non dover solamente dissimulare imbarazzo sul diktat di non parlare di Salvini e dei suoi guai - hanno presentato un’interrogazione in Commissione di vigilanza Rai. Che poi però, Lucianina, l’alternativa del mare era copyright di Bettino Craxi, anno 1991, in un’altra Italia che iniziò proprio con quel referendum - che superò il 62% di affluenza e ottenne facilmente il quorum anche per contrasto al leader socialista (il tema era la legge elettorale e si votava per la riduzione dei voti di preferenza, da tre a uno, nelle elezioni per la Camera dei deputati: stravinse il sì osteggiato dal Psi) - una trasformazione politica molto più apparente che sostanziale.

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Il Comitato promotore dei Referendum giustizia

Certo farà caldo, domenica 12 giugno, le spiagge attirano e, siccome di questo si parla, sarebbe interessante sapere quanti degli aventi diritto sanno cosa si celi dietro l’acronimo Csm (scheda verde: il quesito chiede l’abolizione della raccolta di almeno 25 firme per i magistrati che si candidano al Consiglio Superiore della Magistratura), quale sia la differenza tra giudice e pm (scheda gialla: il sì porterebbe alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, referendum che già nel 2000 non arrivò al quorum) o in quali casi si applichi la Legge Severino che si chiede di abrogare con un sì sulla scheda rossa. Ci sono poi una scheda grigia (per il quesito che chiede di abolire il divieto per gli avvocati di votare nei consigli giudiziari che valutano la professionalità dei magistrati, e nei quali ora sono presenti appunto solo magistrati) e una arancione (per eliminare la possibilità di motivare la misura cautelare con il pericolo di reiterazione del reato per i reati meno gravi), nel contesto di quesiti che, riassunti e spiegati, sono comprensibili, ma nel burocratese referendario certamente no.

Quorum? Pressoché impossibile. I vari istituti di ricerca stimano l’affluenza tra un minimo del 26% e un massimo del 40%, dato quest’ultimo estremamente ottimistico se si pensa che si voterà in una sola giornata e che, dal 1997 a oggi, di otto appuntamenti con i referendum abrogativi (per un totale di 29 quesiti) solo uno, quello del 2011, è giunto al quorum: i quesiti erano quattro, a trainarli erano i due sull’acqua e quello sull’abolizione della legge sul legittimo impedimento, uno dei temi classici e divisivi del ventennio berlusconiano. Si superò allora il 54% dei votanti e furono gli unici referendum abrogativi validi degli ultimi 25 anni, mentre tutti gli altri - e si è votato la qualunque - si sono incagliati sullo scoglio dell’affluenza, con il record negativo storico fatto segnare nel 2009, quando - si parlava di legge elettorale - tutti i tre quesiti si attestarono poco oltre il 23%, non raggiungendo il quorum.

La contemporaneità con le amministrative - che coinvolgono circa 8 milioni di aventi diritto: si vota tra le altre anche a Genova, Palermo, Verona, Parma e Piacenza - aiuterà probabilmente a non ritoccare al ribasso il primato negativo, ma si tratta comunque della cronaca di una disfatta annunciata. Che, già dal giorno dopo, non interesserà più a nessuno, molto più di quanto, al contrario, dovrebbe essere per alcuni di quei quesiti.

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