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20 giugno 2025

Risiko bancario, che vampate: per Orcel (UniCredit) la scalata Bpm non è un “problema di sicurezza nazionale”, ma per Castagna (Bpm) con l'ops ci sono anche rischi occupazionali. E De Angelis…

  • di Matteo Suanno Matteo Suanno

20 giugno 2025

È il giorno delle frecciate a mezzo stampa per i protagonisti del risiko bancario. L’amminstratore delegato di UniCredit, Andrea Orcel, si difende dall’impasse creatasi attorno all’offerta pubblica di scambio su Banco Bpm parlando di valore strategico e sulla sostenibilità delle acquisizioni, sottolineando che l’operazione non intacca la sicurezza nazionale. Non è dello stesso avviso Domenico De Angelis (Banco Bpm), che parla dell’ops come di un “modello algoritmico” lontano dai territori, mentre il ceo Giuseppe Castagna lancia l'allarme sugli aspetti occupazionali

Foto: Ansa

Risiko bancario, che vampate: per Orcel (UniCredit) la scalata Bpm non è un “problema di sicurezza nazionale”, ma per Castagna (Bpm) con l'ops ci sono anche rischi occupazionali. E De Angelis…

Nel risiko bancario italiano la partita si fa velenosa e, mentre il governo gioca la carta del Golden Power, i protagonisti del duello tra Unicredit e Banco Bpm si scambiano fendenti con la freddezza dei grandi affari. Andrea Orcel, racconta a Repubblica, si sveglia all’alba per fare palestra prima di affrontare l’ennesima giornata da gladiatore della finanza – che cliché –, sfodera il sorriso di chi ha già calcolato tutto: “Le acquisizioni sono un mezzo, non un fine”, dice, salvo poi lamentarsi che “è un peccato per l’Italia” che proprio la sua banca sia stata la sola a incassare la mannaia del Golden Power. Ma la versione da banchiere illuminato non basta a rassicurare chi, come Giuseppe Castagna, guida Banco Bpm e sente puzza di bruciato: “Prendiamo atto della decisione della Commissione europea” ma “esprimiamo la nostra preoccupazione”, avverte, parlando delle possibili ricadute sul modello di business “vicino da sempre all’economia reale e alle imprese e famiglie dei nostri territori”. E intanto snocciola i numeri: “209 filiali cedute in aree cruciali, con effetti sull’occupazione e i servizi”. Il sospetto? L’offerta è roba da saldi di fine stagione: “Un’offerta non adeguata, senza premio, sempre a sconto, che crea valore solo per gli azionisti Unicredit a discapito dei nostri”.

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Andrea Orcel (Unicredit), Giorgia Meloni e Giuseppe Castagna (Banco Bpm), i tre contendenti nel risiko di Piazza Gae Aulenti

Il dialogo a distanza si fa serrato. Orcel alza il tiro e sciorina il mantra della banca moderna: “Non c’è nessun problema di sicurezza nazionale. Siamo italiani, siamo paneuropei, gestiamo a compartimenti stagni”. E sulla grana russa si toglie un sassolino dalla scarpa: “Nessun’altra banca ha ridotto le attività come noi. Prestiti calati dell’86 per cento, pagamenti scesi a 8 miliardi”. Ma dalle pagine del Giornale gli risponde Domenico De Angelis, condirettore generale di Banco Bpm, che si presenta come un soldato del territorio che preferisce la piazza all’ufficio, dunque non la beve: “Avvertiamo una forte apprensione per questo progetto così incerto che blocca la banca da sette mesi”. De Angelis è l’eco delle pmi che tremano all’idea di perdere il credito di prossimità: “A Verona e Novara alienate tutte le filiali. E poi? Quale modello di banca ci sarà? Quello radicato sul territorio o un algoritmo che decide i prestiti?”. Il colpo basso arriva sul futuro dei dipendenti: “Cosa faranno i 2000 colleghi di Verona e i 450 di Novara se si procederà ai ridimensionamenti?”.

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Orcel, dal canto suo, si difende: “In m&a è facile dire di sì e distruggere valore. Il difficile è dire no quando serve”. Ma De Angelis incalza: “Non si possono cancellare 160 anni di storia. Non ci viene detto che ne sarà delle strutture, delle quote di capitale. Perché?”. L’ad di Unicredit prova a svicolare: “Se non si risolve, ci ritiriamo. Banco Bpm? Resterà con Credit Agricole al 20 per cento”. Giuseppe Castagna, ad del Banco, chiude il giro, affilato: “Le adesioni all’ops? Al momento dello stop erano allo 0,018 per cento. I nostri azionisti non sono interessati a questo matrimonio al ribasso”. Non basterà a Orcel ricordare i 9,3 miliardi di utili e un titolo Unicredit moltiplicato per cinque. Non finché il governo resta sullo sfondo con il Golden Power, comportandosi da arbitro di un match che di tecnico ormai ha ben poco. Il finale? Ancora da scrivere. Ma una cosa è certa: i colpi bassi non sono finiti...

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