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Scontri tra ultras in autostrada? Ecco perché vietare le trasferte è una ca*ata pazzesca

  • di Dario Baldi Dario Baldi

13 gennaio 2023

Scontri tra ultras in autostrada? Ecco perché vietare le trasferte è una ca*ata pazzesca
Dopo gli scontri in autostrada tra ultras di Roma e Napoli si parla di interventi repressivi e di divieto di trasferta. Ma sarebbe davvero quella la soluzione? Non per chi il tifo lo vive in prima persona e che sa che entrare in un settore ospiti significa essere perquisiti almeno due, se non tre, volte. Non a caso le violenze avvengono lontano dagli stadi: si potrebbe semmai lavorare sugli orari delle partite, ma bloccare le trasferte servirebbe soprattutto al calcio dei ricchi

di Dario Baldi Dario Baldi

Dopo gli scontri tra ultras di Roma e Napoli, avvenuti in autostrada e non allo stadio, se ne sono lette e dette di ogni. Chi ha paralizzato un’arteria stradale, costringendo migliaia di automobilisti a perdere tempo, in nome di non si sa bene quale vendetta è un barbaro cretino. Ma è sicuramente più ipocrita chi in queste ore ipotizza metodi di repressione all’inglese o sistemi di controllo ancora più forti.

Partiamo da un presupposto, chi parla di “tolleranza zero”, non ha mai fatto una trasferta in vita sua, ma forse non è mai stato neanche al circolo a vedere una partita. I tifosi che normalmente popolano i settori ospiti, oltre a pagarsi il biglietto e il viaggio, sono monitorati e controllati. Dal momento in cui il biglietto viene emesso. Nome, cognome, codice fiscale, residenza, numero della tessera di fidelizzazione alla società per cui si tifa.

Entrare in un settore ospiti significa essere perquisiti almeno due, se non tre, volte. Prima dagli steward. Controllo documenti, controllo corporale e “filmino” degli agenti della Digos appena si entra. Per questo gli stadi sono un luogo sicuro, mentre le violenze come quelli di domenica avvengono a distanza dagli impianti.

Chi propone, come Diego Abatantuono sul Corriere, di abolire le trasferte è sicuramente gente che il biglietto dello stadio lo ha omaggio e in tribuna coperta. Abolire le trasferte è una cazzata che favorisce un calcio sempre più melenso, in mano alle televisioni e ai ricchi. Perché lor signori che parlano dell’abolizione della trasferta sono tifosi da divano, giornalisti che pullulano le tribune stampa in cerca di un buffet a scrocco.

Leggo di “metodo inglese”. Appunto, un calcio destinato a chi hai soldi. Biglietti sempre più costosi, grandi momenti di silenzio e programmi di fidelizzazione con i quali acquistare un tagliando è sempre più difficile. In pratica il metodo Juventus e che sempre più società stanno implementando.

Ricordo, a chi parla di hooligan e di repressione in stile anglosassone, che i gentili tifosi inglesi appena mettono piede fuori dal proprio paese si ricordano i vecchi fasti. Basti pensare alle “seggiolate” tra inglesi e gallesi a Tenerife durante i mondiali in Qatar.

Quindi quale tolleranza zero? Quale metodo inglese? Come sono controllabili persone, barbari ripeto, che si incontrano a chilometri di distanza dagli stadi e che forse c’entrano anche poco con il calcio? Sicuramente lavorando sugli orari delle partite, ma non certo vietando le trasferte. La chiusura dei settori ospiti sarebbe la vittoria finale di un calcio sempre meno popolare, sempre più artefatto. Sarebbe la vittoria della moneta sul sentimento. Perché una trasferta è anche questo. Amore, passione, gioia. Anche nella sconfitta. È condivisione e fratellanza. Perché chi è sta accanto a te in un pullman puoi anche non conoscerlo, ma sai che in quella giornata ci sarà. Per tutto.

È difficile da spiegare a fior fiore di opinionisti, personaggi del mondo dello spettacolo e ministri pronti a sproloquiare col culo a sedere al caldo proponendo pure il “daspo a vita”. Ma abolire le trasferte sarebbe come la corazzata Potemkin in Fantozzi. Una cagata pazzesca.

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