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Scusate l’associazione, ma il confine della Casa nel Bosco? Francesco è morto di tumore a 14 anni perché “curato” con l’argilla: genitori alla sbarra (senza sconti) e medici prosciolti

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

22 gennaio 2026

Scusate l’associazione, ma il confine della Casa nel Bosco? Francesco è morto di tumore a 14 anni perché “curato” con l’argilla: genitori alla sbarra (senza sconti) e medici prosciolti
Quando la Libertà diventa ideologia e i figli smettono di essere persone verso la Libertà: dal bosco abruzzese all’aula del tribunale penale di Vicenza, la storia di Francesco inchioda genitori, miti naturisti, ribelli anti-scienza e giannizzeri vari a due domande che nessuno vuole farsi davvero: dove stanno i confini delle tante (e diverse) case nel bosco? E poi: crescere figli è preparali a essere liberi oppure è usarli per dimostrare di esserlo?

di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

E adesso come la mettiamo con le scorciatoie emotive? Con il prendere posizione facile limitandosi alle storie singole, piuttosto che provando a allargare il pensiero? Domande riformulate in una sola: quale è il limite, o il confine, delle case nel bosco. Basta spostarsi dall’Abruzzo - e dalla storia che ha tenuto banco nelle scorse settimane - fino a Vicenza, per cambiare risposte e prospettive. E, sia perdonata la franchezza oltre che l’associazione, pure per accorgersi, ancora una volta, di quanta superficialità c’è, ormai, anche nel giudizio che dovrebbe essere critico. Ponderato. Sostenuto. Da tutti noi, ma pure da quelli che un qualche ruolo pubblico ce l’hanno e, quindi, avrebbero il dovere di andare sempre un pochino più a fondo. O con i genitori “liberi” contro lo Stato oppressivo. Oppure con le istituzioni contro genitori dipinti come irresponsabili. Ma è, appunto, una scorciatoia emotiva non si interroga sul limite del potere genitoriale quando si esercita su figli che non hanno ancora gli strumenti per dissentire. Scegliere. Opporsi.

Ecco, a distanza di pochi giorni dalle solite sceneggiate con giannizzeri da una parte dall’altra sull’ormai famosa Famiglia del Bosco in Abruzzo, adesso ci sono almeno un paio di domande da farsi, o qualche dubbio da lasciarsi responsabilmente venire, con la storia di Francesco Gianello. Era un ragazzino di quattordici anni. E è morto. Sì, è morto per le conseguenze di un tumore che avrebbe potuto essere curato. A Vicenza, davanti alla Corte d’Assise, i genitori del ragazzo, Luigi Gianello e Martina Binotto, sono imputati di omicidio con dolo eventuale per aver ritardato diagnosi e terapie oncologiche scegliendo di affidarsi al cosiddetto metodo Hamer. E’ una pseudo-dottrina che nega la base biologica del cancro e rifiuta l’uso delle cure farmacologiche. Il collegio ha respinto la richiesta di rito abbreviato, nonostante il pentimento espresso pubblicamente dalla coppia, applicando la legge senza scorciatoie. L’accusa è troppo grave. La questione centrale è troppo alta. I medici, invece, sono stati prosciolti, e non verranno ascoltati a processo né il professionista che seguì la famiglia né i terapeuti che suggerirono impacchi di argilla, antinfiammatori e un “percorso energetico” in Toscana “in armonia con le scelte della natura”.
A Francesco era stato diagnosticato un osteosarcoma al femore nel dicembre 2022 all’Istituto Rizzoli di Bologna. Non nella yurta di qualche santone: al Rizzoli di Bologna La proposta era chiara: biopsia, chemioterapia, monitoraggio continuo e costante. Un percorso difficile, ma fondato su evidenze scientifiche consolidate. Da lì, però, la deviazione: l’incontro con un medico padovano seguace di Hamer. Il rinvio degli accertamenti invasivi. La convinzione che il tumore fosse “l’esito di un conflitto psichico” e che intervenire farmacologicamente significasse “ostacolare” il processo naturale. La medicina tradizionale, per quei due genitori, tornò a essere l’unico approdo possibile solo quando la situazione era ormai disperata e irrecuperabile. La chemioterapia arrivò tardi. Le divennero solo palliative. E Francesco morì all’ospedale San Bortolo di Vicenza nel gennaio 2024. E il processo, oggi, non giudica soltanto una catena di decisioni clinicamente sbagliate, ma una responsabilità genitoriale esercitata fino al punto di trasformarsi in potere assoluto sul corpo di un figlio. È qui che il caso diventa scomodo: dove stanno i paladini della natura e delle libertà genitoriali adesso? Forse è il caso di chiedersi, almeno simbolicamente, quale è il confine della Casa nel Bosco rispetto al dovere di protezione. Soprattutto quando l’oggetto della scelta non è un’idea, una fede o uno stile di vita, ma la possibilità concreta di far sopravvivere un figlio. La Corte ha acquisito anche gli atti della Procura dei Minori di Venezia, che aveva avviato un procedimento per la sospensione della potestà genitoriale quando le condizioni del ragazzo erano già critiche.

Famiglia nel bosco Ansa
La famiglia del bosco in Abruzzo

Però, in attesa di capire quale sarà la decisione processuale, la vicenda non può non chiamare in causa anche la responsabilità culturale di un’epoca che ha trasformato la diffidenza verso l’autorità scientifica in una forma di ribellione identitaria. Ad esempio: il metodo Hamer, come ricordato dall’Airc, non è solo privo di fondamento: nega decenni di ricerca, rifiuta i farmaci e ha già dimostrato di poter trasformare tumori curabili in condanne a morte. Eppure continua a sedurre, soprattutto quando incontra la paura, l’impotenza, il bisogno di senso di chi assiste alla sofferenza. “Non abbiamo – hanno detto in aula i genitori di Francesco - mai agito con l’intenzione di fare un danno”. Nessuno lo mette in dubbio, ci mancherebbe. E anche il diritto penale non giudicherà le intenzioni pure, ma le conseguenze prevedibili delle scelte: quando riguardano un minore, la libertà si restringe fino a diventare dovere. Francesco è morto a quattordici anni, e nessuna sentenza potrà restituirgli ciò che non ha avuto: il tempo di una possibilità. E di un futuro in cui esercitare la propria libertà di scegliere a cosa o a chi credere. È su questo vuoto che il processo di Vicenza dovrebbe interrogare tutti (soprattutto quelli che si sono riempiti la bocca con la famiglia abruzzese nel bosco) e non solo due genitori imputati, chiedendo fino a che punto la libertà di credere può essere anche la libertà di rischiare per chi non può scegliere.

La genitorialità non è una forma di sovranità: è una responsabilità temporanea. I figli non sono un’estensione dell’identità dei genitori e meno che mai il luogo in cui sperimentare visioni radicali del mondo. Sono persone in formazione, affidate a una custodia che dovrebbe avere come orizzonte il futuro e non la coerenza ideologica degli adulti. Soprattutto quando le scelte di vita diventano scelte sul corpo. Sulla salute. Sulle possibilità, anche quelle di curarsi. Rifiutare cure mediche, ma pure istruzione o protezione in nome di una visione alternativa, è un atto di libertà o è confondere l’amore con il diritto di decidere tutto? E’ crescere figli preparandoli a essere liberi oppure è usarli per dimostrare di esserlo?

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