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Sì, Giovanni Falcone era a favore della separazione delle carriere e della fine dello strapotere delle correnti all’interno della magistratura (proprio come dice la riforma della giustizia). Ecco la prova definitiva

  • di Michele Larosa Michele Larosa

  • Foto di: ANSA

20 febbraio 2026

Sì, Giovanni Falcone era a favore della separazione delle carriere e della fine dello strapotere delle correnti all’interno della magistratura (proprio come dice la riforma della giustizia). Ecco la prova definitiva
Ma Giovanni Falcone era pro o contro alla separazione tra giudice e pm? Si è detto tutto e il contrario di tutto, dalla falsa intervista citata da Gratteri a quella vera a Repubblica. Ma ecco l'intervento che chiarisce definitivamente

Foto di: ANSA

di Michele Larosa Michele Larosa

Sulla separazione della carriere si sta dicendo tutto e il contrario di tutto. Balle e controballe in un dibattito che ha già da tempo oltrepassato la linea. La gara più accalorata è quella per ascrivere personaggi pubblici vivi e morti a uno o l'altro schieramento. Uno dei più ambiti è ovviamente Giovanni Falcone. Ci aveva provato inizialmente il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che a Dimartedì lesse un'intervista che vedeva Falcone come contrario alla separazione, peccato che si sia poi rivelata una bufala. Poi è spuntata fuori l'intervista a Mario Pirani di Repubblica del 1991, dove il giudice palermitano diceva che: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice”. Si è provato a confutarla, Armando Spataro, nel suo libro “Loro dicono, noi diciamo” su quelle parole ha scritto: “Falcone credeva solo che con l’avvento del nuovo codice di procedura penale e l’abolizione della figura del giudice istruttore, vi fosse un accentuato bisogno di un sapere specialistico e che le conoscenze necessarie a un pm per svolgere efficacemente il suo lavoro non coincidessero con quelle del giudice”. Ma quindi Falcone era favorevole o no alla separazione? Un intervento del 1988, tremendamente attuale nei suoi contenuti, chiarisce definitivamente la questione.

L'audio, consultabile integralmente su Radio Radicale, risale al 25 maggio 1988, quando Falcone è intervenuto a Catania al convegno "Per una cultura dei diritti-doveri della legge e del giudice" promossa da Mondoperaio. Si era da qualche mese tenuto un referendum promosso dal Partito Radicale sulla responsabilità civile dei giudici. I quesiti promossi proponevano di abrogare parti della legge che regolava la responsabilità civile dei giudici, per consentire in buona sostanza a qualsiasi cittadino danneggiato da un provvedimento di un magistrato, per dolo o colpa grave di quest'ultimo, di ottenere dal magistrato responsabile il risarcimento dei danni. Un referendum promosso sulla scia del caso Enzo Tortora e che passò con una consenso plebiscitario: oltre l'80%. La schiacciante vittoria mise alla luce l'evidente sfiducia dei cittadini nella giustizia e aprì la strada alla successiva riforma Vassalli, entrata in vigore il 1 gennaio 1989. La riforma rivoluzionò l'assetto del Codice di Procedura Penale di origine fascista passando dal processo inquisitorio al processo accusatorio. Venne così eliminata dal processo penale la figura del giudice istruttore e il pm è diventato parte del processo, che ora si svolge con un giudice terzo imparziale. Secondo molti l'attuale riforma della giustizia sarebbe proprio il naturale completamento della riforma Vassalli, con la definitiva separazione tra il giudice e l'accusa.

Proprio in questo contesto di dibattito si innesta l'intervento di Falcone, che sembra profeticamente parlare, con quasi quarant'anni di anticipo, delle critiche e i temi della moderna riforma:

Il complotto politico

Giovanni Falcone inizia il suo intervento imbracciando l'estintore. Il giudice placa le polemiche, che vedrebbero la spinta riformista come un tentativo eversivo di sovvertire il potere giudiziario: “Mi sembra ormai sterile polemica insistere sulla critica su chi ha voluto il referendum o riproporre la solita tesi da complotto politico in chiave destabilizzante della magistratura. Non sono mai stato favorevole ad argomenti del genere né ho mai condiviso quella diffusa sindrome da stato di assedio che opportunamente ci è stata rimproverata. Ritengo, invece, che, mettendo finalmente da parte sospetti reciproci, si dovrebbe prendere atto, con sano realismo, della grave situazione di crisi in cui si dibatte l’amministrazione della giustizia e cercare di risolvere i non pochi problemi esistenti nell’interesse esclusivo del Paese”. Un richiamo alla responsabilità, che segue un invito a una stagione di riforme: “Io credo che non si possa non convenire con Salvo Andò che in una recente intervista ha definito l’esito della consultazione referendaria sulla responsabilità civile del giudice come il semaforo verde per riforme più generali, il punto di partenza per riscrivere lo statuto professionale del giudice, per un riequilibrio dei poteri dello Stato. E la realtà in effetti è questa”.

I magistrati
I magistrati ANSA

La crisi della magistratura

Falcone riflette sui risultati referendari, segno di una chiara crisi dell'istituzione giudiziaria e del suo rapporto con il Paese: “Potrebbe sembrare paradossale che la magistratura, come dimostrato dai dati referendari, goda di così poca credibilità nella società civile (…)”. Ma Falcone, senza ipocrisie ne individua l'origine: “Paradossale non è, se si considera che la causa di così scarsa credibilità della magistratura non sta nelle cosiddette iniziative giudiziarie ad alto rischio, con le quali la collettività è quasi sempre solidale bensì nella scarsa professionalità con cui non infrequentemente queste iniziative vengono mandate avanti e soprattutto nella infinità dei casi in cui le persone che sono entrate in contatto col mondo dalla giustizia hanno ricevuto la spiacevole sensazione dell’arroganza e della scarsa umanità con cui venivano trattate; a parte i gravi problemi di efficienza in concreto”. Il riferimento è chiaramente ai diffusi errori giudiziari che hanno portato alle urne, a partire dal caso Enzo Tortora: “Ed allora si tratta di restituire credibilità ai giudici, attraverso una diffusa professionalità. Uscendo dall’equivoco che l’impegno di pochi, non soltanto in attività giurisdizionali di vasta risonanza, ma in quelle anche non meno importanti di routine, ha costituito il comodo paravento per coprire omissioni e negligenze che adesso ci vengono rimproverate”.

Il Csm e il correntismo

Segue poi una parte tecnica, dedicata alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati e ad alcuni suoi problemi, quale un possibile turbamento dell’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ma il passaggio più attuale viene dopo. “È noto che, nonostante gli apprezzabili sforzi, soprattutto del consiglio in carica, il Csm non è in grado di dare una risposta in termini ragionevolmente brevi ai numerosi giudizi disciplinari in corso”, che poi dice “non è un mistero per nessuno, che questo è un fondato elemento di accusa della classe politica nei confronti dalla magistratura, che la giustizia disciplinare vigente è poco credibile, perché, soprattutto nelle componenti togate del Csm, spesso risente di distorte logiche associative, che rendono più difficile una serena e imparziale votazione dei fatti posti a fondamento dell’azione disciplinare. E quindi, da un lato, il magistrato è soggetto a continuo rischio di un’azione disciplinare esercitata da chicchessia, o innescata da chicchessia, dall’ altro, almeno allo stato attuale delle cose, è esposto al pericolo di una valutazione non serena e, per giunta, che non verrà emessa in tempi brevi”. Un chiaro attacco al correntismo, che l'attuale riforma cerca di scardinare con l'introduzione del sorteggio.

Giovanni Falcone preoccupato
Il giudice Giovanni Falcone

La separazione delle carriere

Ma veniamo al nodo cruciale. Cosa pensava Falcone nel 1988 della separazione delle carriere? Dopo l'analisi della legge sulla responsabilità civile dice: “Né di minor rilevanza appaiono le altre riforme in cantiere e di cui si discute: quella sulla composizione e sul sistema elettorale del CSM, quella concernente l’inamovibilità del magistrato, quella della separazione delle carriere tra il pm e il giudice, (...)”. Il giudice innanzitutto mette in guardia dicendo che si tratta “di riforme costose che, se non saranno sorrette da un eccezionale impegno finanziario dello Stato, avranno l’effetto di aggravare ulteriormente la crisi della giustizia”.

Poi prosegue: “Alcune considerazioni però mi sembrano doverose per quanto riguarda il nuovo processo penale (il processo accusatorio). (...) Per quel che mi riguarda, non ho alcuna opposizione di principio contro il nuovo rito penale né tantomeno nei confronti del principio accusatorio che lo ispira”.
Però non basta cambiare forma processuale dice Falcone: “Il rito accusatorio non è la panacea di tutti i mali della giustizia penale”. Ma funziona solo se le parti sono equilibrate. Se una parte è molto più forte e l’altra debole, il contraddittorio non produce verità: “La dialettica è feconda quando le parti sono di pari forza, altrimenti ammanta di verità la parte più forte; che la valutazione delle prove migliori in contraddittorio solamente quando le parti la ricercano con equi lealtà, non se una delle parti iscrive nel suo programma l’inquinamento sistematico e la soppressione delle prove stesse...”.

E poi la risposta al nostro quesito: “In omaggio al dovere di onestà intellettuale che dovrebbe contraddistinguere ognuno, soprattutto in problemi di questa importanza, ritengo doveroso puntualizzare con chiarezza quanto segue: il nuovo codice, se appare maggiormente rispettoso dei diritti dell’inquisito, e quindi più degno di un Paese civile di quello vigente, impone un radicale mutamento di mentalità in tutte le categorie professionali interessate, principalmente nei magistrati e negli avvocati. Inevitabilmente per il suo funzionamento occorre una profonda trasformazione dell’ordinamento giudiziario e non è pensabile né logicamente plausibile, in un codice che accentua vistosamente le caratteristiche di parte del pm, pensare che le carriere dei magistrati del pubblico ministero e quelle dei giudici potranno rimanere ancora a lungo indifferenziate. (…)”. E poi: “Il nuovo codice imporrà un problema di qualificazione e di verifica della professionalità degli operatori giudiziari, e in particolare della magistratura del pm, sulla base di parametri molto più incisivi di quelli attuali, peraltro già adesso largamente insufficienti”. Non basta una formazione generica da magistrato, il pm dovrà formarsi da pm e il giudice da giudice, i due ruoli richiedono abilità e competenze differenti.

Infine Falcone conclude: “L’ augurio è che, messe da parte finalmente le finalità corporative, o peggio extra istituzionali, e sorretti unicamente dall’intento di provvedere agli interessi generali, si cooperi tutti al buon esito delle riforme da cui dipende lo stesso avvenire delle istituzioni democratiche”.

Un intervento che sembra fatto oggi per la sua visionaria attualità, che mette in evidenza gli scogli che la magistratura si trovava ad affrontare e che, guarda caso, persistono ancora oggi. Le indagini portate avanti con “scarsa professionalità”, il Csm e le sue “distorte logiche associative” e l'esigenza di “una profonda trasformazione dell’ordinamento giudiziario” perché “non è pensabile né logicamente plausibile pensare che le carriere dei magistrati del pubblico ministero e quelle dei giudici potranno rimanere ancora a lungo indifferenziate”. Falcone era a favore della riforma Meloni? La sua è una presa di posizione all'interno di un contesto storico preciso. Ma rileggendo il suo intervento del 1988, viene difficile non immaginare un Falcone che annuirebbe davanti all’idea di una magistratura più specializzata, con carriere separate e con un pubblico ministero davvero autonomo e preparato. La sostanza dei suoi ragionamenti sembra anticipare molti dei principi oggi dibattuti: e in questo senso, pur senza rischiare di tradirne la voce, possiamo dire che la sua visione storica fa stranamente eco al dibattito odierno.

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