Il comitato, i comitati. Vien subito da pensare ai film di Woody Allen. A Milano, ieri c’è stata l’assemblea popolare del Comitato Insostenibili Olimpiadi. Aula 211 dell’Università Statale di Milano, più o meno i soliti volti militanti che dall’occupazione del Pirellino ad oggi hanno protestato per varie cose. Dallo scandalo sull’edilizia alle Olimpiadi, una kropotkiniana lotta contro lo stato. “Il problema è la militarizzazione dello stato”, e come negarlo, ma c’amm’a fà. Piantedosi aveva smentito la presenza dell’Ice a Milano e dintorni montani, da Bormio a Cortina, salvo poi essere smentito dagli Stati Uniti stessi. E’ già tutto perfetto così per riderne un po’. Poi i blindati del Qatar e la definizione dei Pasdaran come apparato terroristico da parte del governo europeo. Ma ci saranno si servizi e le forze di sicurezza di tutti i paesi partecipanti, che mi sa, son tanti. Le ultime olimpiadi furono nella Repubblica Popolare cinese di Xi Jin Ping con la neve artificiale in pieno Covid e la stretta di mano tra il supremo leader e il presidente della Federazione Russa Putin. Il novello patto sino-sovietico. Abbiamo chiuso gli occhi, son passati quattro anni e il mondo è cambiato parecchio, prepariamoci all’asse Washington-Mosca contro l’Ue.
Non c’è più Biden, c’è Trump e anche la sicurezza nazionale è diventata una questione isterica, tant’è vero che i problemi più delicati li si risolve alla vecchia maniera senza più timore di essere scoperti. Bombe carta sotto le macchine dei giornalisti, banchieri ucraini defenestrati a due passi dal Duomo di Milano, studi di produzione romani andati in fiamme, inchieste archiviate e periti tecnici indagati per aver scoperchiato il Big Brother che sorveglia la magistratura. Ci sarebbe da gettare la spugna, chinare il capo alla colata di lava, anche perché la gente comune di tutto questo non se ne accorge e altro che comitati e comitati. Ci vorrebbe ben altro. Che cosa? Forse l’Apocalisse, ma occorrerebbe che Dio fosse ancora vivo. L’Armageddon diventerebbe un meme. Dunque non sono le Olimpiadi ad essere insostenibili. Quelle, anche se Milano-Cortina è ancora un cantiere a cielo aperto a distanza di pochi giorni dal monumentale evento, si reggeranno in piedi lo stesso in punta di baionetta. E’ la lotta di classe, baby, ad esser ormai insostenibile. Chi “lotta” ha i denti da latte, oppure una dentiera. Nell’aula 211 dell’Università Statale di Milano non c’è un esercito di guerriglieri, ma signori dai capelli bianchi con la kefiah a mo’ di sciarpa per non prendersi il mal di gola (fuori fa freddo), signore e signorine dai capelli arruffati, gli occhiali tondi e lo sguardo allo stesso tempo severo da sadiche istitutrici e di malinconiche donne trascurate. Ci son belle ragazze con tatuaggi sugli avambracci, qualche solitario capello bianco finito tra gli altri un po’ per caso e per questo cerca di attirare l’attenzione dei malinconici anarchici dalla barba riccia e la camicia a quadri. Ci sono ragazzine e ragazzini appena diciottenni, altri attempati studenti fuori corso dalle capigliature più improbabili, qualche highlander vichingo sparso qua e là tra le file dei banchi discendenti verso la cattedra dove ci sono tre uomini, un triumvirato.
A sinistra il più anziano, dal capello lungo, lo sguardo tosto da Humphrey Bogart e le mani callose da cui sarebbe meglio non attirarsi uno sganassone. Al centro un ragazzo sulla trentina moro con gli occhiali neri tondi e spessi, la barbetta, la maglietta bianca con la stella a cinque punte rossa che quando spiega i problemi al microfono parla tanto bene. Alla sua sinistra un tipo con gli occhiali con il laccetto pendente dalla montatura che ad un certo punto tenta di sfilarsi il maglione (in aula 211 fa molto caldo) ma la maglietta al di sotto gli rimane impigliata nella manica e rimane a torso nudo per sbaglio diventando tutto rosso in viso. Si parla del fatto che a Bormio è stata rispolverata la didattica a distanza “per non disturbare i ricchi stranieri che si sono potuti permettere i biglietti”, delle retate e dei controlli che verranno effettuati nei quartieri popolari di Milano. Poi si spiega che il 5 febbraio vi sarà la contestazione all’arrivo della fiaccolata olimpica e il 6 alle ore 18 ne verrà organizzata un’altra, ovvero la “fiaccolata anti-olimpica” insieme ai sindacati inquilini e di lotta per la casa perché quel che è minacciato con queste olimpiadi è anche il “diritto alla casa”. Lo stesso giorno vi sarebbe dovuto esser un presidio insieme a quelli che lo sciopero sanno davvero come si fa, Cobas, Sicobas, Cub e compagnia bella sotto Federalberghi, ma questo è stato vietato e riorganizzato in Piazzale Loreto per le ore 11. Il 7 febbraio poi vi sarà la famosa contestazione nazionale che partirà alle ore 15 da Piazza Medaglie D’Oro per attraversare tutta Milano sud-est al fine di denunciare la devastazione e il saccheggio delle Olimpiadi. Parallelamente, dal 6 all’8 il Comitato Insostenibili Olimpiadi ha organizzato le “Utopiadi”, per promuovere “lo sport popolare”. Insomma una lotta al fine di rompere il c**o ai potenti di mezzo mondo, ma con quale strategia?
Quella di farsi manganellare a sangue un po’ non solo dagli italiani, ma pure dai qatarioti, dai pasdaran (se ci saranno) e magari farsi sparare dall’Ice di Trump. La lotta di classe come gang bang di stato ma con i manganelli. Ma è una questione di sangue, non c’è niente da fare. O ci nasci con i geni della militanza, oppure osservi da lontano e intanto canticchi tra te e te “al bar Casablanca, seduti all’aperto, la birra gelata, guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata, con aria un po’ stanca, camicia slacciata, in mano un maglione, parliamo parliamo, di proletariato, di rivoluzione…”. Ma canticchi Gaber sapendo che anche Gaber ha fatto il suo tempo, perché il potere e l’egemonia che denunciava ormai hanno cambiato pelle e i titoli rossi dei vostri giornali non contano più un c**o ed è per questo che tornano ad essere così belli da sfogliare.