La terra che trema. I palazzi sgretolati come se fossero di sabbia. Le persone che scappano in strada. Il suono delle sirene. I soccorsi che si trovano davanti agli occhi il risultato di un terremoto di magnitudo 7,7 che ha colpito Mandalay, la seconda città più grande del Myanmar (1,5 milioni di abitanti), intorno all'ora di pranzo. L'epicentro è stato localizzato a circa 16 chilometri a nord-ovest di Sagaing, e da qui le vibrazioni si sono espanse nell'area circostante. E oltre confine, a Bangkok, in Thailandia, dove pure ci sono stati danni strutturali e vittime. Già, le vittime: per il Myanmar il bilancio provvisorio parla di oltre 1.000 morti e più di 2.000 feriti, anche se al momento è difficile ottenere informazioni precise. Basterebbe questo per delineare i contorni di una tragedia immane. E invece c'è dell'altro, perché il terremoto lascia in sospeso due dossier tanto sensibili quanto delicati. Il primo: che cosa succederà alla guerra civile che si combatte nel Paese da ormai quattro anni abbondanti? Dopo il colpo di stato del 2021, il Myanmar è infatti governato da una giunta militare che controlla quasi tutte le radio, le televisioni, la stampa e i media online locali (anche l'uso di Internet è limitato). Il suo potere si sta però riducendo perché i gruppi ribelli, organizzati nella Three Brotherhood Alliance, premono da nord-est e stanno conquistando ampie porzioni di territorio. Giusto per capirsi, prima del disastro naturale si contavano più di 3 milioni di sfollati e centinaia di migliaia di civili esclusi dai programmi alimentari e sanitari essenziali. Mandalay, tra l'altro, era una delle roccaforti della giunta, insieme alla capitale Naypyidaw e agli altri grandi centri urbani. Il terremoto segnerà una tregua o innescherà lo scontro finale tra i ribelli e l'esercito governativo?


La questione ancor più delicata riguarda però il traffico di droga. Forse non tutti sanno che il Myanmar è uno degli hub globali della produzione di sostanze stupefacenti, soprattutto metanfetamine e altri prodotti sintetici. Come facciamo a saperlo? Abbiamo letto il fondamentale libro Narcotopia scritto dal giornalista Patrick Winn (a proposito: ne abbiamo parlato qui), ma soprattutto ce lo dice direttamente la Thailandia. Le autorità di Bangkok hanno assistito a un aumento dei traffici illegali provenienti dal vicino Myanmar e a un altrettanto incremento di sequestri di eroina e metanfetamine. Se già la guerra civile era una condizione di caos che consentiva ai narcotrafficanti di alimentare i loro affari, chissà cosa succederà adesso dopo il terremoto... Le reti della criminalità organizzata si sono infatti alleate con le milizie e i gruppi ribelli birmani per creare dei super laboratori in Myanmar - per lo più negli Stati Shan e Kachin – dove orde di lavoratori sfornano tonnellate di pillole. I corrieri portano quindi il materiale – cristalli noti come ice o piccole pasticche sballanti, yaba – in Thailandia, attraversando le montagne e il fiume Mekong, per poi introdurre la merce nelle grandi città locali, e da qui nel Sud Est asiatico fino ai mercati di Stati Uniti, Unione europea e Australia. I numeri sono preoccupanti. Nei primi otto mesi e mezzo del 2024, le a utorità di Bangkok hanno registrato, soltanto per le province settentrionali di Chiang Mai, Chiang Rai e Mae Hong Son, un aumento del 172% del sequestro di compresse di metanfetamine rispetto all'intera quantità recuperata in tutto il 2023, per un ammontare di 346 milioni di pillole. Nello stesso periodo i sequestri hanno raggiunto le 6,48 tonnellate: +39% su base annua. E non è finita qui, perché anche l'eroina sta tornando in auge. Nel 2024 ne sono stati sequestrati 327 chili, e cioè circa sette volte la quantità del 2023.

L'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) spiega che i disordini politici in Myanmar hanno portato a un'impennata e a un'espansione della produzione e del traffico di droghe sintetiche, nonché a una ripresa della coltivazione di oppio. La sensazione è che le conseguenze del terremoto creeranno nuove zone d'ombra che consentiranno ai narcotrafficanti di potenziare il loro business. In che modo? Per esempio potenziando la produzione delle citate pillole di metanfetamine: facili da realizzare e altrettanto da esportare. Ma un aumento della produzione vuol dire costi più bassi del prodotto finale e quindi ancora più clienti – anche gli appartenenti dei ceti più poveri - disposti a sborsare qualche spicciolo pur di sballarsi. Un anno fa il prezzo medio di una pastiglia di metanfetamina in Thailandia si aggirava intorno ai 25-30 baht (da 0,78 a 0,93 dollari), in calo rispetto agli 80 baht (2,49 dollari) del 2017 e ai 200 baht (6,21 dollari) del 2013. Ricapitolando: le droghe sintetiche vengono prodotte in laboratori sicuri sperduti nella giungla del Myanmar, e poi trasportate in Thailandia e oltre. Nonostante ogni settimana le autorità sequestrino enormi carichi – tonnellate e tonnellate di droga – il prezzo delle pillole continua a scendere. Il motivo? Ce ne sono così tante, in giro e pronte a essere piazzate nei mercati, che il loro valore è sempre più basso. No, il terremoto non fermerà gli affari: gli farà accelerare.

