Ma è peggio essere bloccati sotto le bombe o esserlo insieme a influencer, influencer-prostitute e crypto bros? No, non è un nuovo film post-apocalittico ma è quanto successo dallo scoppio del conflitto in Iran. I “cervelli” in fuga allora, crollato il sogno emiratino, ci hanno messo poco a tornare alla realtà e a frignare per un ritorno nei rispettivi paesi. L'oasi nel deserto fra grattacieli ed evasione fiscale è diventata subito una trappola potenzialmente mortale. Insieme a loro i viaggiatori, preda della sindrome di Wanderlust, che a febbraio si trovavano in vacanza fra la Thailandia e gli atolli delle Maldive.
E allora i content creator hanno fatto quello che gli riesce meglio e che gli ha dato notorietà e reddito (non tassato): le storie Instagram. Così hanno pubblicato racconti, storie, analisi. Alcune ottimistiche, secondo molti frutto della propaganda del regime. Molti infatti si ostinano a sostenere come Dubai sia un posto sicuro. In ballo ci sono anche i loro affari. Infatti, secondo la giornalista Emma Ferey, molti di questi influencer hanno la sede delle proprie attività proprio a Dubai, e queste ne sarebbero fortemente danneggiate se il paese perdesse la propria aura di paradiso. Senza contare che negli Uae l'accusa di “disinformazione” è punita in maniera severissima, e le critiche al governo sono assolutamente vietate. Così molti influencer continuano a spada tratta nel dipingere Dubai come l'eden che sembrava prima dello scoppio del conflitto. “Io mi sento più sicuro qui a Dubai che in Italia” ha detto ad esempio l'influencer napoletano Luis Salvi. Che poi se l’è presa anche con la cantante BigMama.
Infatti, dall'altro lato, ci sono i video e gli appelli di influencer e celebrità terrorizzate, invocanti l'aiuto dei propri paesi. È curioso che questi appelli arrivino spesso da creatori di contenuti che a Dubai si sono trasferiti proprio per sfruttare il sistema fiscale particolarmente favorevole per le imprese private. Ma come? Prima scappano per non pagare le tasse e poi chiedono il volo di Stato per tornare in Italia. La privatizzazione dell'utile e la collettivizzazione del costo come dice Dagospia. Altri ancora lagnano perché costretti a pagarsi di tasca propria delle notti in più in albergo. La pensione completa di cittadinanza.
Intanto le operazioni di rimpatrio sono già a buon punto, e in parte di tasca propria in parte grazie alle casse dello Stato i nostri connazionali bloccati stanno pian piano rientrando. Ma se gli influencer e i fuffa-guru, in parte, se la sono andata a cercare, scappando in un Paese di cui decantavano la sicurezza per poi trovarsi sotto le bombe, anche in questo caso ci sono delle vittime incolpevoli, silenziose e inconsapevoli. Parliamo degli animali domestici degli emigrati negli Emirati, abbandonati nella fuga forsennata verso la salvezza. “Il problema è che molte persone non hanno preparato i loro animali per il viaggio. Per portarli nel Regno Unito, per esempio, serve il vaccino contro la rabbia. Questo significa un ulteriore ritardo di tre settimane prima di poter viaggiare” dice Claire Hopkins, volontaria britannica che salva cani negli Emirati Arabi Uniti. E così cani, gatti e altri animali domestici vengono abbandonati davanti ai rifugi, ai veterinari, in strada o nel deserto. Alcuni addirittura chiedono l'eutanasia. Per loro nessuna storia, nessun appello e nessun salvataggio di Stato.