Pensate di essere dei tennisti di livello Challenger. Non i Sinner o gli Alcaraz, ma quelli che navigano ben oltre la posizione numero 100 del ranking. Quelli che non hanno accesso ai grandi tornei, perché troppo giovani, perché troppo vecchi o semplicemente perché non bravi abbastanza. I proletari del tennis, quelli di Serie B, che vivono alla giornata tra un torneo e l'altro, fra spalti semivuoti sognando i tabelloni dei palchi più importanti. Beh pensate di andare negli Emirati Arabi, a Fujairah, per un Challenger 50, quelli più di basso livello, proprio mentre scoppia una guerra in Medio Oriente. Allora bisogna tornare a casa, e anche in fretta. Ma no, the show must go on, i turni di qualificazione proseguono sotto le bombe. Ma quando l'allarme di un possibile attacco aereo ferma una partita e costringe i tennisti a fuggire via si capisce che forse è il momento di levare le tende e rinviare tutto. Ma non è così semplice, l'organizzazione manda una mail ai giocatori, poi diffusa sui social da Ilya Ivashka. “I tornei sono cancellati. L'Atp sta organizzando un volo di ritorno per il 5 marzo, partenza da Muscat, costo 5mila euro”. 5mila euro per scappare dalle bombe, che è più o meno la cifra che guadagnerebbe l'eventuale vincitore del torneo.
È la dura vita del professionismo. I tennisti per l'Atp sono infatti a tutti gli effetti dei liberi professionisti. Trasferte, staff, allenamenti, vengono finanziati e organizzati autonomamente. Questo rende il tennis uno sport di giocatori che spesso fanno fatica ad arricchirsi. Di giocatori che, a parte l'elite assoluta, devono fare i conti con costi elevati già solo per mandare avanti la propria carriera. Basti pensare alle trasferte, spesso intercontinentali, e alle spese di alloggio. Costi a cui i tennisti devono far fronte contando solamente sui montepremi dei tornei e sugli sponsor, che nelle posizioni meno nobili del ranking non sono molti. Qualche anno fa il tennista argentino Thomas Bucchhas aveva detto che “giusto un centinaio di persone possono vivere di tennis”. Mentre anche Novak Djokovic, giocatore che sicuramente senza problemi economici, aveva denunciato la cosa: “Ho provato a mettermi nei panni di tutti quei tennisti che non sono nelle top 100, e vale per uomini, donne e doppisti: se non vinci almeno un torneo al mese la vita è dura. Quando ho iniziato anche io non godevo di un grande sostegno da parte della federazione serba. Oggi ho una certa influenza e voglio fare qualcosa. La situazione attuale è un fallimento del nostro sport”.
Uno sport elitario, come elitaria è stata la scelta dell'Atp per Fujairah. Se hai i soldi puoi andare, sennò ca**i tuoi. Ma davvero un'organizzazione come l'Atp può, in una situazione del genere, non tutelare i propri giocatori? Non avere come unica priorità la loro messa in salvo? Giocatori che l'Atp stessa ha contribuito a mandare lì.
Dopo le polemiche è arrivato il dietrofront dell'associazione:“Ho appena ricevuto la conferma che tutte le persone del torneo di Fujairah verranno evacuate senza alcun costo. Tutto completamente coperto” ha scritto Ivashka sui social dopo aver alzato il polverone. La figuraccia, comunque, resta. E resta la domanda: quanto vale per l'Atp la sicurezza dei propri atleti?