Il traffico umano negli aeroporti, soprattutto in estate, raggiunge cifre impressionanti. Secondo una stima realizzata a giugno dall'Agenzia Nazionale del Turismo, i vacanzieri volanti saranno all'incirca 27 milioni: 19 milioni di stranieri, mentre i restanti 8 da voli nazionali. Problemi annessi e connessi, ritardi cancellazioni, disservizi e polemiche su bagagli e procedure d'imbarco, c'è un punto di vista che viene spesso dimenticato: quello dei piloti. Che vita fanno? Quanto guadagnano quelli italiani rispetto ai loro colleghi in tutto il mondo? Spoiler: poco. Ne ha parlato Danilo Recine, vicepresidente Anac e comandante, al settimanale 7 del Corriere. La vita adulta di un pilota basce un lungo percorso formativo: servono almeno due anni di scuola di volo, con costi che si aggirano tra i 100.000 e i 120.000 euro, seguiti da un “passaggio macchina” di circa 25 000 euro per l’abilitazione su Airbus A320 o Boeing 737. Segue un addestramento in linea di 30-40 voli simulati, oltre a test psicologici che valutano l’affidabilità del candidato, anche se “gli stessi piloti e gli psicologi dell’aviazione ritengono che non sia sufficiente”, per la natura stessa delle domande sulla personalità che vengono poste.

Per diventare comandante, poi, si segue una graduatoria interna, o lista di anzianità, a cui segue un “corso comando” tra simulatore e voli reali, con valutazioni psicologiche. La fase finale è un periodo di prova di sei mesi: il 10 % dei candidati non lo supera e "a quel punto si torna primi ufficiali". I limiti operativi imposti dall’Easa regolano l’orario di lavoro: un massimo di 900 ore di volo all’anno e 2000 ore totali di servizio, oltre a un massimo 6 ore di servizio a settimana e due notti di riposo ogni 168 ore. Alcune compagnie low cost, come Ryanair, seguono lo schema 5/4, cinque giorni di lavoro seguiti da quattro di riposo. In particolare, i piloti di voli brevi lavorano fino a 12-14 ore al giorno per un massimo di quattro voli, mentre quelli di lungo raggio affrontano turni di 16-17 ore (tre piloti che si alternano) o anche 18 ore (se sono in quattro). Nel lungo raggio, all’arrivo, il riposo minimo è di 24-26 ore, seguito dal volo di ritorno. Diventa cruciale anche la gestione del fuso orario: un pilota che vola ad esempio Roma-Tokyo-Roma-New York deve osservare “tre notti obbligatorie minime di riposo a Roma”.

E lo stipendio? È molto variabile: alcune compagnie, come easyJet, offrono una parte fissa fino al 70-75 % per garantire stabilità anche nei periodi meno intensi, mentre altre puntano maggiormente sulla componente variabile (40-45 %). In Italia, un primo ufficiale può guadagnare circa 30.000 euro l’anno, un comandante con massima anzianità arriva a 90-100.000, ben lontano dai 400-500.000 euro offerti dai vettori cinesi, che però hanno “disperato bisogno di piloti”. Scorrendo i grafici, peggio dell'Italia in termini di retribuzione ci sono soltanto i paesi sudamericani e l'India. Non di certo incoraggiante. Anche perchè parliamo di una professione richiede non solo responsabilità enormi, ma anche grandi sacrifici sulla vita privata: chi vola per low cost o su rotte brevi riesce a tornare a casa ogni sera, mentre i piloti a lungo raggio devono abituarsi all’assenza. Sacrifici più leggeri anche sul cibo: i piloti infatti non mangiano gli stessi pasti in volo. Recine spiega che comandanti e primi ufficiali ricevono pasti diversi, pasto A e pasto B, “perché se dovesse accadere qualcosa a uno, non succede all’altro”.
