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9 giugno 2025

Abbiamo letto “Brooklyn Crime Novel” di Jonathan Lethem (La Nave di Teseo): ma com’è? I ricchi rubano ai poveri anche nel XXI secolo e si racconta così: perché in Italia non sappiamo farlo?

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

9 giugno 2025

Un libro con dentro altri libri, un reportage, un romanzo, tante poesie, un documentario, delle fotografie, delle interviste, del gossip e ancora di più. “Brooklyn Crime Novel” di Jonathan Lethem racconta in che modo un quartiere povero è diventato il quartiere di una parte ricca che si crede vicina ai poveri (ma non lo è). Ipocrisia liberal, forse, ma per Lethem anche il vero volto del sogno americano (e del capitalismo?)
Abbiamo letto “Brooklyn Crime Novel” di Jonathan Lethem (La Nave di Teseo): ma com’è? I ricchi rubano ai poveri anche nel XXI secolo e si racconta così: perché in Italia non sappiamo farlo?

Per colpa di scrittori come Jonathan Lethem, dei quartieri come Boerum Hill (Brooklyn) diventano scatolette di tonno, mezze aperte e mezze no, con i bordi taglienti, la puza che esce, un olio melmoso, quasi gelatina, e al centro la proteina grigia. Brooklyn Crime Novel di Lethem (La Nave di Teseo, 2025) è la descrizione di questa scatoletta appoggiata sul tavolo di una casa popolare di uno dei quartieri poveri del suo grande Paese, lo stesso di cui ha già scritto e per cui ha protestato (per esempio con Occupy Wall Street nel 2011). Come si descrive una scatoletta che contiene un intero ecosistema fatto di criminalità, relazioni, infanzia, adolescenza, droghe, crescita, politica, povertà, problemi sociali alienazione e allo stesso tempo profonda connessione? Ovviamente tagliandosi. Ma il livello di pulizia e intelligenza geometrica di Lethem è raro, molto diverso da altri che, in questi anni, hanno descritto benissimo la ferita sul bordo della scatola di tonno. Ferita che non guarisce. Penso a James Ellroy, a Bret Easton Ellis. Si sentono, certamente, Pynchon e De Lillo, allo stesso modo in cui sempre si avvertono in un altro autore di poco più grande, Richard Powers (è vero che quest’ultimo ha circa una decina di anni di vantaggio su Lethem, ma ora arriviamo al punto). Entrambi hanno rimaneggiato l’eredità postmodernista e massimalista non per elucubrare sulla ferita (D. F. Wallace) ma per cronicizzarla e cioè renderla tema ampio, storicizzabile.

"Brooklyn Crime Novel" di Jonathan Lethem (La Nave di Teseo, 2025)
"Brooklyn Crime Novel" di Jonathan Lethem (La Nave di Teseo, 2025)

Con questo non romanzo Lethem non scrive da romanziere e qualcuno potrebbe dire che non scrive affatto. Non ci sono concetti di ordine superiore, giudizi e opinioni, né grandi collegamenti, analisi e interpretazioni. Sembra che Lethem stia dicendo che per descrivere la realtà, oggi, basti parlare della realtà. Ma a differenza di Zola o Balzac, la realtà non è tanto conflittuale, quanto il residuo di un conflitto. Vuol dire che la partita è persa? No. Ma che si deve riconoscere, prima di tutto, il campo in cui si gioca. Un campo frammentato, in cui non c’è più niente da dire. Nessuna storia da svelare, nessun mistero reale. Il mistero è semmai come sia possibile che tutti sappiano tutto e convivano con questa forma di onniscienza tragica. La domanda da porsi è: siamo sicuri che non esistano quartieri del genere, sottoposti a gentrificazione ed esproprio (termine marxista per dire una cosa che Lethem lascia intendere nel libro e cioè che i liberal bianchi hanno preso possesso degli spazi di vita del proletariato e sottoproletariato urbani); che non esistano, dicevamo, quartieri del genere in Italia? La risposta è ovviamente no, ne esistono. A Roma, Milano, Bologna. E allora perché non abbiamo ancora il nostro Brooklyn Crime Novel? Il problema, ovviamente, è semmai l’assenza di scrittori, come Lethem.

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