“Lo sai cosa è peggio di non avere talento? Averne soltanto un po': perché quel poco che hai, ti basta per capire che non vali veramente niente”: è questa frase di Donata che può riassumere il personaggio di Toni, il protagonista de Il Falsario, la nuova produzione di Netflix interpretata da un Pietro Castellitto che si sente molto figo. Ma questo del resto, è un ruolo dove è necessario essere spavaldi. Toni, il falsario che voleva solo avere soldi, non può permettersi né curiosità né coraggio: è per questo che è disincantato e cinico, sarcastico e disinteressato al mondo.
Toni compie la sua scalata mentre la storia gli scorre a fianco: per lui conta solo il denaro, indipendentemente da dove provenga la richiesta. È un aspirante artista che si è reso conto di mancare di talento, tranne quello della riproduzione: la sua mano sarà la sua fortuna, nella Roma a cavallo tra gli anni '70 e '80 che non perdona niente ma, se vieni a patti con la tua zona d'ombra, può sputarti nel giro che conta. E Toni, con la sua zona d'ombra, non ha alcun problema: non ce l'ha per vendere dipinti falsi, non ce l'ha quando entra nella cerchia di Balbo né quando gli viene chiesto di realizzare un finto messaggio delle Brigate Rosse; la accetta nel finale, un finale che picchia quando non ce l'aspettavamo più. Perché quel Toni sembrava stesse andando incontro al suo destino: invece stava realizzando l'ultima opera. Stavolta stava falsificando la sua identità.
“Cosa sei disposto a fare, per arrivare dove vuoi arrivare? Cosa sei disposto a sacrificare?”: è la domanda che percorre l'intero film: e la risposta di Toni è tutto. È la zona d'ombra che, rimasta latente per gran parte del film, si rivela definitivamente: ma è anche la prima volta che Toni tradisce un'emozione profonda, piena.
Pietro Castellitto gioca a non sconvolgersi mai: Toni non è interessato a quello che gli succede intorno; le poche emozioni che manifesta traspaiono soprattutto quando si fa voce narrante della storia. Toni al massimo strabuzza gli occhi o abbozza una battuta per uscirne fuori; non potrebbe essere altrimenti, per muoversi con disinvoltura nella Roma criminale come fa lui. Fino, appunto, al finale: perché lì finisce anche la sua vita precedente, non si tratta solo del presente. Forse è già un po' morto pure lui.
Interpretato, oltre che da Castellitto, da Giulia Michelini, Edoardo Pesce e Claudio Santamaria, ispirato alla storia vera di Antonio Chichiarelli, Il Falsario è a suo modo un film autentico: guarda alle produzioni internazionali, ma senza scimmiottarle. Anzi: il trio di amici composto da Toni, Vittorio e Fabione ricorda per caratteri e nostalgie quello dei tre amici di Ettore Scola in C'eravamo tanto amati: il film di Stefano Lodovichi guarda fuori, senza però dimenticarsi le radici.
Ambientato nell' Italia degli anni di piombo, la utilizza soltanto da cornice: non necessariamente un difetto, dato che la parabola di Toni è ben piantata sulla scrittura delle sue stesse vicende. È il caso di dirlo: tra tanti titoli spesso dimenticabilissimi, per una volta Netflix non ci ha dato una sòla.