È certamente piaciuto molto ad Aldo Grasso, l'omaggio a Gino Paoli andato in onda domenica 29 marzo su Rai 2 e condotto da Pierluigi Diaco. Per il critico del Corriere della Sera infatti, la serata intitolata Per sempre Gino è stata non solo un'occasione mancata, specie se confrontata a quella ideata da Fabio Fazio in onore di Ornella Vanoni, ma senza troppi giri di parole, uno "spettacolo imbarazzante". I dati di ascolto hanno poi confermato le sue impressioni, dato che lo speciale in prima serata è stato visto da appena mezzo milione di telespettatori per uno share del 3,14%.
Un flop che pesa sulla rete, ma non è il punto dell'analisi di Grasso. Il critico televisivo ha invece sottolineato come lo spettacolo sia stato tutto un parlare con ospiti che poco aggiungevano alla serata, procedendo ad asfaltare tutto ciò che poteva essere asfaltato: gli ospiti, il tono dell'omaggio e, soprattutto, il conduttore.
Il problema vero, ha scritto Grasso, è che Per sempre Gino "è stato, per molti versi, uno spettacolo imbarazzante". Specie se, appunto, confrontato con l'omaggio che Fabio Fazio ha dedicato a Ornella Vanoni sul Nove: "lì emozione, misura, interpretazioni e perfino qualche salutare silenzio. Qui invece era tutto un parlare, un commentare, un sovrapporre”. E gli ospiti? Gino Paoli spiegato da Alba Parietti, Fausto Bertinotti che evoca Umberto Eco e "lucidato da Marino Bartoletti, sempre pronto a trasformare ogni frase in una colata di retorica". Presenti in studio anche Gabriella Farinon e Rosanna Vaudetti, “icone” televisive su cui Grasso ha preferito mantenere il silenzio, cosa che tra l'altro avrebbe gradito anche in studio.
Sugli ospiti, l'asfaltata del critico è definitiva: "il cast dei commentatori sembrava uscito da un generatore casuale di opinioni non richieste, degno di una recita parrocchiale di lusso. Era la degradazione ultima dell’idea di destino". Ma a questo punto, lascia intendere, non sarebbe stato meglio affidarsi agli archivi e all repertorio straordinario della Rai?
È l’ironia della sorte, quella che non sfugge ad Aldo Grasso: si comincia con quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, che pensavano di essere destinati a qualcosa di più di un banale impiego in banca e un matrimonio, e si finisce ad essere incensati da Pierluigi Diaco. Davvero uno strano destino allora, quello di Gino Paoli: una vita spregiudicata, intensa, bohémien, e poi, scrive Grasso, “a tirare le somme in prima serata, arriva l’orazione funebre affidata al più conformista, al più convenzionale, al più diligentemente opportunista dei conduttori”. Una stroncatura in grande stile: per la serata, certo, ma soprattutto per il conduttore. Siamo sicuri che stavolta, per la sua recensione, Grasso non ha avuto bisogno di ricorrere al metodo della bibliomanzia.