Come un documentario sulla riproduzione del gambero nel Pacifico: a questo s’è ridotta l’emozione di Aldo Grasso nei confronti del Mondiale e, per estensione, del calcio stesso. E no, non perché al grande evento manchi l’Italia; o almeno non solo.
Che gli azzurri non siano presenti infatti, è ormai una consuetudine: se non avevamo brillato in quelli precedenti, questo è il terzo di seguito che saltiamo. Dunque ormai, siamo rassegnati al fatto di non poter tifare la nostra squadra: non è perciò questo che rende il calcio poco interessante, essendo rimasto l'assunto di partenza, lo stesso dei Mondiali precedenti.
C’entra invece la tv, e il senso del grande evento. Di certo il critico televisivo del Corriere della Sera esprime un sentimento molto diffuso anche tra gli spettatori: il grande evento non è più quello che si aspettava, usando un luogo comune, in “trepidante attesa”. Perché oggi, a differenza del passato, il grande evento inizia quando deve ancora finire quello precedente. È venuta dunque a mancare l’eccezionalità: nel frattempo, secondo Grasso, il calcio sembra più una convention della Fifa che altro.
Nei giorni scorsi, Grasso aveva già criticato il taglio di Shakira durante la messa in onda della cerimonia di apertura della World Cup, ironizzando che la diretta si fosse presto trasformata in Chi l’ha visto?, tanto che gli aveva risposto anche il direttore del Tg1 Gianmarco Chiocci: se infatti il giornalista riteneva che la Rai avesse cercato di attribuire la responsabilità del taglio alla Fifa, era stato lo stesso Chiocci a rispondergli, respingendo la critica al mittente.
Lo sguardo però non è solo al nostro contesto. Donald Trump, Gianni Infantino e l’overdose da intrattenimento: il calcio del Mondiale Usa, Canada e Messico è stato colonizzato dallo show business americano: quando il Presidente degli USA e Infantino si stringono la mano, il calcio smette di essere uno sport e diventa un saggio di geopolitica distopica. Poi c’è il limite anche al binge-watching dei dribbling che, intanto, scrive Grasso sono pure spariti: ma da un punto di vista dello sport, il calcio è ovunque, sette giorni su sette, a ogni ora. Champions League infinite, campionati spezzatino, mondiali per club e, alla fine, il troppo stroppia.
Il calcio dunque, prosegue il critico, non è più il “rito pagano collettivo” che era e dovrebbe essere; piuttosto, sembra una lunghissima convention aziendale della Fifa in cui, ogni tanto, qualcuno prende a calci un pallone. Con la conseguenza che le feste permanenti hanno un difetto: dopo un po’, sembrano giorni normali.
Alla fine, Grasso come il pubblico tutto, questi Mondiali se li guarderà: ma senza battere ciglio. Anzi, “con il cuore freddo”.