Solo qualche giorno fa, dopo che il fenomeno di Tony Pitony è definitivamente esploso a Sanremo 2026, ci siamo ritrovati a commentare un viso da impiegato di banca perché qualcuno era riuscito a scovare sui social l’unica foto ancora in circolazione di un ragazzo che le aveva provate tutte per sfondare, salvo poi riuscirci solo dopo aver indossato una maschera tanto assurda quanto curiosa. Funziona così: mezzo errore e sei fregato. Anche se ci hai investito tutto in una non identità. Adesso, però, Tony Pitony può consolarsi, perché la stessa sorte è toccata addirittura a Banksy, il cavaliere d’oro della street art. L’accostamento è improponibile? Sì, è improponibile. Ma il minimo comune denominatore tra Tony Pitony e Banksy c’è e quel minimo comune denominatore è la grossa colpa che dobbiamo portarci addosso tutti: la profonda volgarità nell'insistenza con cui il secolo della trasparenza coatta cerca di strappare i veli a ciò che è nato per restare nell'ombra. Banksy, l’ultimo spettro romantico di un’arte potente fatta per strada, è “rimasto fregato” da un'inchiesta poderosa della Reuters. Il nome? Ve be’, ve lo diciamo anche se su MOW l'avevamo già fatto circa tre anni fa: Robin Gunningham. O David Jones, per chi ama le coincidenze messianiche con il Duca Bianco. Nato a Bristol nel 1973. Ex studente della Bristol Cathedral School. Un uomo che ha passato la vita a scappare per finire incastrato in un reportage intitolato, con un certo gusto feticista, In Search of Banksy.
I fatti sono lì, nudi e crudi, portati alla luce dai giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison. Hanno seguito le tracce di un'ambulanza in Ucraina, tra le macerie di Horenka, dove nel 2022 un uomo con la barba si strofinava la schiena in una vasca da bagno dipinta su un muro bombardato. Hanno interrogato testimoni. Hanno mostrato foto segnaletiche come si fa con i rapinatori di banche. Hanno incrociato vecchi workshop giovanili da 50 sterline a lezione e persino un arresto a New York datato 2000, con tanto di confessione manoscritta. Hanno anche ridimensionato il mito di Robert Del Naja, il frontman dei Massive Attack, derubricandolo da "identità segreta" a semplice collaboratore del grande artista. Sia inteso: un lavoro giornalistico impeccabile, invidiabile e tecnicamente ineccepibile. Poderoso. Ma resta una domanda: avevamo davvero bisogno di sapere?
La psicologia dell'arte spiega sin da quando esiste che la percezione di un'opera è indissolubilmente legata al mito del suo creatore. Privare Banksy dell'anonimato, quindi, rischia di essere un atto di iconoclastia più che di verità. Con un viso, un nome e un cognome, Banksy smette di essere l'incarnazione di una critica sociale collettiva e diventa un cinquantenne di Bristol che paga le bollette con la faccia di un Tony Pitony qualsiasi quando è senza maschera. Ecco perchè il suo legale, Mark Stephens, ha reagito malissimo. "Lavorare in anonimato o sotto pseudonimo – ha scritto alla Reuters - serve interessi sociali fondamentali. Protegge la libertà di espressione consentendo ai creatori di guardare in faccia il potere senza timore di ritorsioni, censura o persecuzioni". Banksy potrà ancora permettersi di dipingere un giudice che colpisce un manifestante o una ragazza che perde un palloncino ora che ha un indirizzo di residenza su cui notificare una censura?
C’è da dire, comunque, che l’indagine della Reuters, pur con il suo rigore, lascia in ogni caso un minimo spazio al dubbio, un margine d’errore che lo stesso Stephens cavalca dichiarando che il suo cliente "non accetta che molti dei dettagli contenuti nell'inchiesta siano corretti". E noi, in fondo, ci speriamo. Speriamo che Gunningham sia solo una conclusione sbagliata, che il David Jones di turno sia un omonimo perfetto nell'universo dei nomi comuni britannici. Altrimenti la curiosità che ha alimentato il mito sarà stata soddisfatta, ma a quale prezzo? Il pubblico ha una fame atavica di segreti, ma è una fame che, una volta saziata, lascia un senso di vuoto, di "disincanto del mondo" per citare Max Weber. E’ come scoprire da bambini il trucco dietro la sparizione della donna segata a metà: il prestigio sparisce, resta solo il legno e un po' di trucco. Invece è giusto che Banksy resti un grande artista (se fosse mediocre, non avremmo speso decenni a cercarlo come uno facile da trovare). La verità è? L'inchiesta Reuters, per quanto poderosa, ci ha reso tutti un po' più poveri. Ci ha tolto la possibilità di credere che esista ancora qualcuno capace di affermarsi, e magari sfidare anche il potere, restando invisibile, dietro la bellezza di un muro dipinto. Se Robin Gunningham è davvero Banksy, allora Banksy è morto. Ma se fosse ancora lì fuori, a ridere di questo David Jones qualunque, allora il gioco continua. E sinceramente, per una volta, non viene da fare il tifo per i giornalisti.