Il famolo strano della destra in questi mesi era: famolo gramsciano (e cioè comunista). La battaglia era tutta lì, come sostenuto già in un libretto del ministro della Cultura Alessandro Giuli: bisogna puntare all’egemonia culturale della destra, conquistare le casematte della sinistra, distruggere l’amichettismo loro con l’amichettismo nostro, o col familismo, o con quel che abbiamo, insomma un modo bisogna trovarlo. Ci avevano provato sperando nella doppietta: dopo la prima leader donna e bionda di destra e prima premier donna e bionda, hanno puntato sulla direttrice d’orchestra donna e bionda, l’unica che la destra potesse tirare fuori dal mazzo: Beatrice Venezi. Il sovrintendente Colabianchi ci ha provato, ha tenuto duro, ma con sindacati e orchestrali e buona parte dell’intellighenzia contro c’è stato poco da fare. Ve lo avevamo raccontato prima di tutti, a settembre 2025, e vi avevamo annunciato una "guerra" politica che di lì a poco sarebbe scoppiata. Ora la destra sventola bandiera bianca.
La Fondazione Teatro La Fenice ha comunicato di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con Beatrice Venezi. A firmare la sentenza è proprio il sovrintendente Nicola Colabianchi, lo stesso che quella nomina l'aveva voluta, difesa, portata avanti mentre attorno a lui volavano volantini dai loggioni e qualcuno urlava “Colabianchi dimettiti” in sala. La motivazione ufficiale è nelle “reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche della maestra, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua Orchestra”. Incompatibili, dice la nota,”con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai Professori d’Orchestra”. Pare che a Venezia non abbiano apprezzato l’intervista rilasciata al quotidiano argentino La Nacion in cui Venezi ha detto che i posti nell'orchestra del teatro veneziano si tramandano “praticamente di padre in figlio”. L'orchestra aveva risposto con “profonda costernazione e amarezza”, gli stessi sentimenti di questi mesi: affermazioni “gravi, false e offensive”, che ledono la professionalità di musicisti selezionati “esclusivamente attraverso concorsi pubblici internazionali basati sul talento e sul rigore procedurale”. E scusate se è poco.
Anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha rilasciato una nota che vale la pena leggere con attenzione: “Prendo atto della decisione di Nicola Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia”. Che “tale scelta possa sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni d'ogni ordine e grado”. Traduzione: non è una sconfitta del governo, è una decisione autonoma. Insomma, c’è ancora tempo per l’egemonia culturale. Ma quando? Il 2027 è fra poco, troppo poco. Se in quattro anni non sono riusciti a mettere da qualche parte, che dico un direttore d’orchestra, ma manco uno che suonasse il triangolo.