Cattivi o buoni che siano, i maestri - che stanno sparendo - sono un patrimonio contro il quale si sta compiendo il peggiore dei crimini intellettuali: il delirio ideologico e dunque culturicida. Erri De Luca, per esempio, non ha nulla a che vedere con la nuova sinistra. Potrebbe essere anche giusto così, dal momento che lo stesso scrittore auspica un partito - che ora non c’è - che sia “esclusivamente giovanile” e cioè fatto da ragazzi - che in Italia non ci sono - e cioè non da Erri De Luca. Eppure, tanta saggezza è più giovanile della rigidità, neanche morale, ma capricciosa dei giovani di sinistra. Contro cui si può fare buon uso dell’intervista del 7 febbraio a La Confessione.
Erri De Luca dice cose serissime in modo molto onesto, mentre Peter Gomez, cercando di fare il suo lavoro (e forse qualcosa di più, di sbagliato, di troppo), prova a tirargli fuori qualche ammissione di colpa, se non qualche confessione vera e propria (come quando gli chiede se lui sia a conoscenza dei particolari dell’omicidio di Calabresi). Erri De Luca, che ne La parola contraria ricorda a tutti quanto di lui certamente non si può dire, e cioè che sia un intellettuale poltronaro, pigro e comodo, uno di quelli che fa la rivoluzione col culo degli altri, da Gomez smonta il menù di banalità di chi oggi si sente la nuova avanguardia politica. Sui fattacci di Torino per Askatasuna fa capire subito da che parte sta: dalla parte di Askatasuna. Si chiede perché il poliziotto fosse da solo in mezzo alla gente quando, ironizza, di solito è il contrario e ci sono tanti poliziotti intorno a pochi manifestanti. Forse l’errore è a monte, dell’agente, e ciò che è seguito, dice, “sono cose che capitano normalmente” in quei contesti. Non ha problemi, tuttavia, a definire le martellate la poliziotto, quella violenza, per nulla rivoluzionaria, tantomeno proletaria: sono, dice, “scontrini” (almeno per chi ha vissuto gli Anni Sessanta) certamente “abusivi”, lontani dai sentimenti che hanno animato le decine di migliaia di persone in piazza. È violenza senza scopo, dunque neanche lontanamente strumentale, dunque fine a se stessa, e dunque per nulla rivoluzionaria, di certo non marxiana (poiché la violenza non può che essere un mezzo). Si può essere d’accordo o meno (chi scrive crede che quella violenza sia invece espressione di inciviltà insita nell’interpretazione che della dialettica dà Marx). Ciò che conta è comunque la pacifica serenità con cui sostiene, allo stesso tempo, di essere dalla parte dei civili senza essere dalla parte degli scemi.
Secondo argomento, l’Ucraina. Ha consumato, dice, tre furgoni usati andando ogni anno, dall’inizio della guerra, al confine. Questo perché, dice, non essendo pacifista non può che essere partigiano della resistenza ucraina. Questo dovrebbe essere tanto ovvio quanto sacrosanto, ma la sinistra non lo segue. La sinistra preferisce altri noti pensionati, uno su tutti Barbero, convinti che la Crimea sia russa e che tutto sommato le colpe siano da entrambe le parti (nonostante, seppur vero in una dimensione di lungo periodo che difficilmente viene applicata dagli stessi al Medio Oriente, a stringere il tentativo di una guerra lampo di stampo nazista lo ha fatto Putin e non Zelensky).
Terzo argomento: Gaza. “Sento la mancanza di altre mobilitazioni. Non ci sono per l’Ucraina e per l’Iran, la più grande rivoluzione popolare della storia di questo secolo”. In altre parole, sente l’ipocrisia o la sensibilità selettiva verso un conflitto e non verso altri. Gomez prova a far notare che si tratta di un conflitto particolare, visto che un esercito sta uccidendo civili. Un genocidio secondo alcuni. Per Erri De Luca è una semplificazione, poiché si tratta di una guerra urbana, così come è una semplificazione far coincidere sionismo e quello che Jaques Attali definisce “bibismo”. Sionismo, ricorda De Luca con un tweet, è condizione necessaria per sostenere una soluzione a Due Stati, poiché accanto al diritto a esistere di uno Stato Palestinese deve esserci il diritto di Israele a esistere. E sionismo non è altro che questo. Altra storia, dice giustamente, è la lenta annessione della Cisgiordania attraverso la violenza tollerata e quasi mai punita dei coloni.
Certo, si è lontani dagli anni in cui De Luca lottava, davvero, in strada. Ora, dice, fa più free climbing. Ma resta bellissima la definizione che dà a braccio della sua generazione: “Eravamo infervorati, sì, eravamo insonni, non facevamo sogni ma avevamo una veglio molto infebbrata”. Così come è bello il modo in cui racconta la scoperta delle Sacre Scritture, lui che si definisce né ateo né credente. Era in un posto in cui c’era solo la Bibbia da leggere e “per vizio di lettore” la lesse. A quel punto tutto gli fu chiaro: “Voglio sapere com’è fatta ‘sta lingua che si è presa la briga di portare il monoteismo nel Mediterraneo”. Con che pace si dedica all’estetica, senza doverla insozzare necessariamente con l’ideologia spicciola (solitamente cattiva filosofia e sociologia; ovvero antropologia culturale). Infine una nota che farebbe bene a molti oggi, dal momento che il pluralismo, così come l’universalismo dei valori, sembra essere diventato un nemico non solo della destra reazionaria ma anche della sinistra vittimista. Quando Gomez gli chiede, a proposito di un libro scritto con un’icona della moda francese, se gli opposti si attraggano, lui risponde: “No, le persone si incontrano”. Chiudiamola, anzi apriamola, qui.