Nella chat di redazione la nostra esperta dice: “Pechino va con il pilota automatico”. Ieri ha ricordato che, da Jack Kerouac a oggi, il segreto del successo del programma è la voglia di viaggiare on the road. La fame della strada che hanno pure gli influencer, i ricchi, la media e alta borghesia. Pure Chanel Totti. Questo sentimento antico e universale è la benzina di Pechino. Benzina, perché Pechino non lo ricarichi con la colonnina nel parcheggio, lo ricarichi con la puzza, anche un po’ reazionaria, delle auto proibite dall’Ue, nemiche della burocrazia patinata, delle auto che vedi sempre meno a Milano e sempre più nelle province. Lo senti l’odore, lo sporco sulle mani, niente di particolare. Benzina ha anche un altro nome. Verità.
Pechino funziona per quella dose di verità che ogni programma è costretto a cedere e che loro fanno fatica a cedere (o almeno più fatica di altri). Lo stress in quelle condizioni è reale, molto più di quello, che so, della convivenza obbligata (ma voluta) nella Casa di lusso del Grande Fratello (il cui unico difetto era avere un solo bagno). È un esperimento social come il Gf ma con una differenza fondamentale. In un mondo che si mette in pantofole, per usare le parole del filosofo Pascal Brucnker, Pechino te le fa levare. Anzi, ti fa venire voglia di levartele e partire. Un’amica lo ha fatto. Da un paio di anni fa il giro dei Paesi con pochi spicci e pochi panni. Pure un altro mio amico, innamorato dell’Indonesia. Ma la maggior parte di noi non lo farà mai. A tutti questi, compreso me, un po’ di benzina, un’auto del nonno, una provincia quasi disabitata, potrebbero anche bastare.