Si intitola niente meno che “Anima” ed è fuori da pochi giorni. La collaborazione fra Brusco e gli Inna Cantina è percorsa da profumi classici. Reggae pop che sa esprimersi bene e arrivare al punto, cosa non da poco.
Brusco lo conosciamo. Un pioniere del reggae italiano. Alle spalle ha una decina di dischi e una marea di concerti. Gli Inna Cantina (Jimmy e Ientu) sono fra i suoi discepoli. Il duo romano con l’ultimo album, Reggaediazepine (2024), ha superato i due milioni di ascolti su Spotify, con brani virali su TikTok come “Mahatma Gandhi” e “One love”. L’occasione giusta per chiedere a Jimmy dove va il reggae oggi. E dove andrà “Anima”.
Ti tocca, Jimmy, mi spiace: qual è lo stato del reggae oggi in Italia?
Ma no, la domanda è pertinente. Lo stato di salute del reggae non è buono, bisogna ammetterlo. Poi ovviamente dipende da chi lo fa, però diciamo che il reggae ha vissuto una bella epoca, ormai diversi anni addietro, con i vari Villa Ada Posse, Brusco, Sud Sound System e Alborosie. Piano piano, nel tempo, la magia è un po’ svanita. Noi, per esempio, abbiamo un pubblico molto trasversale, partiamo dal reggae ma siamo anche pop. Questo ci rende accessibili a tutti, insomma. E per certi versi, pur cresciuti, siamo ancora quelli che hanno iniziato dodici anni fa, quando facevamo il liceo assieme.
La scuola come incubatrice di un sogno.
Eravamo anche rappresentanti d'istituto e questo ci permetteva di far partecipare i ragazzi alle attività, alle manifestazioni. Così, anche attraverso il reggae, riuscivamo a coinvolgere gli studenti in questioni più sociali, più politiche, tipo la famigerata Riforma Gelmini fra il 2008 e il 2010 (quarto governo Berlusconi). In quel periodo abbiamo iniziato a scrivere i primi testi, poi sono seguiti i primi concerti. Il disco d’esordio ce lo produsse Er Piotta. Ad oggi la nostra attività più costante rimangono i concerti, ne facciamo 40-50 l’anno. Ma viviamo anche nel mondo dei numeri e delle collaborazioni, sempre crescenti. Come quella con Brusco.
Com’è nata la collaborazione?
Siamo cresciuti con la sua musica, ci ha fatto appassionare a questo genere. Quasi esordienti, frequentammo il Brusco Music Lab e lì nacque un'amicizia. Negli ultimi dieci anni abbiamo fatto tantissime serate insieme, quindi questo è un feat d’amicizia, non una collaborazione casuale.
Torniamo ai vostri anni militanti: di cosa ritenevate responsabile il ministro Mariastella Gelmini?
I tempi cambiano e noi siamo cresciuti, però alcune storture della sua riforma restano. I tagli all’istruzione furono intollerabili. Tagli pesanti mentre alcune scuole cadevano a pezzi e mancavano gli strumenti per lavorare.
Ritieni quei tagli all'istruzione responsabili, indirettamente, di altri tipi di successivi tagli? Recentemente, vedi caso La Spezia, sono accaduti fatti tremendi dentro le mura scolastiche.
Esistono responsabilità che non mi sentirei di attribuire direttamente alla Gelmini. Gli elementi in gioco sono tanti. Si taglia da una parte e non da un’altra. L’istruzione si può tranquillamente tagliare, ma sulle armi si fanno nuovi investimenti. Mi fermo qui, ma il discorso mi pare chiaro.
Forse proprio qui inizia “Anima”. Parlate di “un esercito che si rifiuta di prendere in mano il fucile”. Credi che questo tipo di messaggi possano essere oscurati dal fatto che il reggae, soprattutto fuori da Regno Unito e Giamaica, è spesso percepito come una musica soprattutto estiva e scanzonata?
Il rischio del reggae è questo. Parto da “raggamuffin”, però. In giamaicano questo termine significa “parlare alla gente”. Parlare alla gente in modo diretto, non troppo elaborato. Poche metafore, solo quelle essenziali. Certo, non tutto il reggae parla di questioni anche sociali (pensiamo al tema del fumo), quindi è inevitabile che l’impatto globale sia quello di una musica spesso soleggiata. E per certi versi va anche bene così. Va bene una musica che nel mondo di oggi ti faccia “prendere bene”. Anche la nostra musica è piena di good vibes.
Sempre in “Anima” parlate di odio come normalità.
Mi sembra che oggi, i capi dei governo, quasi ovunque, siano ispirati dall’odio. Gaza, Sudamerica, Ucraina. E poi Trump, l’Ice. L’odio parte quasi sempre dall’alto, dai modelli proposti. Un odio che entra in un tessuto sociale che già sconta i suoi drammi (i femminicidi, ad esempio). Quello che temiamo è, appunto, la normalizzazione di questo sentimento nefasto.
Perché si sta normalizzando?
Perché è a portata di mano. Sentiamo di poterlo accogliere nella vita di tutti i giorni. Il popolo, del resto, è un po’ uno specchio di ciò che vediamo in alto. Con “Anima” cerchiamo di dire proprio questo: non normalizziamo questa voglia di scontrarci, separarci. Pensate se al posto della repressione si insegnasse un po’ di amore, si mostrasse la convivialità.
Le vostre radici sono anche nei centri sociali. Vi siete mobilitati, o siete stati comunque coinvolti, nelle recenti manifestazioni pro Askatasuna?
No, non c’eravamo. Troppo lontani e, in questo periodo, troppo impegnati. In passato abbiamo partecipato, insieme ad Askatasuna, alle manifestazioni contro l’alta velocità in val Susa. Concettualmente siamo d’accordo con le loro richieste. Con la libertà che viene chiesta per questi spazi. Tuttavia, con la violenza non possiamo andare d’accordo. Considera che il nostro singolo precedente si intitolava “Mahatma Gandhi”.
Il ritornello dice: “Restiamo calmi”. Manifestare è un diritto, ma la violenza rovina tutto. Capisco la rabbia sociale, la comprendo. E comprendo la rabbia sociale repressa, la peggiore. Però sto con le migliaia di manifestanti pacifici e non con i pochi facinorosi. Ma la Sinistra, su questo, è sempre stata divisa.
Il vostro ideale sarebbe un fiume di gente che attraversa le città senza elementi di guerriglia.
Sì, penso alle manifestazioni del settembre 2025 in favore della Palestina. Migliaia di persone in piazza. Una sola anima. Persone che non si girano dall’altra parte davanti a un genocidio. Una questione umana, ancor prima che politica.