Produci, consuma, crepa. Questo sembra essere il destino non solo di noi poveri esseri umani costretti a lavorare per vivere e a ridurre sempre di più il tempo dedicato a ciò che ci piace davvero, ma anche della musica. Ogni venerdì veniamo letteralmente inondati di nuovi brani. Alcuni rimangono, altri li dimentichiamo dopo un ascolto, alcuni neanche ci arrivano a essere riprodotti nelle nostre app di streaming. E in un panorama musicale in cui velocità e immediatezza sembrano essere le parole d’ordine, Jacopo Èt ha scelto una strada diversa con un progetto diviso in tre parti che invita chi ascolta a prendersi il tempo necessario per assaporare ogni sfumatura della sua musica. Lo abbiamo intervistato per parlare del secondo capitolo di “Sammy, Cabiria, etc. etc.”, da cui emerge il grande lavoro per immagini fatto da Jacopo Ettore, la connessione con l’artista “easter egg” presente in questa seconda parte del progetto (non ve lo spoileriamo, per rispetto del lavoro di Jacopo e perché è più divertente scoprirlo ascoltando il brano), la creatività che si intreccia con le parole di Oliviero Toscani e i tormentoni, che alla fine sono solo canzoni a cui siamo noi a dare un’etichetta…

Perché hai deciso di frammentare il tuo progetto? In un periodo in cui si tende a buttare fuori tutto quasi di fretta, tu hai deciso di dividere il tuo album in tre parti.
Esce tantissima musica e la sensazione, senza escludermi, è che si abbia come dici tu fretta, anche nell'ascolto. Volevo dare spazio e respiro alle canzoni, cercando di trovare una forma che non fosse né quella del singolo secco, in cui non mi riconosco perché ho bisogno di un universo più grande, né quella dell'album intero, perché queste canzoni hanno bisogno di tempo per essere recepite. Sinceramente, mettendo fuori nove brani tutti insieme mi sembrava di chiedere tanto a questo momento storico.
Ogni settimana esce talmente tanta musica che l'ascoltatore fa veramente fatica a stare dietro a tutto, perdendosi anche brani bellissimi.
Con il disco precedente avevo fatto un percorso di singoli, ma ripeto, mi piace che questo progetto abbia più tridimensionalità. Non è un disco di uno che fa solo ballad o solo up-tempo, ma di un artista che si diverte a cercare sfumature nella musica e dare dei piccoli assaggi, che rappresentano bene il mio percorso. Mi piace molto questa cosa che sta succedendo soprattutto negli Stati Uniti di fare dischi non completamente di genere, come ha fatto Doechii, la rapper americana del momento, che ha fatto un pezzo totalmente r&b e poi ha pubblicato un disco completamente rap. A mio modo ho provato a fare una cosa simile, anche perché chiedere a chi non mi conosce di ascoltarmi per nove tracce mi sembra un po' presuntuoso per l'inizio del mio percorso.
Entrando nel vivo di questa seconda parte del progetto, "Saracinesche" è un brano davvero interessante, con un easter egg che mi ha colpito particolarmente, soprattutto per la connessione che hai con l'artista presente nella traccia.
Il trip del disco è proprio di fare collaborazioni non menzionate. Mi piace, perché nascono dall'esigenza di condividere una canzone e non di salire sulle spalle di artisti più celebri di me, perché è indiscutibile che sia emergente dal punto di vista artistico. Con l'artista (che teniamo segreto, ndr.) c'è una condivisione di gusti, di poetica, tanto che abbiamo scritto insieme anche il suo pezzo di Sanremo, e "Saracinesche" rappresenta un dialogo bello e sano tra noi due. Ci sono tanti interrogativi in questa canzone, anche se ha un sottofondo di brano d'amore.
L'immagine della saracinesca che viene usata per raccontare una sorta di discussione è molto evocativa. Mi piace il linguaggio che avete usato, non c'è niente di scontato e arriva l'immagine di chi, in una discussione, abbassa una saracinesca immaginaria per mettere un muro e porre fine a tutto. Lavori molto per immagini ed emerge tantissimo.
Sono abbastanza un fissato. Non lo cito precisamente, ma penso a Oliviero Toscani che ha detto "quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando" (citazione che viene da lontano di Joseph Conrad, che ha detto "come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?"). È proprio il riassunto della mia vita. "Saracinesche" è nata davanti allo studio, ho visto delle saracinesche chiuse ed è partito tutto in modo casuale, una cosa che adoro della musica, è magica.
"Cabiria", invece, mi ha colpito perché non avevo idea che fosse anche la protagonista di un film di Federico Fellini, e ho scoperto che anche tu ci sei arrivato in un secondo momento. Ti capita spesso? A volte abbiamo delle strane connessioni con le parole...
Mi piace il cinema, un certo tipo di letteratura, e mi piace il cosiddetto "mumbling", quella cosa di abbozzare linee melodiche con parole che non esistono, mangiucchiate. Gianna Nannini una volta mi ha detto "è come se la voce mi suggerisse di dire una cosa". La cito perché è una verità, perché quando canticchi sopra degli accordi una melodia, soprattutto per chi ha dimestichezza nella scrittura italiana, cerchi di farla assomigliare a parole italiane. Volevo scrivere una canzone che avesse come interlocutore una sorta di alter ego di me stesso, una figura quasi mitologica a cui confidare certi dubbi ed esternare emozioni negative, che a volte nascondo ma le provo. Avevo questa figura che cercavo di chiamare, come in una sorta di preghiera, e dopo ho realizzato che quella parola somigliava a Cabiria. Mi è piaciuto ci fosse il parallelismo con il film di Fellini, anche se lei è una mezza prostituta, una borgatara, mentre la mia è una sorta di ombra.
"Canzone facile" mescola la tua attività autorale per altri a quella di autore per te stesso. Ma cosa significa per te "canzone facile"?
Qui significa essenziale, semplice e pura. Più che una vera definizione di una canzone, è una questione di vita. Ironicamente la definisco una canzone che parla della mia vita che mi complica la vita. Quando noi cantiamo delle canzoni da bambini sono pure, non hanno a che fare con un modo di essere, di apparire, perché la musica è anche un modo di vestire, è un vestito che ci mettiamo addosso e ci definisce, mentre quando non capiamo niente la vita è un giorno dopo l'altro. Quando non abbiamo il pregiudizio cantiamo delle canzoni facili, che sembrano delle filastrocche, essenziali. È di questo si tratta: il voler tornare a un certo tipo di origini. La vita, anche a volte le carriere artistiche, complicano tanto le cose. Questo disco l'ho approcciato quasi come a dirmi "ritorno a quando ho iniziato a fare la musica", perché queste canzoni devono piacere prima di tutto a me, non al pubblico, alla discografia, alle radio.
Ti sei svestito di tutte quelle domande che ci si inizia a fare quando la musica da passione diventa anche lavoro. All'inizio il primo ascoltatore di te stesso sei tu, e sei tornato proprio a una fase quasi embrionale.
È diventato il mio credo dell'ultimo periodo, anche autorale, sono attaccato a una visione. Magari una canzone funziona, piace anche se non esco dallo studio convinto, ma se non esco convinto perché sto facendo questa cosa? Non ha senso. Non presto la mia attività artistica e la mia creatività a qualcosa che non mi convince, anche quando scrivo canzoni mega pop. Anche quando si parla di tormentoni, a me tanti che ho scritto piacciono. Poi, io non scrivo tormentoni, ma canzoni, vengono etichettati così. Non ci vedo nulla di strano e di cattivo.
