Una Puglia arricchita, borghese, fatta di apparenze. L’estranea parte da lì, dalla cellula della società, la famiglia, il luogo in cui una minima variazione può determinare un domino di effetti su tutti coloro che ne fanno parte. Salvatore De Chirico, insieme a Paolo Strippoli, ha scritto questa storia: “La paura di perdere il controllo è anche mia”. Quando il regista gli ha proposto il film, la sua efficacia era evidente già dall’idea nella sua forma atomica, “la più pura e inviolabile”. E per costruire l’estranea come personaggio? “È capricciosa, divertente, cattiva, compiaciuta. Valeria Bruni Tedeschi ha fatto sue quelle azioni”. Abbiamo intervistato lo sceneggiatore De Chirico per farci dire si è evoluta la scrittura per questo film su Bari, scelto dall’Italia per i prossimi premi Oscar.
L’estranea chiama in causa il tema della responsabilità individuale e dello spostare il peso delle proprie colpe sugli altri: come sei partito nella scrittura mettendo al centro questo elemento?
Il processo di scrittura con Paolo è un processo che si è collaudato e raffinato nel tempo. Quando lui mi ha manifestato l'idea di scrivere un film insieme, aveva già in mente tre racconti brevi. Il secondo riguardava una donna che stringeva un patto con una sconosciuta per salvare la gamba di sua figlia, distrutta dal morso del cane di famiglia. Questa manciata di parole è bastata a far scattare quella specie di morbosità: e dopo cosa accade? La storia esisteva solo nella sua forma atomica, la più pura e inviolabile. Una grande idea regge quando all’origine ne percepisci la forza.
E da lì è iniziato il viaggio.
Per quanto la scrittura sia andata molto veloce, fluida, a un certo punto sembrava tutto incastrarsi. Nella prima fase della carriera, quando non hai ancora quell'esperienza decennale dei grandi autori, è fondamentale avere tempo: noi lo abbiamo avuto.
La prima cosa che avete deciso di fare?
Far vivere questi personaggi, abbiamo costruito la famiglia Colonna così nel dettaglio da vivere una sorta di delirio dissociativo: parlavamo di Anna, di Walter, di Alice come se fossero dei nostri familiari. L’estranea è l'anatomia di una famiglia infelice.
E qual è il personaggio che ti sei divertito di più a scrivere insieme appunto a Paolo?
Anna di Jasmine Trinca e l'estranea di Valeria Bruni Tedeschi. Per l’estranea avevamo in mente l'immagine di una donna sin dall'inizio, non so dire perché e come, però doveva possedere un'eleganza quasi atemporale. Era chiaro il suono dei tacchi che rimbombavano, anticipando il suo arrivo con il trench beige nella cappella di un ospedale durante la notte. E abbiamo immaginato il fumo delle sigarette in chiesa. Pur essendo una scelta scivolosa quella di pensare all’attore per un personaggio, l’estranea è stata costruita su Valeria, capace di vivere in un confine fragilissimo, sulla soglia dell’illusione effimera, un sogno; ma al tempo stesso doveva avere l'elemento opposto: resistente allo spazio e al tempo, una sorta di vampiro di Jim Jarmusch. All'inizio è una donna rassicurante, vede le fragilità dell’altra persona e poi affonda le unghie nelle ferite più virulente. Ma lo fa accarezzandoci il bordo della cicatrice. L'estranea è capricciosa, divertente, cattiva, compiaciuta. Valeria ha fatto sue quelle azioni.
Come hai vissuto l’accoglienza del pubblico?
Io e Paolo apparteniamo a quella generazione che per prima cosa legge i commenti su Letterboxd: alla fine della prima proiezione alcune frasi che avevamo scritto erano citate continuamente. È stato molto divertente vedere che le cose per cui ci divertivamo in fase scrittura abbiano scaturito questa reazione, anche un po' di pancia, del pubblico.
Paolo da regista ci ha messo dentro le sue ossessioni. C’è un elemento tuo, qualcosa di irrisolto, in questa sceneggiatura?
Noi due condividiamo delle radici geografiche, raccontiamo una Puglia che abbiamo vissuto entrambi. Conosciamo quel tipo di borghesia. La famiglia è l'unico sistema complesso nel quale basta una minima variazione, positiva o negativa che sia, può essere un brutto voto, qualcuno che ingrassa, qualcosa che va molto male sul lavoro per avere a cascata delle conseguenze su tutti i membri. Ed è per questo che nella nostra individualità, da adulti, cerchiamo di costruire dei sistemi di protezione, di controllo. La paura di perdere il controllo, di non poter dominare le cose appartiene anche a me. Non c'è nulla di più spaventoso dell'idea che il male possa colpire le persone a noi vicine. La vita è un meccanismo terribile e complesso, può essere allo stesso tempo meraviglioso e tragico.
Il dolore è parte centrale della storia.
Anna lo vive durante uno dei più grandi momenti di euforia collettiva del nostro Paese, ovvero la vittoria dei Mondiali del 2006. Ci troviamo spesso nella situazione opposta: a gioire, a innamorarci, a essere felici e provare quasi un senso di vergogna per questa felicità, perché tutto intorno il mondo sta andando in pezzi. Quando ho iniziato a fare cinema mi sono fidato molto di una frase di Bernardo Bertolucci: fare i film è un modo per liberare i fantasmi dalle stanze della mente. Col tempo ho capito che non è così. Fare cinema è un modo per familiarizzare con quei fantasmi e renderli meno spaventosi, accettarli come delle parti possibili di noi, trovare loro uno spazio.