Il mondo là fuori brucia. Una generazione ha deciso di scendere in piazza nelle grandi città per opporsi a un’idea di mondo. Le ragioni materiali sono la base di una contestazione più profonda. E serve un dizionario per interpretare un momento così decisivo: il cinema può aiutarci a decifrare quei fatti. Quello italiano, però, ultimamente manca proprio di questi elementi: di analisi del presente, consapevolezza del passato e prospettive sul futuro. Alla Festa del Cinema di Roma, il 24 ottobre, abbiamo intervistato il direttore dei David di Donatello, Gian Luca Farinelli, per trovare delle coordinate nel caos e capire come l’industria italiana sta cambiando. “Se il mondo è sull'orlo del baratro, per il cinema non abbiamo mai avuto così tante buone notizie”, ci dice. E la prossima stagione cinematografica promette bene.
Direttore Farinelli, in che modo la storia del cinema deve rimanere presente anche nei festival?
Ci sono due elementi da tenere in considerazione. Da 15 anni a questa parte, la storia del cinema è diventata facilmente reperibile a chiunque, ogni anno sempre più materiale d’archivio viene digitalizzato. In realtà i grandi festival dagli anni Cinquanta in avanti hanno sempre organizzato delle retrospettive. È una tendenza cominciata molto presto. Un festival che vuole stare nella modernità non può fare a meno di guardare alla storia. Lo fanno i cineasti, tutti gli autori hanno dei punti di riferimento, anche quando non lo sanno. Ovviamente il rischio è che tutti facciano la stessa cosa, proponendo solo i film restaurati. E poi c'è un altro tema: viviamo in un mondo in cui si può falsificare il passato molto facilmente, e questo viene fatto in maniera massiva. Il cinema è uno strumento di conoscenza della storia fondamentale.
Il vuoto lasciato da un cinema che non parla del presente rischia di essere riempito da fake news e propaganda.
I cineasti si possono suddividere tra quelli che interpretano il loro lavoro come un modo per rendere migliore il mondo e quelli a cui di questa idea non interessa. È un tema molto rilevante: un cinema fatto da autori che pensano solo a se stessi mi sembra problematico.
Nelle città italiane, da Nord a Sud, l’Italia è scesa in piazza. Come si fa un festival quando intorno accade tutto questo?
Ci pensavo presentando il film della sezione dedicata a Goffredo Fofi. Gli spettatori si sono decisi a uscire per andare a vedere un film sovietico poco conosciuto, che sicuramente nessuno ha mai visto su uno schermo cinematografico. Vuol dire che volevano proprio farlo. Per nessuno è stato un gesto casuale uscire di casa in un momento del genere. Questa dimensione di bolla è parte essenziale di un festival cinematografico: è nello stesso tempo una fuga dalla realtà e una fuga nella realtà, non può fingere di essere fuori dal mondo, ma deve avere una politica culturale capace di coglierne gli aspetti interessanti. Un festival vive nel presente e ci consente di sfuggire al ricatto del presente. Non dobbiamo guardare solo in una direzione.
Molti hanno ricondiviso sui social un video del 1968. Ritrae Godard e Truffaut a Cannes che, provocando i critici, dicono: ci chiedete dei film e non di tutto quello che sta succedendo in Francia?
Conosco quel filmato: non penso che Godard abbia ragione. Io mi chiamo Gian Luca perché mio padre era pazzo di Godard, ho una straordinaria ammirazione per il suo genio. Ma è molto facile, nel momento in cui il mondo brucia, puntare il dito: guardate là, guardate le fiamme. Perché forse è vero esattamente il contrario: quello che manca oggi non è stare nel mondo che brucia, ma capire perché sta bruciando o chi lo sta facendo bruciare. E per farlo bisogna guardare da fuori. In fondo è la vera funzione dell'arte.
Il cinema italiano sta prendendo questa direzione?
Il nostro cinema vive un momento di enorme crisi. La legge Franceschini ha dato grandi risorse al settore, l'abbiamo tutti salutata come un passo avanti enorme, che ci metteva al livello della Francia, da sempre ritenuta un modello da seguire. Paradossalmente però la legge non ha prodotto quello scatto. In questi dieci anni il cinema francese ha dato una rappresentazione molto precisa del paese. Quello italiano no. Certo, ci sono dei formidabili artisti, ma nel complesso al nostro cinema è mancata l'analisi dell’Italia, della sua storia e della prospettiva da intraprendere.
È un aspetto che emerge soprattutto nel confronto con altri contesti. Pensiamo ai film americani dell'ultimo periodo: c’è l'urgenza di guardare agli Stati Uniti di oggi.
I registi americani con una notevole capacità di andare in profondità. Per noi invece è un momento di grande difficoltà. L'Italia ci sorprende in continuazione, nel bene e nel male. Mi auguro che questo momento sia da stimolo per una svolta. Vedo comunque dei cambiamenti, ci sono degli elementi molto interessanti anche da parte del pubblico, per esempio il successo di Naza.
Se l’aspettava questa accoglienza in Italia?
Sì. Non è un caso che il film sia andato a Venezia, come La voce di Hind Rajab. L'Italia è un paese che sta assistendo al dramma israelo-palestinese con grande attenzione.
Quali novità ha intenzione di portare ai David di Donatello?
Ci sono aspetti strutturali, una stagione dei premi del cinema internazionale che inizia a gennaio coi Golden Globe e che finisce con gli Oscar. In mezzo ci sono il Goya, il César, l'European Film Awards. Arrivare con i David subito prima o subito dopo Cannes, cioè quando si annunciano già i film della stagione successiva, è un errore. Evidentemente bisogna risolvere il tema della serata di premiazione, perché è un po' il peggio della televisione. In sala hai alcuni dei migliori autori italiani, il risultato non può essere quello. È facile da dire, molto difficile da smontare. Piera Detassis, la persona che mi ha preceduto, ha fatto un ottimo lavoro nel modernizzare i David. Bisogna proseguire su quella strada e renderli sempre di più l'accademia del cinema italiano, un luogo che rappresenta tutti, una comunità che lavora per rafforzare un’identità comune.
Il Cinema Ritrovato di Bologna è un esempio di come attraverso la storia si possa rendere internazionale un festival: anche questo è un suo obiettivo dichiarato. Dal lato autoriale, Paolo Strippoli candidato agli Oscar fa ben sperare?
Bologna è una città particolare, insieme al festival è cresciuta la Cineteca, abbiamo intuito 40 anni fa che c'era uno spazio di lavoro in cui l'Italia era molto indietro. Abbiamo avuto anche la possibilità di lavorare con una grande continuità di indirizzo. Che Martin Scorsese sia presidente onorario dei David è un bel segnale. Strippoli è un buon esempio di regista giovane che cerca di battere una strada di cinema di genere, puntando a una dimensione internazionale. Basta leggere i titoli di questa stagione per capire quanto il cinema debba superare una prospettiva nazionale: penso a Fjord, la Palma d’oro a Cannes di quest’anno, un regista rumeno che gira in Norvegia; a Fatherland, di un regista polacco che assieme a dei produttori italiani, tedeschi e francesi fa uno straordinario film sulla storia della Germania; a Bola Negra, un film spagnolissimo, ma con una grande star americana come Glenn Close e una spagnola come Penélope Cruz. L'Europa esisterà anche se ci sarà un cinema europeo.
Come se lo raffigura?
Un cinema capace di costruire l’immaginario di un vasto pubblico europeo. Quand’è che c'era il cinema italiano? Quando era conosciuto in tutto il mondo. Stefania Sandrelli, Sophia Loren, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi: erano famosi ovunque. Paradossalmente era più europeo il cinema degli anni Sessanta, in cui Marcello Mastroianni e altri attori del suo livello potevano lavorare in Italia o in Francia senza che nessuno si ponesse la questione della loro nazionalità. I David non possono fare questo da soli. Però sarebbe bello se contribuissimo.
Lei vede disponibilità da parte degli autori a costruire questa linea culturale insieme alla politica? Pupi Avati e Marco Bellocchio sono nomi spesso sollecitati.
In quei giorni si votava per il Comitato di Indirizzo Artistico dei David. Mi sembra che l’idea che sia importante partecipare e dare un proprio contributo sia passata. Ho anche percepito l'interesse degli autori a fare la loro parte. Avati e Bellocchio sono due ottimi esempi. C’è bisogno del supporto di tutti, il progetto deve essere condiviso alla base.
Sono molti i professionisti delle troupe che negli ultimi mesi hanno manifestato le proprie difficoltà.
C’è un lavoro di ricucitura da fare. Siamo in un mondo egotico, il vero cambiamento storico è costituito dalla devastante affermazione dell'ego, e l’Italia tradizionalmente non crede alla parola noi. Qui siamo a 500 metri dalla casa di Suso Cecchi D'Amico, dove tutti si incontravano e lavoravano assieme. Oggi c’è grande dispersione. Tessere di nuovo le relazioni con tutte le parti del settore è il primo lavoro necessario.
La legge di cui si discute, invece, può essere d’aiuto?
È il punto di partenza. Creare un’agenzia per il cinema è logico. Mi chiedo perché non sia stata fatta prima, la Direzione Cinema del Ministero della Cultura non può da sola seguire una partita così complessa e diversa rispetto alle altre. Il cinema è un'industria, ha bisogno di tempi di intervento rapidi. L’importante è che questo nuovo ente sia gestito da professionisti estranei alla politica, che deve dare solo l’indirizzo. Ma ripeto, la questione fondamentale sono i tempi: non possono passare anni per rendere operative le decisioni.
Cosa dobbiamo aspettarci da questa stagione cinematografica?
Sono molto impressionato dalla qualità. Quella 2026-27 è assolutamente eccezionale. Fare le cinquine degli Oscar sarà complicato, resteranno fuori dei grandi film. Una cosa mi spaventa: nella storia del cinema una stagione che viene da tutti considerata come tornante è il 1939. Sappiamo cosa è successo dopo in Europa.
Siamo sulla soglia di cosa?
Il cinema è in grandissima forma, i cineasti sono lucidissimi. Sono capaci di fare delle opere che raccontano il futuro, penso a Digger; che guardano al passato con una profondità e una lucidità impressionante, vedi Fatherland; che colgono le grandi questioni del presente e che sanno rivisitare i generi rinnovandoli completamente, come Hope. Io non mi divertivo così tanto da quando vedevo i film di Sergio Leone. È possibile anche che questo sia il presagio di qualcosa di tremendo. L'umanità e gli artisti stanno guardando con grande spavento e consapevolezza al presente. Il successo dell'Odissea dimostra che il pubblico a certe condizioni vuole andare in sala. Per la prima volta da 20 anni a questa parte c'è un ritorno dei giovani al cinema per vedere cose che la televisione non propone. Se il mondo è sull'orlo del baratro, per il cinema non abbiamo mai avuto così tante buone notizie come nell'ultimo anno.