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Be Folk

Se avete mandato i vostri figli al Catechismo, fatevi perdonare con The Odyssey di Nolan (critiche o non critiche)

Emanuele Pieroni

18 luglio 2026

Tenetevi forte: Ulisse è lo specchio di Gesù Cristo, è uno dei padri del pensiero occidentale e incarna la ragione, l'autonomia e la finitudine umana. Perciò dimenticatevi delle pippe mentali cinefile e fatevi un favore, andate al cinema

Foto di: Ansa

Lasciate perdere cosmogonie e cosmo-agonie, i codici calati da un alto che è solo immaginato da qualche divinità con complessi di onnipotenza. E pure le burocrazie dello spirito. Sbattetevene le palle anche delle critiche sul film di Nolan, su tutto quello che poteva essere e non è stato, sugli errori che ci sono, sul volerci mettere per forza una bandiera politica sopra (tanto Ulisse era Radicale e nessuno gli farà più cambiare idea) e andate al cinema. Anzi, se per un anno intero avete accompagnato i vostri figli al Catechismo, portate anche loro e sentitelo come un dovere morale di bilanciamento necessario. Perché se l'Occidente ha un Natale è in una storia tramandata che non s'è mai chiamata Bibbia e meno che mai Vangelo. Anzi, è una storia che coincide con il rumore del legno che torce, il sole che scotta, il sale che rovina sempre tutto e un uomo legato all'albero maestro di una nave che sceglie di ascoltare l'incanto mortifero delle Sirene senza farsi fottere. Quell'uomo è Odisseo, il polýtropos. L'eroe dall'ingegno multiforme che, nel bel mezzo del collasso del mito, inventa la postura intellettuale, psicologica e morale di tutta questa baracca che chiamiamo civiltà. Per chiunque professi una visione autenticamente liberale, radicale e individualista del mondo, quest'uomo va oltre la storiella edificante del ritorno a casa per riabbracciare il cane e la moglie fedeli. È l'archetipo di una laicità assoluta. Una figura così fallibilmente e meravigliosamente umana da risultare oltre Dio. E, tenetevi forte, perfettamente speculare (ma simmetrica) a quella di Gesù di Nazareth. Solo che laddove il Cristo incarna la verticalità nevrotica di una trascendenza che deve farsi carne per redimere la storia dall'esterno, Ulisse è l'orizzontalità cinica e immanente dell'essere umano che si fa logos per dominare la contingenza. Due parabole di salvezza, certo! Ma l'una è una promessa soteriologica e metafisica per anime bisognose di consolazione, l'altra è una certezza psicologica ed empirica per spiriti sovrani.

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La transizione fondamentale dall'ordine del mito a quello dell'individuo si compie attraverso una scissione psichica dolorosa ma dannatamente necessaria, quella che Horkheimer e Adorno, prima di perdersi nelle nebbie della scuola di Francoforte, avevano intuito nella loro Dialettica dell'Illuminismo. Divanti alla cecità tellurica e catastrofista di Polifemo o alle forze brutali del cosmo primordiale, Odisseo sperimenta la nascita dell'Io cosciente attraverso il capolavoro dell'artificio e della mistificazione: si autodefinisce Outis, "Nessuno". Una abiura semantica? Chi lo pensa è disonesto: è il paradosso fondativo di tutto l'individualismo occidentale, cazzo! Per affermare la propria identità contro il caos della natura indifferenziata, il soggetto deve anzitutto imparare a dissimularla. A frammentarla. A sottoporla alla disciplina cinica della ragione strumentale. Questa è la vera aurora della psicologia. Odisseo spazza via il thymos impulsivo, tragico e gloriosamente stupido di Achille, votato a una morte precoce per un briciolo di vanità bellica, e introduce sul palcoscenico della storia il principio di realtà non contro il principio di piacere, ma "a fianco" al principio di piacere. Inventa la dilazione della gratificazione. Il suo viaggio è continua calibrazione nevrotica, dove l'angoscia della perdita si rigenera in strategia del dominio. Insomma, piegare anche l'avverso in nome di Io invece che di Dio.

Roba quasi eretica per i bigotti della domenica? Forse, ma è innegabile la sovrapposizione tra Odisseo e il Nazareno nei termini di un'emancipazione assoluta del soggetto. Entrambi conoscono la solitudine radicale dell'essere, confrontandosi con spazi vuoti e ostili: il deserto delle tentazioni cristiane è il mare aperto delle insidie odisseiche. Entrambi respingono le lusinghe di un'alterità totalizzante che vorrebbe annullarli. Ma se Gesù rifiuta il demonio in nome di una sottomissione al Padre, Ulisse fa qualcosa di immensamente più grande e radicale: rifiuta l'immortalità statica, atemporale e regressiva offerta da Calipso. Sceglie deliberatamente la finitudine. L'invecchiamento. Le rughe e la morte. Rivendicando la dignità della propria contingenza storica e la propria libertà di agente morale. La redenzione odisseica se ne frega del sacrificio dell'amore cristiano (agape), si nutre solo di gnosis: esperienza vissuta sulla propria pelle. Se il Cristo si proclama via, verità e vita, l'eroe greco dimostra che la via si costruisce solo camminando, che la verità è un processo laico di continuo svelamento (aletheia) e che la vita ha valore esclusivamente se sottratta al fatalismo oracolare degli dei. Dialogando da pari a pari con Atena, in un rapporto di perfetta integrazione dell'archetipo della sapienza e dell'ombra che avrebbe fatto quasi masturbarsi pure uno come Carl Gustav Jung, Ulisse desacralizza il potere. Calpesta i tabù ancestrali. E si autoistituisce come individuo autonomo al di fuori di qualsiasi teocrazia normativa.

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Un terremoto, santoddio! Di quelli sopra a cui s'è poi ricostruita tutta la filosofia successiva. La metis di Ulisse, quell'intelligenza elastica, pragmatica e stratificata che rifiuta i dogmi immutabili per saggiare la realtà attraverso il tentativo e l'errore, è la culla genetica dello scetticismo antico e del moderno empirismo di Locke e Hume, dove la conoscenza è sempre rigorosamente situata, purchè sporca di mondo e mai a priori. Persino l'architettura monumentale della Fenomenologia dello Spirito di Hegel non è che una traduzione concettuale dell'Odissea: il viaggio della coscienza che esce da sé, si aliena nel mondo, sperimenta la negazione e la contraddizione prima di ritornare a se stessa arricchita dal dolore del tempo, ricalca fedelmente il movimento circolare verso Itaca. Fino a giungere all'apoteosi del superuomo di Friedrich Nietzsche, prefigurato già dall'Ulisse dantesco (Dante, guarda caso, lo infila all'Inferno ma lasciandosi scappare tutta l'invidia possibile verso Ulisse) che esorta i compagni a travalicare i confini del mondo noto per "seguir virtute e conoscenza". È l'individuo che guarda nel caos senza farsi inghiottire. Che naviga sul mare aperto dell'incertezza. E che è esempio e ambizione anche per chi non vuole ammetterlo adesso che qualcuno ha avuto il coraggio di annunciare che Dio è morto. La bussola? L'unica è nella fedeltà alla terra e nella propria indomita volontà di potenza. Ulisse è la magnifica, estenuante e aristocratica fatica dell'autonomia personale. Dimostra al pensiero laico e libertario che essere uomini significa accettare il rischio perpetuo della navigazione. Il fallimento cosciente. E il rifiuto sdegnoso e sdegnato di ogni sponda dogmatica. Con tanti saluti al folklore degli umani che accettano di farsi chiamare "gregge". Quindi sì, a prescindere dalle critiche a Nolan, dal poteva fare meglio o peggio, dalle cazzate di cui si parlerebbe in un dopo Messa qualsiasi della domenica, andate al cinema a guardarvi una riscrittura della storia di Ulisse, il primo uomo moderno: imperfetto, fallibile, spietato quando necessario, ma infinitamente grande nel suo rifiuto di abdicare alla sovranità del proprio intelletto.

https://www.youtube.com/watch?v=T6on1N3RSzk&t=20s

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