Famola squadrata, avrà suggerito Andrea Laszlo De Simone a Malik Djoudi in occasione del rework di “Non è reale”. Ascoltatela, questa nuova versione. Echi, fraseggi quasi vaporwave, un clima rarefatto e poi… Boom! Cassa dritta, squadrata, gelida. “Non è reale” prende un’altra forma rispetto alla traccia inclusa nel colossale “Una lunghissima ombra”, probabilmente uno dei migliori (e più sorprendenti) album italiani degli ultimi 15 anni. Ascoltatelo, questo pezzo clubby ed estetizzante che sembra pensato per provocare insistenti turgori a Paolo Sorrentino. Cinematic, direbbero gli intenditori di anni ormai trascorsi. E ti credo che sia cinematic. I paesaggi sia intimi che espansi di “Una lunghissima ombra” erano atmosfera pura. Suoni che si stringono e si allargano, profumi di vecchia pellicola associati a visioni da installazione avant-garde. Non a caso, in occasione della pubblicazione del disco, Laszlo De Simone ci aveva trasportati in una strana bolla immersiva: al circolo Angelo Mai di Roma, ascolto spazializzato dell’album e visione di 17 inquadrature fisse sulla realtà rappresentata dall’artista. Poche persone ammesse. Un’esperienza, si era detto. Un’esperienza che tornerà ad aprile, al Capitol di Pordenone, e nella cornice unica della Fondation Vasarely per la Biennale di Aix en Provence, in Francia. F***ing wow.
Intanto, però, beccatevi questo rework fuori da poche ore. Ci ha pensato Malik Djoudi, tra le figure più raffinate della scena electropop francese, a riconcepire “Non è reale”. Senza chiedere scusa né permesso, ha così marchiato il pezzo sospirando in francese, mescolando la sua lingua ai versi italiani di Laszlo De Simone. Non chiamatelo esperimento, però. Perché se le nostri canzoni pop, qualsiasi sia la loro declinazione, non hanno mai brillato per essere facilmente remixabili o destrutturabili (i nostri cantanti, di solito, non hanno un gran feeling con il mondo dei producer o dei sound designer), è anche vero che Cosmo, in un passato non più così recente, ha disinvoltamente ridotto lo spazio che separa un ritornello da una cassa in quattro. Neppure un anno fa Cesare Cremonini flirtava duro con Joseph Capriati, Indira Paganotto e Seth Troxler, nomi della notte mediamente sconosciuti a una ragazza che fischietta “Poetica” o “Logico #1” sotto i portici bolognesi il sabato pomeriggio. Infatti il progetto, scheggia impazzita che aveva temporaneamente ribaltato il solito scacchiere, si chiamava “WHAT THE FUCK IS GOING ON HERE?!”. Sì, tutto maiuscolo. Il passaggio di Laszlo De Simone a una dimensione altra della sua musica suona, va detto, meno spiazzante. Perché il cantautore e musicista romano ha sempre cucito per i suoi brani vestiti sonori coraggiosi. Sospesi, psichedelici, indie-tronici. Ispirati da un gusto poco italiano (se però dimentichiamo che Franco Battiato, quello di “Fetus”, ad esempio, è e rimarrà sempre un orgoglio italiano al pari della pizza fritta, ma quella vera). Ascoltiamo quindi “Non è reale” come un pezzo ripensato. Ma anche come un’altra tinta di Laszlo De Simone. Oppure, fra l’ottimista e l’utopista, come uno di quei gesti di cui il nostro pop è saltuariamente capace. Quello di deformarsi, rimodellarsi, riconcepirsi fuori da sé: fuori dall’italianissimo vizio di ripetersi ad nauseam solo per garantirsi un plotone – più o meno numeroso – di abbonati a vita.