Hai voglia di mangiare? Mangia. Hai voglia di correre? Corri. Hai voglia di scopare? Scopa. Anche da sola, se è quello che vuoi. Desidera quello che desideri veramente, anche quando non è corretto, conveniente o comprensibile per qualcun altro. Perché forse la cosa più difficile non è capire cosa vogliamo, ma concederci finalmente il diritto di volerlo. È questo il cuore pulsante, umido, sanguinolento e tremendamente carnale di quel gioiellino che risponde al nome di Teenage Sex and Death at Camp Miasma (in originale il titolo funziona molto meglio che in italiano), il nuovo film scritto e diretto da Jane Schoenbrun, già dietro a “Ho visto la TV brillare”. Un film che parla di desiderio prima ancora che di sesso e di corpi prima ancora che di identità, mettendo insieme orgasmo e morte, final-girl e crisi generazionali, sangue a profusione e teoria dello sguardo. Il tutto con la meravigliosa capacità di essere al tempo stesso popolare e dotto, citazionista e originale, assurdo e profondo. Cinema di genere che cinema di genere lo trasuda da ogni poro, da ogni inquadratura, da ogni goccia di sangue e liquido corporeo variamente assortito. Una specie di proiezione notturna di Effetto notte finita dentro quarant’anni di slasher e cinema Z e poi precipitata nel presente, dove continuiamo forse a farci troppe domande su cosa sia giusto desiderare mentre il nostro corpo, molto più semplicemente, una risposta ce l’ha già. E di sangue, appunto, Camp Miasma ne ha tantissimo. Fiotti, schizzi, esplosioni, corpi aperti e mutilazioni che Schoenbrun mette in scena con un gusto volutamente e meravigliosamente cartoonesco, dove l’eccesso finisce per diventare linguaggio e la violenza, proprio perché portata oltre ogni possibile realismo, assume qualcosa dello slapstick. In certi momenti sembra quasi di vedere il Sam Raimi più scatenato, quello capace di trasformare sangue e viscere in materia comica senza privarli della loro natura orrorifica. Camp Miasma sa benissimo che lo slasher è anche questo: carne, sangue e morte trasformati in spettacolo, una giostra in cui si può ridere mentre qualcuno viene letteralmente fatto a pezzi.
La storia, almeno inizialmente, è persino archetipica. Camp Miasma è una vecchia saga slasher ormai spremuta fino all’osso che l’industria cinematografica decide, perché ovviamente l’industria cinematografica non butta mai via niente, di resuscitare ancora una volta. A occuparsi del nuovo capitolo è Kris, interpretata da una bravissima Hannah Einbinder, giovane regista queer alle prese tanto con il film quanto con una crisi personale e identitaria che sembra non permetterle più di distinguere perfettamente ciò che desidera da ciò che pensa di dover desiderare. Einbinder è favolosa proprio nel restituire tutte le contraddizioni di Kris, alternando insicurezza, nevrosi, desiderio, goffaggine e momenti di comicità purissima. È sensuale e al tempo stesso repressa, quasi contratta dentro il proprio corpo, come se anche il desiderio dovesse necessariamente essere prima pensato, analizzato e verbalizzato per poter essere vissuto. Un personaggio che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una caricatura della giovane autrice contemporanea e che invece rimane sempre tremendamente umano, anche e soprattutto quando diventa ridicolo. E del resto Kris arriva a “Camp Miasma” forte del successo di un film che ha praticamente rifatto Psycho dal punto di vista della tenda della doccia. Ebbene sì, proprio la tenda. Tutto molto “intellettualoide”! Una trovata meravigliosamente assurda che contiene già buona parte del gioco di Schoenbrun: teoria dello sguardo, cinefilia portata fino al paradosso, cinema indipendente intellettualizzato e soprattutto una notevole capacità di ridere di tutto questo. Perché Kris è anche, almeno in parte, una parodia affettuosa del cinema indie, colto, queer, metacinematografico e iperconsapevole del quale Schoenbrun è diventata una delle voci più riconoscibili. Il film potrebbe trattare Kris come la portatrice di uno sguardo nuovo chiamato a correggere quello vecchio e invece preferisce prenderla bonariamente in giro. E Schoenbrun, facendolo, finisce inevitabilmente per ridere anche di sé. Che il simbolo di tutto ciò sia una tenda da doccia che diventa soggetto cinematografico è semplicemente perfetto.
Per riportare in vita Camp Miasma, Kris vuole però Billy, interpretata da una Gillian Anderson semplicemente perfetta. Billy è la final girl dell’originale, attrice ormai ritiratasi dalle scene e trasformatasi in una sorta di Norma Desmond dello slasher: monumento vivente a un cinema passato, corpo sopravvissuto alla mattanza e soprattutto donna appartenente a una generazione che ha imparato a intendere sesso, desiderio e rappresentazione in maniera radicalmente differente dalla sua. Anderson comprende perfettamente il registro del film e costruisce un personaggio camp nella maniera più pura e riuscita possibile: divistica, artificiosa, sensuale, eccessiva, teatrale, larger than life e contemporaneamente attraversata da una malinconia che impedisce a Billy di diventare una semplice caricatura. Ogni gesto sembra leggermente più grande del necessario, ogni sguardo possiede qualcosa della diva che sa perfettamente di essere guardata. È Norma Desmond precipitata dentro uno slasher, ma è anche una donna che continua ostinatamente a desiderare e a voler essere desiderata. Ed è proprio la final girl uno dei punti fondamentali del film. Perché Camp Miasma prende uno degli archetipi più riconoscibili dello slasher e si domanda che cosa accada dopo i titoli di coda. Che cosa succede alla ragazza che sopravvive quando smette di essere una ragazza? Cosa rimane di quel corpo quando non deve più semplicemente correre, urlare, sottrarsi al coltello e arrivare viva all’alba? Billy è una final girl invecchiata insieme al genere che l’ha creata, una donna che ha attraversato la carneficina e che ora viene richiamata dall’industria per interpretare nuovamente il ruolo attraverso cui tutti hanno imparato a guardarla. Una Norma Desmond immersa nel sangue dello slasher, contemporaneamente reliquia, icona e corpo ancora desiderante. E Anderson è bravissima proprio perché comprende che il camp di Billy non è un ornamento: è parte del personaggio, della sua maniera di stare al mondo e soprattutto di continuare a essere protagonista della propria immagine. Ed è qui che Camp Miasma comincia davvero. Perché Schoenbrun prende il più elementare degli immaginari slasher, quello del campeggio, degli adolescenti arrapati, della carne squarciata e del mostro che arriva a punire il desiderio, e lo utilizza per ragionare proprio sul rapporto tra sesso, morte e rappresentazione. Lo slasher, del resto, ha sempre avuto un problema, o forse un’ossessione, con il sesso: si scopa e si muore, si desidera e si viene puniti, mentre la final girl rimane in piedi proprio quando tutti gli altri corpi sono stati penetrati, squarciati, aperti. Schoenbrun prende questo meccanismo e lo ribalta, lo sporca, lo rende queer e soprattutto lo porta dentro un presente in cui anche il modo di vivere il desiderio sembra essere diventato qualcosa da analizzare, discutere e definire. Ma c’è una cosa che rende Camp Miasma particolarmente riuscito rispetto a tantissimo cinema contemporaneo che affronta gli stessi argomenti: Schoenbrun sa ridere. E, cosa ancora più importante, sa ridere di sé. Dopo due film nei quali identità, disforia, cultura pop e rapporto tra immagine e costruzione del sé assumevano toni decisamente più perturbanti e dolorosi, qui Schoenbrun continua a interrogarsi sugli stessi territori ma sembra concedersi finalmente anche il piacere dello sberleffo. Kris è queer, è una regista, vive attraverso le immagini, ragiona continuamente sulla rappresentazione e sul linguaggio e ha persino girato “Psycho” dal punto di vista di una tenda della doccia: è impossibile non intravedere qualcosa dello stesso universo autoriale di Schoenbrun. E proprio per questo è importante che il film non la santifichi. La lascia essere confusa, contraddittoria, persino ridicola. La prende in giro e, attraverso di lei, Schoenbrun sembra prendersi in giro, riconoscendo quanto anche il linguaggio con cui una generazione tenta di spiegare sesso, identità e desiderio possa diventare impacciato, cerebrale e involontariamente comico.
È una leggerezza che non annulla il discorso ma, anzi, gli permette di respirare. Schoenbrun possiede una cinefilia profonda e Camp Miasma lo dimostra praticamente a ogni sequenza, ma ha qui l’intelligenza di non trasformarla in una dimostrazione di superiorità. Conosce lo slasher, conosce le sue regole, conosce il cinema Z e conosce perfettamente il vocabolario teorico attraverso cui oggi leggiamo genere, identità e rappresentazione. Poi prende tutto quanto e ci ride sopra. Compresa la propria figura autoriale.
Ed è anche attraverso Kris che questo ragionamento trova forse la propria forma più evidente. Einbinder costruisce inizialmente una protagonista quasi repressa anche fisicamente, trattenuta, impacciata, sensuale senza riuscire davvero a concedersi la propria sensualità, come se persino il desiderio dovesse necessariamente passare attraverso la mediazione delle parole, della teoria e della rappresentazione. Una regista capace di rifare “Psycho” dal punto di vista della tenda della doccia ma molto meno capace, almeno inizialmente, di guardare senza filtri il proprio corpo e quello degli altri. Ed è proprio questo uno dei movimenti più belli di Camp Miasma: Kris progressivamente si libera, e lo fa anche fisicamente, abbandonando quella postura quasi contratta con cui era entrata nel film per scoprire il piacere di essere semplicemente carne. Schoenbrun accompagna questa liberazione senza paura del corpo e della sua concretezza. Il corpo femminile viene mostrato nella sua generosità e matericità, occupa lo spazio, suda, sanguina, desidera, gode, invecchia. Gillian Anderson diventa fondamentale anche per questo.
La sua Billy è camp fino al midollo, costruita attraverso pose, sguardi e una sensualità quasi sfacciatamente divistica, ma sotto quella superficie rimane sempre un corpo vero, adulto, desiderante, che Schoenbrun filma senza cercare di addomesticarlo o renderlo astratto. Ed è bellissimo che proprio davanti a questa fisicità Kris finisca progressivamente per sciogliere la propria repressione. Le due donne appartengono a generazioni differenti e possiedono alfabeti quasi opposti per parlare di sesso, ma è nell’incontro tra i loro corpi, prima ancora che tra le loro teorie, che quella distanza comincia realmente a ridursi.
E qui entra in gioco quella che potremmo definire una vera e propria autopoiesi del desiderio. Perché in Camp Miasma il desiderio non sembra semplicemente qualcosa di preesistente che i personaggi devono avere il coraggio di confessare, quanto una forza capace di prodursi e riprodursi attraverso l’esperienza stessa, modificando chi desidera mentre desidera. Kris vuole capire chi è attraverso il cinema, le immagini, le categorie e le parole, ma scopre progressivamente che il desiderio possiede una capacità generativa tutta propria: desiderando costruisce anche una nuova versione di sé, e quella nuova versione di sé diventa a sua volta capace di desiderare diversamente. Una specie di circuito autopoietico nel quale corpo, identità e piacere continuamente si producono e ridefiniscono a vicenda. Il desiderio genera altro desiderio e, nel farlo, genera anche il soggetto che desidera.
Perché Camp Miasma parla innanzitutto di carne e liquidi. Cioè, banalmente e meravigliosamente, di quello che siamo. Corpi che desiderano altri corpi, che sanguinano, sudano, godono, invecchiano e muoiono. E in fondo sesso e morte non sono mai stati così distanti come vorremmo credere, tanto che esiste un’espressione francese meravigliosa per raccontarne la vicinanza: “la petite mort”, la piccola morte, diventata sinonimo dell’orgasmo, di quell’istante in cui il piacere coincide quasi con una momentanea dissoluzione del sé. In “Camp Miasma” questa parentela diventa letterale, visiva, persino comica: si gode e si muore, il corpo produce piacere e sangue, l’orgasmo e la morte finiscono continuamente per guardarsi negli occhi. È la vecchia regola dello slasher, certo, quella per cui chi fa sesso è spesso destinato a finire sotto la lama del killer, ma qui diventa qualcosa di più profondo: sesso e morte sono due esperienze che ci riportano violentemente alla nostra natura di corpi. Ed è proprio lì, tra desiderio e annientamento, tra “petite mort” e morte vera e propria, che Schoenbrun trova il cuore più carnale del suo film.
Da qui nasce anche il rapporto tra Kris e Billy, forse la cosa più interessante dell’intero film: due generazioni che si osservano, si studiano, talvolta quasi non si comprendono, e che hanno imparato a pensare la vita, le relazioni e soprattutto il desiderio attraverso alfabeti differenti. La distanza generazionale diventa così anche distanza cinematografica: da una parte il vecchio slasher sporco, carnale, exploitation, dall’altra uno sguardo contemporaneo molto più consapevole della rappresentazione e delle sue implicazioni. Due modi differenti di intendere il sesso, di parlarne e soprattutto di viverlo. Nel mezzo rimane però il corpo. Quello non cambia mai. E Schoenbrun questo corpo lo filma divertendosi, costruendo un immaginario cinematografico che pesca ovunque senza trasformarsi mai in un semplice giochino citazionista. C’è un mostro che nella sua fisicità e nella sua presenza richiama inevitabilmente il Pyramid Head di “Silent Hill 2”, mentre l’insistenza sullo sguardo, e soprattutto su quell’occhio verde che diventa quasi un’immagine-feticcio, sembra trascinarsi dietro qualcosa dello sguardo sporco, malato e terminale di “Non aprite quella porta”. Poi ancora il cinema Z, lo slasher anni Ottanta, il body horror, il melodramma hollywoodiano e quel sangue cartoonesco alla Sam Raimi che schizza dappertutto e rende la morte contemporaneamente repellente e irresistibilmente divertente. Tutto finisce dentro lo stesso calderone, ma sorprendentemente quasi tutto rimane leggibile.
Anche perché dietro sesso e sangue c’è un altro mostro, molto meno pittoresco: l’industria cinematografica. La necessità di riesumare continuamente proprietà intellettuali, sequel, reboot e franchise morti da decenni diventa parte integrante del discorso di Schoenbrun. Camp Miasma deve tornare perché Camp Miasma è un marchio, e un marchio non può davvero morire finché esiste qualcuno disposto a monetizzarne il cadavere. E anche qui ritorna la final girl: persino la sopravvissuta può essere riesumata, rimessa davanti alla macchina da presa e trasformata nuovamente in immagine. Chi possiede allora quell’immagine? Chi decide cosa deve rappresentare? E soprattutto quanto di noi appartiene davvero a noi stessi e quanto invece alla maniera in cui gli altri hanno imparato a guardarci? Non tutto, va detto, funziona con la stessa precisione. Nella seconda parte Camp Miasma tira un po’ troppo la corda, alcuni passaggi risultano più stiracchiati del necessario e soprattutto Schoenbrun finisce talvolta per insistere sui propri temi anche quando erano già arrivati chiarissimi allo spettatore. È il rischio di un film che ha moltissime cose da dire e che, innamorato delle proprie intuizioni, ogni tanto sente il bisogno di sottolinearle ancora una volta. Qualche momento perde così quella leggerezza feroce che rende irresistibile soprattutto la prima parte. Eppure il film si tiene. Eccome se si tiene. Perché dietro l’accumulo, il sangue a profusione, le citazioni e la deliberata assurdità rimane qualcosa di sorprendentemente semplice e umano: il desiderio di stare bene dentro il proprio corpo e di riuscire finalmente a desiderare senza avere paura del proprio desiderio. “Teenage Sex and Death at Camp Miasma” riesce così nella cosa forse più difficile per un horror che vuole essere anche metacinema: far ridere, intrattenere e contemporaneamente lasciare qualcosa su cui riflettere una volta usciti dalla sala.
Alla fine Schoenbrun sembra dirci che forse sesso e morte sono sempre stati così vicini nel cinema perché entrambi ci ricordano, in maniera brutalmente concreta, di possedere un corpo. E la final girl, quella che per definizione dovrebbe sopravvivere al sesso e alla morte degli altri, diventa allora il personaggio perfetto per raccontarlo. Ma soprattutto il desiderio non arriva alla fine di questo percorso come una risposta: è il movimento stesso attraverso cui Kris cambia, si produce e quasi si riscrive. Un’autopoiesi del desiderio, appunto, carnale prima ancora che teorica. Quel corpo può essere guardato, desiderato, trasformato, ferito, raccontato, rappresentato e infine riappropriato. Camp Miasma parla di tutto questo ricoprendolo di sangue, sesso, cinema Z, Sam Raimi e final girl. E soprattutto ha l’intelligenza di non prendersi mai troppo sul serio mentre lo fa. La morte ti fa bella? Forse. Il sesso, almeno qui, ti fa qualcosa di molto più importante: contenta.