Quando fuori l’aria è stanca o il sole accecante dei giorni passati si fa da parte, è tempo di leggere libri così. Da un lato l’ultimo riuscito romanzo di Stefano Vicario, Essere o non essere: La nuova indagine del re degli stracci (La nave di Teseo), l’ultimo capitolo di una trilogia cominciata nel 2021 e dall'altro un classicone un po’ da hipster un po’ dramatic, come se stessimo descrivendo le note di testa di un profumo e non propriamente un libro. Perché se Il mio anno di riposo e di oblio di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli) avesse un odore sarebbe di sicuro quello che si sprigiona in una pineta dopo la pioggia.
Essere o non essere: La nuova indagine del re degli stracci di Stefano Vicario è una lettura dinamica, veloce, che si consuma di corsa, anche se per il lettore dovesse essere il primo libro della trilogia. Tra momenti che arrivano come scene di un film e frasi che sanno descrivere con semplicità e immediatezza il senso di quello che il protagonista o la sua amata provano, ciò che descrive Vicario è una nuova appassionante avventura per l’ex avvocato Andrea Massimi incapace di perdonarsi per l’uccisione della moglie e della figlia mentre era con l’amante.
“Ed eccolo il potere degli stracci: sei invisibile perché nessuno ti vuole vedere.” (Stefano Vicario, Essere o non essere: La nuova indagine del re degli stracci, La nave di Teseo, pag.31)
Andrea vive nello scompartimento di un treno abbandonato insieme a Lillo e Aldo e ben presto, grazie a Flora, la veggente cieca, scoprirà la sua prossima sfida. Un gigante moldavo di nome Micio ha perso il suo compagno, Maskim. Dove è finito, se l'hanno rapito, è morto o è vivo, sono domande aperte a cui non risponderemo. Possiamo dire però che il romanzo nuota in un mare di personaggi chiari e definiti, soggetti perfetti di una sceneggiatura perfetta per una possibile serie perfetta. Una missione suddivisa in capitoli, scorrevolissimi, che fa riemergere nella memoria, tra i tanti pensieri e collegamenti sul tema, anche il film italiano Mani Nude che avevamo recensito qui. E questo perché nel romanzo di Vicario e nel lungometraggio di Mauro Mancini (a sua volta ispirato all’omonimo romanzo di Paola Barbato) è anche di violenza e di campi di battaglia che si parla. In mezzo al cinema e alla scrittura c’è un posto squallido e terribile in cui la gente per più motivi finisce per riprendersi in mano la vita.
Ancora cinema sfogliando Il mio anno di riposo e di oblio (Feltrinelli). Pare che non sarà più Lanthimos a dirigere l’adattamento cinematografico del romanzo ma, al suo posto, Rose Glass (suo Love Lies Bleeding). C'è sempre apprensione per tutte le pagine che ci appartengono destinate a trasformarsi in qualcosa di nuovo, da qui il motivo per cui, anche stavolta, siamo gelosi all'idea di lasciarle andare via e vederle su uno schermo. Mutevole è la sua sorte come cambia di continuo l'animo di chi legge Il mio anno di riposo e di oblio. Cambia chi lo incontra attraverso una forma, anche in questo caso, piuttosto cruda, diretta, 'semplice'. Ci si sente la protagonista di questa storia, oppure una sua conoscente, ci si può immedesimare al punto tale che s'avverte quasi il bisogno di chiederle scusa. Per una marea di situazioni sbagliate, per i suoi lutti, per una vita giovane che preferisce 'resettare' attraverso un anno di riposo e nascondimento da quello che succede intorno a sé. La favola di Ottessa Moshfegh è quella di una ragazza che sceglie il letargo, la 'reclusione', il confinamento per dimenticare e ripartire. “Non so indicare un evento specifico che mi aveva portato alla decisione di andare in letargo. All’inizio volevo solo un po’ di calmanti per cancellare pensieri e giudizi perché con la loro raffica continua facevo fatica a non odiare tutti e tutto. Pensavo che la vita sarebbe stata più tollerabile se il mio cervello fosse stato più lento nel condannare il mondo che mi circondava.” (O. Moshfegh, Il mio anno di riposo e di oblio, Feltrinelli, 2019, p.24).