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4 aprile 2024

Troy, morto a ventun anni durante una gara in moto a Hockenheim, ci ha lasciato addosso una domanda

  • di Paolo Covassi Paolo Covassi

4 aprile 2024

Troy Beinlich, giovane pilota tedesco, è deceduto per le lesioni riportate dopo il grave incidente a Hockenheim. Il rischio zero non esiste e non solo nel mondo delle corse. Ma allora perché lo si affronta?
 Troy, morto a ventun anni durante una gara in moto a Hockenheim, ci ha lasciato addosso una domanda

Probabilmente nessuno di noi ha mai sentito parlare di Troy Beinlich. Non vorremmo sembrare cinici o insensibili, ma altrettanto probabilmente nessuno di noi lo ricorderà nelle prossime settimane. Eppure il dolore e lo spaesamento che ci colpisce quando ci raggiungono notizie come questa sono veri, reali, tangibili. Troy Beinlich era un ragazzo di 21 anni, un pilota che stava correndo sulla sua moto la Racefoxx 1000 Km, una tappa della coppa tedesca di endurance sul circuito di Hockenheim.

Non sappiamo quale sia stata la dinamica, ma subito l'incidente è apparso in tutta la sua gravità: è intervenuto l'elisoccorso, la gara è stata sospesa, il giovane Troy portato urgentemente in ospedale, ma le ferite riportate erano talmente gravi che non c'è stato nulla da fare.

"Siamo sbalorditi e infinitamente tristi - recita il comunicato che ha accompagnato la notizia - che il nostro sport abbia mostrato il suo lato brutto. Per rispetto delle famiglie e degli amici non possiamo e non vogliamo fornire ulteriori dettagli in questo momento. Per favore, comprendete e date ai membri della famiglia tempo e spazio per elaborare il lutto. Vorremmo esprimere le nostre più sentite condoglianze alla famiglia e agli amici".

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Un post condiviso da TROY #11 (@troybeinlich11)

Che senso ha morire così? È la domanda che si pone chi non è mai salito in moto, ma è la stessa di chi non è mai andato in montagna, non si è mai immerso, non ha mai fatto lo speleologo e via dicendo. L'uomo è così, ha un tale desiderio di felicità e compimento che non si ferma davanti a nulla: non è una questione di adrenalina o di sfide "per sentirsi vivi". È un modo per esprimere sé e il proprio infinito desiderio, per questo noi "vivi" ci sentiamo tristi di fonte a queste notizie ma non ci fermiamo. E non venite a dire cose imbarazzanti tipo "è morto facendo quello che gli piaceva" come se questo fosse una consolazione.

Cose come questa non servono a sentirci vivi, però chi si trattiene, si ferma, si mantiene nella propria comodità è sicuramente già morto. Seguire le proprie passioni, anche se oggettivamente pericolose, vivere fino in fondo il proprio desiderio ci porta a ribaltare la domanda, non perché si muore ma perché si vive? Perché si nasce? Correre in moto non è la risposta, certo, ma è segno di un cuore che non si accontenta. Non conoscevamo Troy, ma ci piace pensare a lui come a un cuore desideroso di vita, mosso dallo stesso desiderio che ci fa alzare la mattina, salire su un tram o su una moto, affrontare le giornate con una domanda di senso che riempie le nostre giornate.

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