Il tennis d’élite torna a bussare alla porta del potere. Ma questa volta non chiede wildcard, non chiede di cambiare le palline, né di accorciare i calendari. Chiede soldi. O meglio: pretende una fetta più ampia della torta multimiliardaria servita ogni anno dai quattro tornei del Grande Slam. Dopo la denuncia della Ptpa (l’associazione guidata da Novak Djokovic e Vasek Pospisil) contro Atp, Wta, Itf e Itia per presunti conflitti d’interessi, la battaglia dei giocatori si sposta su un fronte ancora più diretto: il prize money dei tornei più importanti del circuito. Secondo quanto riportato da L’Équipe, la top 20 maschile e femminile ha firmato una lettera rivolta agli organizzatori di Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open, con una richiesta chiara: aumentare il montepremi, redistribuire in modo più equo i profitti, riconoscere il peso specifico di chi scende in campo. Per alcuni è una provocazione e un capriccio da superstar. Per altri una rivendicazione strutturata, che guarda al modello americano dell’Nba, dove ai giocatori è garantito fino al 50% dei ricavi della lega. Nel tennis, invece, i numeri sono molto diversi.

Il Roland Garros, ad esempio, nel 2023 ha messo in palio 53,5 milioni di euro: meno del 16% dei ricavi totali del torneo. Una distanza abissale tra quanto genera l’evento e quanto viene effettivamente restituito ai protagonisti. Ed è proprio questo il punto su cui i firmatari della lettera insistono: senza i giocatori e le giocatrici di vertice, nessuno accenderebbe la tv. Nessuno pagherebbe per un biglietto. Nessuno sponsorizzerebbe lo show. Certo, negli ultimi anni i premi sono aumentati. Agli Us Open si è toccata la cifra record di 75 milioni di dollari nel 2023. Il Roland Garros 2024 ha segnato un +7,82% rispetto all’anno precedente. I vincitori dei singolari maschile e femminile oggi incassano il 54% in più, i semifinalisti il 60% in più. Ma per i primi 20 del mondo, non è ancora abbastanza.

La logica è semplice: se il business cresce, deve crescere anche la quota destinata a chi lo alimenta. Nel 2024, i quattro Slam hanno raggiunto un’audience globale di oltre 2 miliardi di spettatori, distribuiti in più di 200 Paesi. Solo negli stadi, sono stati registrati 3.360.000 ingressi: +10% rispetto al 2023. Un boom su tutti i fronti (visibilità, marketing, incassi), ma non, secondo i giocatori, sulla redistribuzione. La nuova lettera si inserisce in una dinamica già avviata. La Ptpa aveva già posto il tema: più trasparenza, più equità, più voce ai giocatori. Ora però si entra nel dettaglio. Non è più solo una battaglia ideologica, ma economica. E simbolica. Perché i giocatori e le giocatrici non vogliono più limitarsi a essere corpi atletici. Vogliono essere riconosciuti come parte attiva del sistema. E nel sistema, contano i numeri. Non quelli del ranking: quelli sul bonifico.

Va detto: una prima redistribuzione, negli ultimi anni, c’è stata. Non solo nei premi destinati ai finalisti, ma anche nei turni iniziali e nei tabelloni di doppio. Tuttavia, la distanza tra quanto viene incassato dai tornei e quanto effettivamente ridistribuito resta enorme. Ed è qui che nasce il confronto con la Nba, la Premier League, la Formula 1: mondi in cui il concetto di revenue sharing è ormai parte dell’identità dello sport. La sensazione è che i giocatori non intendano più aspettare. E nemmeno accontentarsi di aumenti una tantum. La richiesta è strutturale, permanente, politica. Anche perché, come dimostrano gli equilibri attuali, senza top player non c’è prodotto vendibile. Non ci sono Sinner, Alcaraz, Djokovic, Swiatek o Gauff da mandare in onda, da promuovere, da commercializzare. Il prossimo Slam è il Roland Garros. I riflettori si accenderanno sulla terra rossa di Parigi, ma intanto si accendono anche le trattative. La domanda è sempre la stessa: chi prende quanto? Il pubblico attende il vincitore. I giocatori, invece, attendono una risposta. E soprattutto, il bonifico.