Siamo negli Stati Uniti, per la precisione all’Università del Maryland, dove nel corso della gara Cherry Blossom Open la fiorettista Stephanie Turner, in gara con i colori dell’accademia schermistica di Philadelphia, ha rifiutato di tirare con l’avversaria Redmond Sullivan dell’Iconic Fencing Club. Per dovere di cronaca occorre precisare che Sullivan è una ragazza transgender, ma nell’ambito schermistico la cosa non ha alcuna importanza (c’è un motivo se la federazione schermistica statunitense, USA Fencing, consente anche agli atleti transgender di tirare con avversari cisgender, ovvero persone la cui identità di genere corrisponda al sesso assegnato alla nascita).

Il “diabolico” piano di Stephanie Turner consisteva nel presentarsi regolarmente in pedana, dopo il breve riscaldamento e il controllo dell’attrezzatura per regolamento, fare il tradizionale saluto ad avversaria, arbitro e pubblico per iniziare l’assalto e successivamente inginocchiarsi posando l’arma a terra, senza nemmeno attendere che l’arbitro chiamasse il consueto “in guardia-pronte-a voi”.
“Sapevo cosa dovevo fare, la federazione non aveva ascoltato le obiezioni delle donne in merito alla sua politica di idoneità di genere” - ha dichiarato Stephanie Turner ai microfoni di Fox News - “Sullivan credeva che avrei iniziato a tirare di scherma. Invece, mi sono genuflessa subito, ho guardato l'arbitro e ho detto: 'Mi dispiace, non posso farlo. Sono una donna e questo è un torneo femminile. E non tiro con un uomo'”.
La Turner ha anche avuto un breve dialogo con l’avversaria, che ha provato a dissuaderla dalla protesta dicendole che (come poi è ovviamente successo) se non avesse tirato avrebbe ricevuto un cartellino nero per comportamento antisportivo: “Mi ha chiesto se stessi bene perché non aveva capito cosa stesse accadendo. Ho risposto che mi dispiaceva, che avevo molto rispetto nei suoi confronti ma non ritenevo giusto tirare di scherma”.

USA Fencing, interpellata da Fox News, ha aggiunto che il cartellino nero per antisportività è arrivato non tanto per la protesta e il rifiuto di tirare con un’avversaria transgender, quanto per il semplice rifiuto a salire in pedana. La federazione ha anche diramato una nota, in cui precisa che la sua politica in materia di inclusione “Si basa sul principio che tutti dovrebbero avere la possibilità di partecipare agli sport. Rispettiamo i punti di vista di tutte le parti ma ci aspettiamo che ogni forma di dissenso sia condotta con il rispetto delle regole”.
Questa notizia, che ha prontamente fatto il giro del mondo, ha riacceso in mente il caso che ha tenuto banco durante i Giochi Olimpici a Parigi, ovvero il ritiro della pugile Angela Carini contro l’avversaria Imane Khelif, poi laureatasi campionessa olimpica di categoria. In quel caso però parliamo di una pugile intersex, che dunque non è transgender ma è effettivamente nata con il sesso femminile. In quel caso, più che una protesta, fu un ritiro dettato un po’ dalla pressione (complice anche la politica che ha sollevato un caso sul nulla) e un po’ da un modo di fare della pugile italiana che, anche in altre occasioni, davanti ad avversarie più forti di lei aveva simulato un infortunio per evitare di combattere.
La scherma però è totalmente diversa dal pugilato: è sì uno sport di combattimento, ma la forza non conta. Ciò che conta veramente è un mix di precisione, agilità e prontezza di riflessi. Ogni stoccata va studiata, ancora di più nel fioretto che, come la sciabola, è un’arma convenzionale che dunque ha un bersaglio valido limitato e ogni frase schermistica è soggetta all’interpretazione dell’arbitro. Sempre ai giochi olimpici di Parigi è stata emblematica la storia della sciabolatrice egiziana Nada Hafez, che ha gareggiato al settimo mese di gravidanza consapevole del fatto che la forza nella scherma non sia tutto. Da ex schermidore, tra l’altro, chi vi scrive può confermare che, sia negli allenamenti quotidiani in sala sia negli allenamenti collegiali tra più scuole della stessa federazione, gli schermidori sono chiamati a tirare anche con avversari di sesso differente, proprio in virtù del fatto che, pur con le differenze oggettive che la genetica detta, in questo sport a condizionare il risultato di un assalto è una combinazione di fattori di cui la forza è soltanto una minima percentuale.
La scherma è uno dei pochi sport in cui vige un regolamento che norma il rispetto dell’avversario, imponendo il saluto ad avversario, arbitro e pubblico all’inizio e alla fine dell’assalto e, dopo il termine, alla fine del saluto anche una stretta di mano tra i due avversari. Non è raro vedere, a ogni livello di competizione come anche in allenamento, due avversari chiacchierare amichevolmente o addirittura abbracciarsi a fine assalto: è l’essenza di uno sport che insegna il rispetto dell’avversario e l’inclusione. Scene come quella di Stephanie Turner fanno male perché in una singola protesta immotivata sono crollati tutti i valori che contraddistinguono questo sport.

