Per un anno ha scelto il silenzio. Mentre fuori infuriava la bufera, mentre si rincorrevano ricostruzioni fantasiose e accuse, Umberto Ferrara è rimasto in disparte. Oggi, però, dopo che il Tribunale Indipendente ha fatto chiarezza sul caso della positività di Jannik Sinner al Clostebol, l’ex preparatore atletico del numero uno italiano ha deciso di parlare. E lo fa con la Gazzetta dello Sport, rivendicando la correttezza del proprio operato, ma anche il peso di ciò che ha dovuto sopportare. “Era giusto attendere la pronuncia degli organi competenti, che non mette in dubbio il mio operato”, spiega. “Ho subito un grave danno alla mia reputazione personale e professionale. Tutti hanno letto articoli o commenti che riportavano i fatti in maniera non conforme a quanto accertato dal Tribunale Indipendente con la sentenza del 19 agosto”. Il punto di partenza è noto. Ferrara aveva portato negli Stati Uniti uno spray a base di Clostebol, il Trofodermin, regolarmente prescritto per una sua patologia cronica. A utilizzarlo, però, fu il fisioterapista Giacomo Naldi, che lo impiegò su sé stesso per curare un taglio a un dito. Dopo averlo fatto, secondo la ricostruzione accertata dal Tribunale, trattò Sinner senza guanti o senza essersi lavato le mani. Il risultato: una contaminazione accidentale, confermata dagli stessi organismi antidoping, inclusa la Wada. Nessuna colpa né dolo, né da parte di Sinner né da parte dello staff.

Ferrara chiarisce: “Lo utilizzo da anni in quanto prescritto dal medico specialista quale farmaco di supporto per una patologia cronica. Ero perfettamente consapevole del divieto e l’ho sempre custodito con massima cautela, nel mio beauty personale”. Alla domanda sul perché l’avesse portato con sé in America, risponde che “mi sarebbe potuto servire per la patologia e per averlo a disposizione, essendo all’estero”. E Naldi? Perché gli suggerì di usarlo? “Non ho consegnato nulla a Naldi, gliene ho suggerito l’utilizzo poiché aveva un taglio ad un dito che non cicatrizzava e rendeva complicato il suo lavoro. Fui molto chiaro nel comunicare a Naldi la natura del prodotto e la necessità che per nessuna ragione dovesse entrare in contatto con Jannik. Infatti, ne ho consentito l’uso solo all’interno del mio bagno personale. Naldi non ha negato di essere stato informato, ma ha detto di non ricordare”.

Ferrara esclude categoricamente di aver mai sospettato una leggerezza da parte del fisioterapista, almeno fino alla comunicazione della positività: “Assolutamente no, proprio per gli avvertimenti che gli avevo fornito e per le sue competenze”. Quando la notizia è esplosa, la sua reazione è stata di “incredulità e stupore. Sentendo parlare di Clostebol, il collegamento con il Trofodermin è stato immediato. In poche ore abbiamo ricostruito i passaggi che hanno portato alla contaminazione di Jannik e ho fornito le prove dell’acquisto dello spray presso una farmacia di Bologna”. L’International Tennis Integrity Agency (Itia), nel chiudere il caso senza procedere contro alcun membro del team, ha dichiarato che “nel caso Sinner non era giustificato perseguire nessuno del suo entourage. Non c’è stata alcuna violazione delle regole del programma antidoping”. Un passaggio che Ferrara accoglie con sollievo: “Assolutamente sì. Ho trovato molto equilibrate le dichiarazioni e ho apprezzato il fatto che Itia abbia chiarito di aver fondato le valutazioni sulla base di una consulenza resa da un team legale”.

Ma con il senno di poi, rifarebbe tutto? “Con il senno di poi è facile dire che non rifarei le stesse cose. Sicuramente, non farei più affidamento sul comportamento altrui. Mi ha fatto soffrire la superficialità, a volte aggravata dalla malafede, con cui molte persone hanno trattato la mia posizione all’interno della vicenda”. Sul rapporto umano con Sinner, Ferrara non nasconde l’amarezza per l’epilogo, ma ne sottolinea il rispetto: “Nonostante i suoi 23 anni ha mostrato una maturità nell’affrontare la vicenda fuori dal comune, secondo me sostenuta dalla corretta convinzione di essere nel giusto. Ha un’etica del lavoro e una dedizione speciali, questo approccio lo porta ad alzare continuamente l’asticella. Lavorare con Jannik è gratificante e stimolante. L’ultima volta ci siamo visti a Doha e ci siamo salutati. Ho sofferto molto per la chiusura del rapporto, ma ero consapevole potesse essere uno dei possibili epiloghi”.

Oggi Ferrara ha iniziato una nuova avventura con Matteo Berrettini. Non sono mancate le critiche: “Sono pervenute da quelle stesse persone (giornalisti e non solo) che hanno trattato con superficialità la vicenda. Matteo si è documentato e ha preso le decisioni che ha ritenuto migliori”. Il mondo del tennis, però, non gli ha voltato le spalle. Anzi, racconta di aver ricevuto segnali importanti: “Prima di accettare la proposta di Berrettini avevo ricevuto altre offerte dalla Federazione e da giocatori di livello buono o ottimo”. E aggiunge: “Fondamentale: ho sentito la vicinanza dell’ambiente tennis. Allenatori, giocatori, preparatori, manager mi hanno manifestato la loro stima”. Alla fine, resta la ferita più profonda, quella personale. “Sì, molto”, ammette Ferrara quando gli chiedono se si sia sentito demonizzato. “Ho dovuto constatare che qualcuno ha scelto di attaccare la mia persona, riportando fatti e circostanze in modo superficiale, ignorando deliberatamente il contenuto della sentenza del Tribunale Indipendente, che ha ben determinato dinamiche e responsabilità individuali”. Non cerca scuse, non chiede applausi. Ma una cosa la rivendica, con forza: la verità dei fatti. E la dignità di chi, anche sotto attacco, ha scelto di aspettare in silenzio.