Il ritorno in campo è imminente, ma per Jannik Sinner è già tempo di decisioni cruciali. Tra una decina di giorni il numero uno del mondo potrà finalmente riprendere ad allenarsi con il suo staff dopo lo stop forzato per la nota vicenda Clostebol. Ma non lo farà subito a Montecarlo, dove nel frattempo si giocherà il primo Masters 1000 su terra della stagione. Jannik tornerà ad allenarsi insieme al suo team (Simone Vagnozzi, Umberto Ferrara, Claudio Zimaglia e Giacomo Naldi) e per l’occasione tornerà anche Darren Cahill, il super coach australiano che a fine 2025 uscirà di scena. O forse no. Sì, perché Sinner non ha ancora del tutto perso la speranza di trattenerlo. L’ha detto a gennaio in diretta mondiale, pochi minuti dopo aver sollevato il trofeo degli Australian Open: “Vorrei che rimanesse”. Lo ripeterà ancora, nei prossimi mesi, provando a convincerlo con il suo tennis, la sua etica del lavoro, la sua ambizione. Ma intanto si guarda attorno, perché la stagione è lunga e un nuovo punto di riferimento tecnico sarà comunque necessario.

Secondo Fanpage, il nome più caldo è quello di Renzo Furlan, ex numero 18 del mondo e tecnico che negli ultimi anni ha accompagnato Jasmine Paolini fino alla top 4 del ranking Wta, con finali conquistate al Roland Garros e a Wimbledon. Un profilo solido, esperto, libero dopo l’addio ufficializzato solo pochi giorni fa. Secondo Repubblica, dei contatti ci sono già stati, anche se tutto verrà definito solo dopo l’estate. Nel frattempo, il toto-allenatore impazza. Lo hanno affrontato anche Adriano Panatta e Paolo Bertolucci nel podcast La telefonata, dove sono emersi nomi come Goran Ivanisevic, Magnus Norman, Ivan Ljubicic, Carlos Moya, Boris Becker. Una lista che mescola grandi ex, super coach e volti noti del circuito. Ma l’ipotesi Furlan, tecnico italiano, vicino al mondo di Jannik, sembra la più concreta al momento. E anche quella meno “ingombrante”. Intanto c’è chi, di Sinner, torna a parlare con cognizione di causa.

È Riccardo Piatti, che con il talento altoatesino ha condiviso sette anni intensi, seguiti da una separazione mai davvero spiegata pubblicamente. Fino a oggi. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Piatti fa il punto sulla sua nuova vita, sulla generazione emergente e, per la prima volta, apre davvero il cassetto dei ricordi su Jannik. “Ho smesso di vivere la vita degli altri”, racconta. “52 settimane all’anno in trasferta, la famiglia che ruota intorno alle esigenze del giocatore: Gasquet, Ljubicic, Raonic, Djokovic, Sinner. Quando ho finito con Jannik ammetto di aver avuto qualche mese di stordimento, poi sono andato verso quello che piace a me: insegnare tennis”. Il Piatti Center, oggi, è pieno di giovani promesse: “Ho qui prospetti interessanti: il sardo Carboni, l’indiano Dhamne, un classe 2007 che ha appena vinto un challenger in Tunisia, il francese Debru. L’obiettivo è formare giocatori da top 10. E ora inseguo i sogni dei ragazzini”. Ma su Sinner non si limita al ricordo nostalgico. Ne parla da tecnico, con lucidità, e anche con un pizzico di profezia: “Sarà subito forte. Credo davvero che quest’anno possa fare il Grande Slam. La sospensione gli ha allungato la vita: arriverà a fine stagione fresco. In pandemia molti si prendevano pause, Jannik non ha perso un giorno. Sa perfettamente dove vuole andare”.

Secondo Piatti, il suo ex allievo è un fuoriclasse per convinzione interiore prima ancora che per colpi: “Un’arroganza agonistica rasente alla cattiveria”, la definisce. “Sinner sa chi è, dall’inizio. I Big Three lo hanno sempre saputo. Alcaraz lo sa a giorni alterni”. Sul campo, sono rari i contatti. Ma qualcosa è rimasto. “Di rado ci sentiamo. Però l’8 novembre mi ha mandato gli auguri di compleanno. Gli ho risposto: divertiti e facci divertire. Lui ha detto: andrà bene. Sapeva già tutto. Sapeva che avrebbe vinto”. Poi arriva il momento più delicato. Il divorzio. I segnali, dice Piatti, c’erano. Ma non è stato un episodio a far saltare il rapporto: “Tutti ricordano il match con Daniel, a Melbourne, nel gennaio 2022, quando disse: stai calmo, cazzo. Ce l’aveva con me per cose di campo. Era già successo altre volte. È normale dinamica tra coach e giocatore. Ho sempre voluto che Jannik diventasse indipendente. Ma per lui dovevo essere l’allenatore rigoroso, a volte rigido. A un certo punto, è stato troppo da reggere”. Eppure, non cambierebbe nulla: “Sì, rifarei tutto. Era l’unico modo per arrivare in alto. L’ho preso a 13 anni, se n’è andato a 20. Dovevo dire di no, dare regole. Come oggi con Dhamne: un giorno mi manderà anche lui a quel paese. Ci sta. Ivan Ljubicic invece era diverso: gli vietai di portare la moglie agli Slam e non batté ciglio”.

Sulla mancata citazione pubblica da parte di Sinner, Piatti non si mostra deluso: “Non ne soffro. So com’è fatto. I giocatori guardano sempre avanti, mai indietro. Non la vivo come una questione di irriconoscenza: Jannik fa il suo lavoro, non deve ringraziare nessuno. Né sento di aver qualcosa da chiarire con lui. Il tennis è uno sport in cui l’ego è molto presente”. E sul successore di Cahill? Piatti non ha dubbi: “Carlos Moya, che avevo già preso in considerazione. È stato numero uno, conosce il circuito. Umanamente è un’ottima persona, come Darren. Renzo Furlan è libero. Ljubicic è molto valido. Oppure Becker, che avevamo contattato. Però lavorare con Boris è più complicato. I nomi sono questi”. Infine, un pensiero sul tennis che cambia: “Temevamo che dopo Sampras non ci fosse futuro, poi sono arrivati Federer, Nadal e Djokovic. Ora c’è Sinner, e tutto il tennis italiano è cresciuto moltissimo grazie agli investimenti federali. Si è aperto un ciclo che durerà vent’anni. I campioni passano, il tennis non muore mai”. Nel frattempo, il tempo stringe. Jannik rientrerà a Roma, sulla terra rossa, con una stagione tutta da giocare. Cahill c’è ancora. Furlan aspetta. E Piatti, da lontano, continua a inseguire sogni. Anche quelli degli altri.