Suzuka, l’università della Formula 1. Un appuntamento con la storia, perché la tappa giapponese è entrata a far parte della memoria collettiva del Motorsport riportando alla mente anni di battaglie, di lotte curva dopo curva per una vittoria, un titolo o semplicemente per cercare di battere il proprio avversario. Ma non solo, perché Suzuka non è soltanto Senna contro Prost, Schumacher contro Hakkinen: da ormai più di 10 anni è anche Jules Bianchi, che sotto la pioggia battente di quel 5 ottobre 2014 finì per impattare una gru impegnata nella rimozione di una monoposto rimasta impanata nella ghiaia.

Da quel giorno tanto è stato detto, così come tanto è stato fatto, eppure c’è anche chi da quella tragedia non ha imparato nulla. Tifare o odiare, sportivamente, un pilota è parte della Formula 1 da sempre, ma c’è un limite che mai dovrebbe essere varcato. Qualche giorno fa è comparso su TikTok un video inaccettabile, in cui si augura a Lando Norris di terminare il Gran Premio del Giappone così come successo a Jules nel 2014. Un carosello di quattro immagini ritraenti il giovane francese e la sua vettura dopo l’incidente con tanto di “La performance che tutti quanti vorremmo vedere da Norris a Suzuka” e un’altra didascalia in cui si aggiunge “Ho sentito che dovrebbe piovere anche”. Inaccettabile tanto nei confronti di Lando, che insieme a tutti gli altri è in pista per rincorrere i propri sogni, quanto indecoroso e di cattivo gusto è stato fare dell’ironia, se così la si vuol chiamare, su Bianchi e la tragedia successa. Un messaggio di odio gratuito che di dimostra solo una cosa: oggigiorno, pur di racimolare qualche likes e qualche visualizzazioni, c’è chi è pronto a tutto, persino a prendersi gioco di una delle pagine più tristi del mondo dello sport.

Un incidente dalle conseguenze catastrofiche, con la Marussia di Jules rimasta incastrata sotto il mezzo e il francese trasportato in condizioni gravissime al vicino ospedale di Yokkaichi nel tentativo di ridurre un esteso ematoma al cervello. Da lì, un anno intero passato in coma a sperare che qualcosa potesse cambiare, che quel giovane dal sorriso contagioso potesse tornare laddove aveva sempre sognato di essere. Speranze che non sono bastate, perché dopo l’ennesimo aggravarsi delle condizioni a quasi 25 anni il cuore di quel ragazzo, prima che pilota, ha smesso di battere. Una tragedia che, nonostante la noncuranza di alcuni, come dimostrato da quanto successo, ha ricordato quanto il Motorsport e la Formula 1 possano essere crudeli, a 20 anni di distanza da Imola, in quel fine settimana che portò via in meno di 24 ore Roland Ratzenberger e Ayrton Senna. Un periodo abbastanza lungo per dimenticare che, in un mondo dove si gioca a trovare l’ultimo millesimo, il pericolo è sempre dietro l’angolo, perché nulla potrà mai garantire la sicurezza più assoluta. Vent’anni di passi in avanti vanificati da pochi secondi. Un’uscita di pista e un impatto: a nulla è servito il tentativo di Bianchi di spegnere completamente la propria vettura pur di rallentarne la corsa. Secondi che hanno segnato la Formula 1, perché quell’incidente ha stabilito un prima e un dopo. Di anno in anno però il ricordo di Jules rimane vivo sia tra chi quella giornata l’ha vissuta, sia tra chi ha imparato a conoscerla negli anni seguenti.
