José Mourinho è stato esonerato dal Fenerbahce, abbastanza a sorpresa, dopo un anno e una sessantina di partite. Fatale, per Mou, l’eliminazione ai preliminari di Champions League da parte del Benfica. La squadra turca ha dato la notizia del licenziamento con il consueto asettico comunicato standard che ringrazia “per l’impegno profuso” e augura “successo nella futura carriera”. Mourinho ha chiuso la passata stagione con un secondo posto in campionato, e non ha avuto l’impatto che ci si attendeva (zero tituli), mentre a livello mediatico si è segnalato per esempio per aver preso per il naso l’allenatore del Galatasaray dopo un derby di coppa perso, oltre che per un caso di presunto razzismo e per la guerra aperta contro gli arbitri.
Questa la fredda cronaca, questa, forse, la fine di un mito che, forse, era già abbastanza finito da tempo (per esempio Mou non allena una partita in Champions dal 2019-2020 col Tottneham). Il ricordo di quel mito rimane soprattutto quello della stagione del Triplete con l’Inter. Un ricordo rievocato dallo storico capitano (e ora dirigente) nerazzurro Javier Zanetti, ospite del podcast Clank! di Juan Pablo Varsky.

“Io – racconta Zanetti – capii subito che era diverso. Finito il campionato, sapevamo che l’allenatore sarebbe cambiato, ma non ancora chi sarebbe arrivato. Si parlava di Mourinho. Prendo l’aereo Milano–Roma, atterro, mi arriva una chiamata con prefisso portoghese. Rispondo: «Ciao, sono José Mourinho, ho appena firmato con l’Inter. Sarò il tuo allenatore, tu il mio capitano. Ti chiedo scusa per il mio italiano». In realtà già lo parlava perfettamente. Io pensai: questo è prontissimo. In ritiro lo conoscemmo meglio: diretto, trattava tutti allo stesso modo, giocava chi stava meglio davvero. E soprattutto leggeva le partite come pochi. All’intervallo annotava tre, quattro cose e diceva: «Facciamo questo, questo e questo e vinciamo». Non sbagliava mai”.
E ancora: “Preparatissimo: ci dava un cd di 10 minuti con le caratteristiche degli avversari, per esempio il Milan. Tu arrivavi già sapendo tutto. Poi due o tre cose in riunione tecnica e subito in campo. Ma soprattutto sapeva convincerti. Fu lui a convincerci che potevamo vincere la Champions. Il primo anno a Manchester uscimmo pur giocando bene. Nel post-gara lui disse al presidente: «Questo stesso gruppo, con cinque innesti, l’anno prossimo vince la Champions». E così fu".
Va via Zlatan Ibrahimovic e arrivano Lucio, Milito, Sneijder: “In Champions andiamo a Kiev, primo tempo 1-0 per loro, gol di Shevchenko, freddo tremendo. Mourinho entra nello spogliatoio e dice: «Ragazzi, con questo risultato siamo fuori. Io rischio: Pupi (Zanetti, ndr), tu con Walter (Samuel, ndr) dietro da soli. Poi tutti attaccanti”. Finisce 2-1 per noi con gol di Milito all’ultimo. […] E lì capimmo che la squadra era pronta”.

Poi il Chelsea, che Mourinho conosceva: “Ci disse: «Ragazzi, può capitare il Chelsea. Se ci tocca, e si decide a Londra, tranquilli. Li conosco: fermiamo Lampard che entra negli spazi e Drogba. Walter, tu su Drogba. Thiago Motta, tu su Lampard». Così fu: controllammo quei due e vincemmo”.
E poi il Barça in semifinale. Ritorno al Camp Nou, dove Mou era stato vice e nel 2008 era tra i candidati per sostituire Rijkaard (ma Cruyff spinse per Guardiola), quindi con ulteriore carica emotiva: “Ma anche lì – racconta Zanetti – era convintissimo. Espulso Thiago Motta, lui va da Guardiola e gli dice: «Anche con uno in meno passiamo noi». Mancava un’eternità! E affrontavamo il miglior Barça, quello che aveva appena vinto la Champions e l’avrebbe rivinta subito dopo. Ma quella Champions per loro aveva un valore speciale: la finale al Bernabéu. Immagina il Barça a vincere al Bernabéu… ancora oggi i tifosi e i giocatori del Barça ti dicono: «Quella è la Champions che ci è sfuggita»”. E a togliergliela fu l’Inter di Mourinho, con un 4-4-1 granitico: “Un sacrificio enorme di tutta la squadra. Ma quello era lo spirito che ci aveva dato lui. E pensa: a volte ci allenavamo 11 contro 10, perché diceva: «Può capitare». E infatti capitò. Incredibile”.