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La grande truffa della MotoGP? Siamo stati in Malesia per il lancio della stagione 2026 tra piloti in ascensore, feste e tecnici in paranoia. E la verità è che è tutto bellissimo

  • di Cosimo Curatola Cosimo Curatola

11 febbraio 2026

La grande truffa della MotoGP? Siamo stati in Malesia per il lancio della stagione 2026 tra piloti in ascensore, feste e tecnici in paranoia. E la verità è che è tutto bellissimo
Siamo stati in Malesia, a Kuala Lumpur, per il lancio della stagione 2026 della MotoGP. Ci aspettavamo la grande truffa del motomondiale, dai bar che servono solo analcolici a uno show deprimente per scimmiottare la Formula 1. Invece è stato tutto diverso, a partire dal flute di champagne sostituito da una scarpa di Jack Miller

di Cosimo Curatola Cosimo Curatola

Sono le da poco passate le 18, esco da un centro massaggi al primo piano di un palazzo di Kuala Lumpur con in mano un mandarino in omaggio. Sono un appassionato di massaggi seri, mi aiutano a pensare e a risolvere quei problemi che ti svegliano la notte, quelli che stanno lì come rumore di fondo, che pesano poco ma pesano sempre. Il livello di serietà dei centri che frequento è tale per cui non protesto nemmeno quando dopo aver pagato mi affidano alle mani di un ragazzo thailandese. Ero entrato col sole, trenta gradi un’afa pesante, sono uscito che sta diluviando. La gente sta sul marciapiede, stiamo tutti fermi a fissare questa pioggia torrenziale con rassegnazione e leggerezza. È il monsone della stagione calda, che non è un problema in senso assoluto ma lo diventa nel momento in cui, contro tutti i pronostici, hai organizzato una parata con le MotoGP per le strade della città, che oltretutto è particolarmente trafficata per via di un popolo che ha preso le ferie per prepararsi all'imminente capodanno cinese. Prenoto un Grab, l’Uber asiatico, e comincio a sbucciare il mandarino.

Se prendi un biglietto per seguire la MotoGP in Malesia vuoi prima di tutto sfruttarlo, tornare a casa con più materiale possibile. Inutile viaggiare dall’altra parte del mondo soltanto per tre giorni di test. Così al programma aggiungi gli shakedown. E poi, già che ci sei, la presentazione ufficiale del campionato a Kuala Lumpur, che consiste in una serata col vestito buono in cima a un palazzo e, il giorno successivo, una parata per le vie del centro della capitale malese. Che, per inciso, si trova a un’ora scarsa di taxi dal circuito di Sepang, il quale invece è vicinissimo all’aeroporto, uno tra i più trafficati del sud est asiatico.

Gli shakedown portano diverse notizie, i test anche. E, sorprendentemente, ad un certo punto in sala stampa circola quasi lo stesso numero di giornalisti che puoi trovare ad un Gran Premio. D’altronde il volo è costoso ma tutto il resto, dall’alloggio alle cose della vita, è decisamente più accessibile che nel resto del mondo, almeno per quanto riguarda il mondo delle corse. Il che comunque non risponde alla domanda che ci stiamo facendo da una settimana: perché presentare la stagione? E poi, subito dopo: perché qui, durante la stagione dei monsoni in Malesia?

Di fatto la MotoGP si presenta al mondo con un evento dedicato per il secondo anno di fila, un’idea ripresa dalla Formula 1 che, ironia della sorte, nel frattempo ci ha totalmente rinunciato. La prima edizione si è svolta in Thailandia, un flop talmente impietoso per assenza di pubblico e problemi logistici da convincere Dorna a spostarsi in Malesia. Qui gli appassionati ci sono, anche più che in Europa, così come una comodità logistica per via dei test.

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Joan Mir in ascensore con la tuta in direzione shooting.

Così, come in un piccolo reality show, dopo i test tutta la MotoGP si è trasferita per un paio di giorni al sesto piano del lussuosissimo Four Seasons di Kuala Lumpur, condizione che viene accettata da tutti con una scrollata di spalle: a volte va bene, altre male. Stavolta è andata bene ma nessuno si abitua. Ad ogni modo c’è il catering, ogni squadra ha le proprie stanze a disposizione, per i giornalisti è stata arrangiata una sorta di sala stampa e gli organizzatori hanno due vasti uffici. Per due giorni è un continuo via vai di gente che entra ed esce dall’albergo in divisa da gara, piloti in tuta dentro l’ascensore, fidanzate in giro per i corridoi, pasticcini, caffè americano, facchini al piano. Noi chiaramente non abbiamo un alloggio, però possiamo lavorare. E riempirci il gargarozzo di caffè americano e acqua aromatizzata agli agrumi.

MotoGP shooting Petronas 2026
Il risultato dello shooting sotto le torri Petronas.

La sera del venerdì è previsto uno shooting all’interno di un palazzo sotto le Petronas Towers con festa esclusivissima, in dress code black tie, a seguire. L’inizio serata va piuttosto bene, la terrazza è suggestiva e vedere i piloti in giacca e cravattaa sempre un certo effetto. Durante la processione di fotografi e influencer un’amica viene a dirmi che qualcuno ci ha tenuto a dirle che la festa sarà alcohol free: roba impensabile in Europa ma non a Kuala Lumpur, dove la maggior parte della popolazione è musulmana praticante, il che innesca un bagliore di paura negli occhi dei pochissimi giornalisti presenti (tre in tutto) tutti ben inclini a saltare un pasto piuttosto che rimanere con la gola secca al caldo della Malesia.

Marco Melandri DJ in Malesia
Marco Melandri mette i dischi alla festa del Mesa 51. Sullo sfondo, le Petronas Towers.

Fortunatamente non è così, fortunatamente c’ l’open bar. Due ore più tardi sto bevendo champagne dalla derby in pelle nera di Jack Miller. Jack alle feste è esattamente quello che ti aspetti da Jack alle feste, ma passare quattro o cinque ore in un locale circondato dai piloti della MotoGP è qualcosa di decisamente più interessante per motivi che mi sono ripromesso di non spiegare più dopo l’ultima volta. A rendere il tutto ancora più godibile c’è Marco Melandri a mettere i dischi in console, non mi è chiaro se sia venuto per l’occasione ma la cosa non mi stupirebbe. Tra le diverse conversazioni brillanti con piloti, colleghi e qualche amico mi rimane impressa una chiacchierata con il magico Gunther Steiner, nuovo patron del Team Tech3.

Shoey con Jack Miller
Uno shoey gentilmente offerto da Jack Miller al Mesa 51.

Il giorno dopo, quindi, c’è la presentazione della stagione 2026. La mattina la sfrutto per intervistare i piloti, brevi video e interviste più lunghe, undici in tutto: Dorna non permette ai giornalisti di registrare in video i piloti quando sono in circuito, così ogni occasione va sfruttata. I ragazzi sono in forma, bravissimi a nascondere eventuali postumi della serata. In seguito a questa lunga maratona di interviste decido di rinunciare agli orologi da bancarella e alle scarpe false di Travis Scott - entrambe categorie di prodotti contraffatti che i piloti apprezzano molto - in favore di un massaggio, per il quale mi fiondo nel centro di Liang Xin. Ed eccoci qui, con un mandarino in mano e una quantità d’acqua per le strade che pare ci stiano rovesciando addosso il Pacifico. Mentre aspetto il mio autista scrivo a un collega: come la fanno la parata sotto al diluvio?

Mezz’ora più tardi sono al Four Seasons, sta ancora piovendo. Dorna ci comunica che non salterà nulla, anzi si farà tutto con un piccolo ritardo rispetto all’orario previsto: 19:30 e non 19:00. Solo che alle 19:30 sta ancora piovendo, anzi: è il momento in cui smette. A questo punto la macchina organizzativa del motomondiale sposta le lancette avanti di un’altra mezz’ora e la hall dell’albergo comincia a riempirsi di piloti in tuta, team manager, meccanici e gente che corre con le valigie, perché a un paio d’ore dallo show abbiamo tutti l’aereo. Così qualcuno andrà a imbarcare le valigie di tutti e qualcun altro arriverà in aeroporto all’ultimo momento, col posto assegnato. C’è tensione. La prima squadra ad uscire per lo show è la Yamaha Pramac, che in campionato aveva chiuso all’ultimo posto. In breve, Toprak Razgatlioglu e Jack Miller salgono sulle loro MotoGP con gomme da pioggia per lanciarsi su di una strada piena di pozzanghere e dare spettacolo. Ha un che di antico, questo approccio. Roba da antica Roma, leoni e guerrieri. Qualche amico delle corse mi scrive sui social. Un ex pilota, genio sregolato dei suoi tempi, mi confida che fare questa cosa in Malesia è più o meno come evirarsi per vincere una gara di canto, aggiungendo poi che se lo avessero fatto negli Stati Uniti avrebbero certamente ottenuto un risultato migliore. Ha ragione, anche se portare le moto in America solo per questa parata sarebbe stato un costo esagerato. Una ragazza che lavora nelle corse da tanto tempo invece mi chiede se quello che sta vedendo sia MotoGP o Fashion Week. Dice che stiamo sfiorando il ridicolo.

Piloti e manager guardano la parata delle MotoGP per scoprire cosa fare
Paura e delirio nella hall del Four Seasons.

Mentre leggo questi messaggi davanti a me si compone la scena più surreale della settimana: i piloti nella hall dell’albergo guardano la diretta di MotoGP.com dal cellulare di una giornalista per capire cosa dovranno fare: quanti giri? Quanto in fretta? E l’asfalto com’è, si può giocare con la moto? Succede quindi che Jack Miller scende dalla moto e loro pensano si sia spenta, la tensione sale ancora. Invece arriva Toprak, scende anche lui ed entrambi partono scivolando come dei centurioni che dominano la biga. Il Circo Massimo, il massimo del circo. I piloti in hotel si mettono a ridere. Applauso poi quando i ragazzi si producono in un generosissimo stoppie sul bagnato. Di colpo, quella che era diventata una preoccupazione si è trasformata in una sfida: vogliono tutti fare qualcosa di memorabile e il pubblico è sempre più carico, dà grande soddisfazione anche solo quando si accendono i motori sui piccoli box allestiti per l’occasione.

Ne esce un qualcosa che è un po’ carnevale e un po’ impepata di cozze di Boris. Alla fine però, succede sempre che qualcuno sale su di un prototipo che sfiora i trecento cavalli e l’accende. Sgasa, impenna, si mette di traverso, inchioda, si fa trascinare, si alza sulle pedane. La gente impazzisce. Mentre suonano i The Script e Pawsa cerco un taxi che mi porti verso l’aeroporto. Penso che gli amici delle corse hanno ragione, è un delirio senza senso, a tratti pericoloso, di certo lontanissimo dall’epica di un pilota che si gioca la vita perché questa roba assomiglia molto più al circo che arriva in città. Eppure mentre vedo scorrere la Malesia dal vetro del taxi dopo dieci lunghi giorni di brodo e cibo piccante mi dico che va bene così, che queste sono le corse. Un carrozzone di spiantati in cerca di gloria, di storie, di qualcosa di diverso nella vita che puoi fare a casa, qualcosa di veloce.

Finisce sempre tutto così, in un attimo, aspettando un volo in ritardo in un aeroporto mezzo chiuso, ricchi e poveri tutti assieme, tutti con lo stesso destino: oggi prendo lo stesso aereo di Marc Marquez, di Fabio Di Giannantonio, dei fotografi del motomondiale. Salgo nell’autobus che ci porta al gate con l’organizzatore del campionato seduto a fianco. Certo, loro viaggiano in business. Siamo stesi sulla moquette della sala d’aspetto rassegnati ad attendere quando un amico mi mostra l’app con cui traccia i voli di tutta la stagione: “L’anno scorso ho preso 77 voli, fa un totale 13 giorni passati in aereo in un anno. Se ci pensi, se arrivi a 27 stagioni hai passato un anno della tua vita in aereo. Un anno della tua vita in aereo è tanto”.

È tanto, sì. Eppure sarebbero tutti pronti a farne due, di anni in aereo.

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Ogni anno, chi segue la MotoGP dall'inizio alla fine passa due settimane della propria vita in aereo. Senza considerare eventuali viaggi di piacere.

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