Più di vent’anni di esperienza in MotoGP, trascorsi seduto a ‘tu per tu’ con Casey Stoner, Jorge Lorenzo, Jack Miller, Pecco Bagnaia. Ducati, Honda, una stagione da ingegnere di sostegno del rookie Marc Marquez nel retrobox HRC, poi di nuovo Ducati. Quattro titoli mondiali vinti, centinaia di lamentele dei piloti ingoiate, qualche rimprovero sostanzioso rispedito al mittente, mille storie da raccontare. Cristian Gabarrini parla per un’ora e mezza dal divano targato Mig Babol di Andrea Migno, che ha ragione quando con un sorrisetto soddisfatto dà voce ai suoi pensieri: “Questa è una puntata piena di chicche, una puntata che difficilmente passerà inosservata”. Noi infatti l’abbiamo guardata tutta, senza aver mai avuto bisogno di distogliere gli occhi dallo schermo. Il tecnico di Senigallia - sfatando miti e raccontando con trasporto viscerale dietrologie e rapporti personali con le leggende di questo sport - ti tiene incollato lì. Ad assaporare l’essenza delle corse come se fosse imbevuta in un siero di verità.
Da dove volete partire, se non dal 2007? “Nel Team ufficiale il pilota di punta era Loris Capirossi. Casey era stato preso per ‘non fare troppi danni, se riuscite a fare qualche podio va benissimo, vedete voi’. Avendoci lavorato e avendo visto cosa aveva fatto da Cecchinello avevo intuito, come molti altri, che non fosse l’ultimo della classe. Quindi abbiamo iniziato questa avventura nel 2007 in cui Casey passava da una Honda 1000 con le Michelin a una Ducati Bridgestone 800. Quella squadra ufficiale Ducati era una squadra già in essere da anni, di gente con un sacco di esperienza. Io ero il capo di quella squadra lì, ma ero un novellino. Infatti mi hanno dato una raddrizzata subito. Al secondo test Casey rientra piedi ai box e dice ‘io ho lasciato la moto appoggiata al muretto perché il motore si stava rompendo e non volevo romperlo del tutto’. Così recuperiamo la moto, scarichiamo i dati e da lì vediamo che il motore in realtà è a posto, non ha niente. La riaccendiamo, scarichiamo i dati un’altra volta e sembrava tutto perfetto. Allora decidiamo di riportarla in pista per farle fare altri due giri. Mi ricordo le parole del capomeccanico bravissimo e di un’esperienza incredibile - Bruno Leoni - che in dialetto romagnolo mi disse ‘dì al tuo amico che questo non è il 125cc che grippa’. Io cercai di far capire a Casey che bisognava usare quella moto di nuovo e lui mi rispose ‘guarda, io se vuoi esco, ma il motore è rotto’. Fece mezzo giro e il motore si ruppe. Lui tornò a piedi e con la solita delicatezza mi prese per la maglietta, perché voleva che sentissi bene, e ad alta voce scandì ‘se ti dico che la moto si sta rompendo, significa che la moto si sta rompendo’. Da quel giorno, ogni volta che lui diceva ‘sento una vibrazione strana, forse è lo scarico’ - toglievamo lo scarico, toglievamo tutto (ride). Questa era la sua sensibilità, questo è Casey Stoner”.

A metà 2010, dopo un titolo mondiale vinto e due stagioni costellate da qualche vittoria e altrettanti malesseri, Casey convoca il suo team per chiedere a tutti i componenti di seguirlo nella nuova avventura in Honda. Gabarrini accetta, la vive così: “Honda e Ducati erano due mondi completamente diversi. La Ducati era una piccola famiglia, considera che nel 2007 il team ufficiale era composto da 4 ingegneri, i due capotecnici - oltre a me Cristhian Pupulin, che era il capotecnico di Loris e il responsabile tecnico del team - e i due elettronici, basta. Quindi le decisioni venivano prese molto in fretta, se c’era qualche dubbio si alzava il telefono e si chiamava Filippo Preziosi. Spesso chiamava lui per parlare con noi, e lui non le mandava a dire. HRC invece era un’azienda mostruosamente grande, io poco tempo fa ho riaperto i miei diari delle medie ed erano pieni di adesivi HRC. Quindi per me entrare a lavorare in Honda è stata un’altra realizzazione di un sogno. In quel momento le potenzialità di HRC rispetto a Ducati erano immensamente più grandi. E poi i giapponesi sono davvero molto diversi da noi. Lascia stare Nakamoto, che veniva dalla F1 ed era abbastanza occidentalizzato nei modi di pensare, però il giapponese tipico di Honda era molto distante da noi come mentalità. Non è un giudizio negativo, sostengo che noi dovremmo imparare molte cose da loro. La moto era un’opera d’arte, tutto quello che arrivava era perfetto, funzionava in maniera impeccabile. Magari non ti faceva andare più forte, ma intanto non si rompeva mai niente. Era il mondo dei balocchi”.

Un altro titolo conquistato a fianco a Casey nel 2011, prima della scelta del ritiro. Improvvisa per moltissimi, quasi scontata se si ascoltano le parole di Cristian: “Mi ricordo che nel 2012, andando a Le Mans, mi chiamò Livio Suppo e mi disse ‘sei seduto? Ti devo dire una cosa, Casey ha deciso di smettere’. Io non rimasi così sorpreso perché tornando indietro nel tempo, più o meno al 2007, lui mi disse ‘il mio sogno è vincere un Mondiale in MotoGP, fatto quello sono a posto’. Infatti a fine 2007 ribadì il concetto ‘io sono felicissimo per voi, però quello che dovevo fare l’ho fatto. Da adesso in poi, per me, è come se ogni anno fosse uno in più’. Non sono rimasto stupito dalla telefonata di Livio quindi, anche perché Casey me l’aveva in qualche modo accennato precedentemente”. Si apre così una breve, curiosa e delicata parentesi nel box di Marquez per l’ingegnere di Senigallia: “In Honda arrivò così Marc, che però si portò dietro il suo capotecnico della Moto2 (Santi Hernandez, ndr). HRC mi mise a fare l’ingegnere di supporto insieme ad un tecnico giapponese. È stato un anno abbastanza duro, perché non ero ben visto da certi personaggi attorno a Marc. Sai, ero l’ex capotecnico di Stoner, venivo visto un po’ come un avversario”.

Cristian resta per qualche altra stagione nell’orbita di HRC, siglando una stagione da Cecchinello e una da Marc VDS, coronate dalla vittoria di Jack Miller nella gara prima bagnatissima e infine quasi asciutta di Assen 2016. Poi lo ricontatta Ducati, c’è un 5 volte campione del mondo da accompagnare alla vittoria: “I due anni con Jorge Lorenzo sono stati mostruosamente faticosi e incredibilmente belli - confida subito Gabarrini. “Umanamente incredibili, perché al contrario di ciò che maggior parte della gente pensa Lorenzo è un matto, ma anche un ragazzo meraviglioso. Penso non sia mai stato simpatico alla massa perché non aveva filtri tra quello che pensava e quello che diceva. È sempre stato estremamente sincero, ha quasi sempre detto cose giuste, però se le cose giuste sono scomode non risulti simpatico. Un’altra sua caratteristica incredibile era l’umiltà. Quando arrivò da noi gli abbiamo detto subito che usava poco il freno dietro e che sarebbe stato impossibile andare forte con la Ducati senza usare il freno posteriore. Lui risponde ‘va bene, allora me lo insegnate voi’. Al primo test dell’anno a Sepang la pista era chiazzata, non girava nessuno. Lui arriva presto la mattina nel box, già in tuta, e ci dice ‘dai mettiamo le rain e andiamo dentro. Mi avete detto che non so usare il freno dietro, insegnatemi ad usare il freno dietro’. Consumò due treni di gomme, in quelle condizioni assolutamente inutili, per imparare ad usare il freno dietro. Secondo me era davvero ossessionato dall’andare forte. Chiamava a tutte le ore del giorno se gli veniva in mente un’idea che poteva aiutarlo ad andare più veloce. Una volta a posto secondo me era imbattibile, una macchina da guerra”.

La coppia Lorenzo-Gabarrini fa i conti prima con un 2017 complicatissimo: “Il primo anno Jorge faceva proprio tanta fatica fisica a guidare la nostra moto. Lui si allenava molto, quindi la colpa era nostra”. Poi con un 2018 dal sapore agrodolce, in cui la squadra del 99 fa il pieno di soddisfazioni non appena il pilota annuncia la separazione da Borgo Panigale. “La campagna di adattamento ergonomico per Jorge Lorenzo è iniziata nel 2017 - spiega Cristian - ed è finita con un pezzo che si attacca alla parte posteriore del serbatoio che lui aveva chiesto per appoggiare la gamba esterna in curva e fare meno fatica. Quel pezzo è arrivato appena prima del weekend del Mugello 2018. È rimasta impressa quella cosa lì perché nel primo fine settimana in cui l’abbiamo introdotto Jorge ha vinto la gara. Ma è stata solo la goccia in un mare di cose. Quella volta facemmo un’altra scelta davvero controcorrente. Scegliemmo una configurazione motore meno potente di quella tradizionale, più performante. Dovi, che usava quella standard, a fine rettilineo andava diversi km/h più forte di Jorge. Gigi (Dall’Igna, ndr) e tutti gli altri ingegneri Ducati, giustamente, ci ripetevano che avevamo fatto la scelta sbagliata. Jorge mi disse ‘ti fidi di me? Così la moto è più guidabile in uscita di curva, al resto ci penso io’. Al primo giro ha tagliato il traguardo con mezzo secondo di vantaggio su tutti, poi non lo videro più. Tante degli elementi presenti sulla Ducati di oggi derivano da richieste pressanti di Jorge Lorenzo”.

La parte più gustosa dell’intervista arriva quando Cristian viene solleticato sul rapporto col suo attuale pilota, Pecco Bagnaia. Con lui ha vissuto l’esordio in MotoGP, ha vinto due titoli mondiali, ne ha sfiorati altrettanti, prima di navigare oggi - anno del Signore 2025 - in un periodo di grande difficoltà. Ciononostante, Cristian Gabarrini non perde un millesimo della sua sincerità: “Con Pecco ho avuto uno scontro subito, perché adesso molto meno, però all’inizio era davvero permaloso (sorride). Nel primo anno in MotoGP si era portato dietro alcuni vizi della Moto2. Mi ricordo che ad un certo punto persi la pazienza, ed è difficile che io mi arrabbi. Gli dissi ‘ascolta, se pensi di andare forte continuando ad usare molle così morbide sull’anteriore, sappi che non ce la farai’. Lui ci è rimasto male e io, che a livello di diplomazia sono sotto zero, aggiunsi ‘ah, sei pure permaloso? Allora andiamo male’. Scese il gelo (ride). Poi la sorella Carola, che lo conosce alla perfezione, mi disse che avevo fatto benissimo, perché a Pecco serve una persona che gli dica le cose come stanno. Da lì in poi il rapporto è migliorato, abbiamo proprio cambiato marcia. Si è entrati nell’ottica delle prese in giro, appena io mi dimentico una cosa - capita spessissimo - lui sorridendo mi riprende ‘ah no, perché tu ovviamente ti sei dimenticato di dirmi questa cosa qui’. È divertente, deve essere così”.
Immancabile la sintesi finale sui tre campioni del mondo con cui Cristian Gabarrini ha lavorato a stretto contatto: “Jorge e Pecco sono molto simili, come stili di guida e come esigenze in sella. Dall’altra parte c’è Stoner, completamente antitetico. Approccio completamente istintivo, estremamente efficace quando c’è da adattarsi ad una situazione nuova. Quello che noi avevamo imparato da Jorge è stato poi oro per lavorare con Pecco. Il modo di approcciare il fine settimana per gradi, meditando ogni scelta, sensibilità alle volte eccessiva. Entrambi arrivano al massimo della velocità quando la moto fa quello che vogliono. Pecco è davvero un’evoluzione dello stile di Jorge, non è una cosa da poco. Dall’altra parte Stoner era capace di fare lo stesso tempo con due setting completamente diversi. Diceva ‘con questa moto bisogna guidare così, con quest’altra bisogna guidare cosà, io mi trovo meglio con una delle due, ma a prescindere da tutto io il tempo lo faccio lo stesso”.