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Think twice

Non di numeri sono fatti i campioni

Giulia Toninelli

13 dicembre 2021

Il primo titolo, l'ottavo mondiale, i sette del record di Schumacher, la doppia protesta della Mercedes, l'ultimo giro di Abu Dhabi, i tre della farsa di Spa. Di numeri è stato costellato questo mondiale, ma non di numeri sono fatti i campioni. Lo assicurava il più vincente di tutti che, se oggi fosse con Hamilton, nel giorno della delusione più grande della sua carriera, avrebbe qualcosa da dire

Un piccolo che pretende di essere grande e un grande che ha già capito quanto sia facile tornare ad essere piccoli. La storia è ciclica, anche quella del motorsport. Così era per Michael Schumacher che, forte di quei sette titoli mondiali che sembravano impossibili da raggiungere, da sfiorare, anche solo da immaginare di poter conquistare, aveva già capito che un altro dopo di lui sarebbe arrivato. 

"I record sono fatti per essere infranti" disse in un'intervista del 2007, lui già Kaiser, già leggenda. L'altro, Lewis Hamilton, precocissimo marziano arrivato da chissà dove, enorme nel suo anno d'esordio. 

Uno era piccolo, l'altro era troppo grande per non averne rispetto. Un giovane Michael avrebbe reagito in modo molto diverso a quel britannico sicuro di poter arrivare in cima al mondo: avrebbe riso della domanda sui suoi record perché no, nessuno a parte lui pensava che arrivare lì, per qualsiasi altro pilota, sarebbe stato possibile. 

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Un già vincente Michael Schumacher guarda correre la giovanissima promessa Lewis Hamilton

Eppure Schumacher lo sapeva. I numeri sono solo numeri, non sono quelli a fare i campioni. Le persone non ricordano i punti, i titoli, i record che c'erano e quelli che non ci sono più. Quando li hai, quei numeri lì, non conti più quelli che non avevi, quelli da cui sei partito o che hai ottenuto. Conti solo ciò che ti manca. Il decimo di Valentino Rossi, l'ottavo di Lewis Hamilton. 

Il titolo che manca, ancora oggi, per battere anche l'ultimo muro rimasto alzato e poter sconfiggere tutti, compreso chi quei record sapeva che un giorno sarebbero stati di un altro. 

Il titolo che non è arrivato ad Abu Dhabi e che oggi, o forse per sempre, peserà sulla carriera di Lewis Hamilton come tutti gli altri numeri di questa incredibile stagione.

Ma è troppo grande Hamilton, per lasciarsi schiacciare da qualcosa che non ha. È grande, un grande davanti a un piccolo. Max Verstappen finalmente si mostra bambino e piange dopo una vita passata in macchina, una vita da macchina. Lui, programmato per arrivare lì, si commuove davanti alla consapevolezza che quel numero, il primo, è suo: è campione del mondo di Formula 1. 

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Va a complimentarsi, ad abbracciarlo, Hamilton. Perché conosce le tappe di quel viaggio, l'altezza dei gradini che portano in cima, il numero di passi fatto per arrivare fin lì. Quei numeri, Lewis, li ha già tra le mani. E nonostante il finale, i reclami, la rabbia e il rammarico, Hamilton resta grande. Anche nel dolore, è un sette volte campione del mondo. 

Possiamo immaginare una storia diversa ma sappiamo che Verstappen, al suo posto, non avrebbe reagito così. Non si tratta di antisportività o di arroganza, ma di un valore che Max conoscerà solo con il tempo. Abu Dhabi è il giorno del suo primo grande numero, quello che vale tutto, e ancora non lo sa che gli altri, tutti gli altri, alla fine del gioco non varranno così tanto. 

Se sarà fortunato un giorno anche lui si ritroverà così, grande davanti a un piccolo. Ma è troppo presto per immaginare questa storia. 

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