Ma come si passa da essere l'assistente di un promoter a organizzare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi? Per info chiedere a Marco Balich.
Veneziano, classe 1962 è il più grande organizzatore di eventi al mondo. Nel suo curriculum 16 cerimonie olimpiche, i Mondiali in Qatar nel 2022, l'Albero della Vita di Expo 2015, un Emmy Awards e un Compasso d'Oro.
Una parabola di vita sempre tesa verso il bello, il grande, il grandioso. Dopo un'infanzia passata ad abbeverarsi dalla fonte del Canal Grande: la Biennale, la Mostra del Cinema e il fervente clima culturale veneziano, da giovanissimo inizia ad accompagnare le band rock in tournée. Poi a 23 anni lavora come assistente promoter al concerto dei Pink Floyd a Venezia. Un palco galleggiante, 200 spettatori fra terra e imbarcazioni e chissà quanti in mondovisione. Un “meraviglioso disastro” lo definisce. È il suo primo contatto con un evento colossale, maestoso, soprattutto un evento capace di unire il mondo, e decide che ne avrebbe fatto un'arte. Figlio di un avvocato, abbandona gli studi in legge per sperimentare altre strade. Inizia con i videoclip: Zucchero, Vasco Rossi, Laura Pausini, i primi Jovanotti, Ligabue. Nel 1998 gli viene affidato l'Heineken Jammin' Festival a Imola, è il suo primo grande evento. La svolta però arriva nel 2002, quando venne incaricato di realizzare parte della cerimonia di chiusura dei Giochi di Salt Lake City, quella del passaggio verso Torino 2006.
Ci ha preso gusto con le cerimonie dei Giochi. Il motivo? È probabilmente l'unico momento in cui gli occhi del mondo sono contemporaneamente rivolti verso una cosa. “Più del Superbowl, degli Oscar, che inchiodano alla Tv circa 185 milioni di spettatori, e più dei Mondiali di calcio, seguiti per lo più da un pubblico maschile. Segnano un momento di condivisione familiare. Ovunque, anche nel più piccolo villaggio dell’Angola, c’è una comunità in attesa di vedere la propria squadra sfilare, con la bandiera orgogliosamente innalzata, e l’eroe nazionale che cammina a testa alta. Questa semplice sequenza di codici trasforma lo show in un rito intimo e collettivo” ha dichiarato. Un evento unico nella storia dell'umanità, profano ma con un'importante componente di sacralità con il suo procedere liturgico. “Sale sul palco il Presidente della Nazione ospitante, suona l’inno, sfilano gli atleti — prima la Grecia e poi gli altri Paesi in ordine alfabetico locale. Con l’ingresso della bandiera olimpica, si formano i cerchi e tutti insieme si ascolta l’inno olimpico. A quel punto il tedoforo può accendere la fiamma nel braciere”. Bracieri che per questa volta saranno due, uno a Milano, all’Arco della Pace, e uno a Cortina d’Ampezzo, in piazza Dibona. Milano Cortina sarà infatti anche la prima Olimpiade ufficialmente assegnata a due città, con la cerimonia di apertura Harmony che sarà la prima cerimonia diffusa nella storia dei Giochi Olimpici.
Una cerimonia che Balich definisce “Sobria, con meno tecnologia e più umanità”. Un ritorno all'analogico, che attraverserà tre pilastri. “Per un terzo raccontare l’Italia, cosa vuol dire Italia e cosa può comunicare all’estero. Per un terzo l’accelerazione degli atleti, quindi un racconto molto sportivo. E per un terzo uno statement sulla pace, sull’armonia, sul dialogo tra i popoli”. La pace, principio cardine dello spirito olimpico che in questa edizione dei Giochi è quantomai negli ultimi tempi centrale. Orgoglio nazionale, ma non nazionalismo: “Vedo giovani americani fare i Maga, innamorarsi del gesto forte. Uguale per russi, cinesi. È la parte negativa della grandezza: può affascinarti anche quella sbagliata”.
Un momento irripetibile partorito dalla mente di Marco Balich. Se gli chiedete che lavoro fa vi risponderà: “Creo spettacoli per centinaia di milioni di persone”. E mentre nel mondo l'organizzazione spesso non fa rima con Italia il numero uno al mondo nei grandi eventi è italianissimo. La sua regola? “La curiosità. Assorbire più cose possibili: non pensare che una volta che hai visto la Biennale, Sanremo, gli Oscar e il Met Gala, hai visto tutto. L’emozione è ovunque: in una recita scolastica, in una messa gregoriana, in un rito pagano, in un rave con l’ayahuasca. È dappertutto”. E forse il segreto sta proprio qui, nel racchiudere il mondo fra scenografie e fuochi d'artificio.