Lo scorso 18 marzo ad una corte di New York è stato depositato un documento di 163 pagine, firmato dalla Professional Tennis Players Association ma non da Novak Djokovic, fondatore nel 2020 insieme a Vasek Pospisil di quello che nelle intenzioni mirava a diventare il sindacato dei tennisti professionisti. Il malloppo d'accusa scritto dalla PTPA nei confronti di tutte le principali associazioni del tennis mondiale (ATP, WTA, ITIA, ITF), additate di formare un trust che sfrutta gli utili generati dal talento dei giocatori senza difendere i loro interessi, ha avuto una rilevanza mediatica quantomeno pari ai fatti di cronaca sportiva che in quei giorni saltabeccavano tra i Masters 1000 di Miami ed Indian Wells. Poi l'attenzione sul caso è scemata, in parte perché ora si attende la risposta legale di quello che nel documento viene definito "cartello", in parte perché quelle centinaia di pagine che avrebbero dovuto ringhiare per i diritti dei tennisti al di fuori della top 100 sono intrise di contestazioni che interessano solo ai top players: ci si lamenta dell'impossibilità di partecipare ad un tour alternativo e di ricevere punti ATP dalle esibizioni esterne (contraddizione in termini), dell'impossibilià di scendere in campo con attrezzature o marchi di abbigliamento non approvati dal "cartello" (ATP che, tra gli altri, in realtà approvò il borsone griffato Gucci con cui Jannik Sinner calcò l'erba di Wimbledon 2023).
Tra i diversi articoli aberranti di quel documento, ce ne sono altrettanti che vanno giustamente a solleticare questioni storicamente poco cristalline del tennis mondiale, temi su cui ATP, WTA, ITF e ITIA saranno chiamati a fare chiarezza. Punti sui quali si è concentrato il super coach Partick Mouratoglou, ex allenatore di Serena Williams e Holger Rune (ora siede nel box di Naomi Osaka), con un video su Instagram in cui - parlando in maniera chiara e concisa - ha spolpato tutti i temi più scottanti uno alla volta.

Si parte dalle condizioni economiche dei tennisti fuori dalla top 100, problema che dovrebbe essere di primo interesse della PTPA e che invece si perde nei meandri di quelle 163 pagine: "Non è normale che solo i primi cento giocatori maschili e femminili possano vivere di tennis - spiega Patrick - e che un giocatore che è duecentesimo al mondo perda soldi per giocare a tennis. Penso che il tennis debba fornire almeno ai primi 500 al mondo un modo di vivere senza perdere soldi. Da qui si apre un altro tema, quello della percentuale di soldi che in un torneo va all’organizzatore (l’ATP) e quello che va ai giocatori. Deve essere una percentuale leale. In questo senso, i paragoni con gli altri sport che vengono citati hanno senso, perché stiamo parlando del tennis, che è uno sport globale e genera un sacco di soldi”.
Un altro tema rilevante riguarda la protesta della PTPA sulla tipologia di palline, che nel tour cambiano da una settimana all'altra, generando infortuni a tendini ed articolazioni: “Dobbiamo prenderci cura della salute dei giocatori. Non è normale che le palline cambiano ad ogni torneo, anche se capisco che ciascun torneo abbia i suoi interessi in termini di sponsor. Però per ragioni di soldi mettiamo la salute dei giocatori a rischio. Cambiare le palline costantemente può creare infortuni perché alcune sono più secche, altre sono più morbide. I giocatori professionisti possono colpire duemila o tremila palline al giorno, i tendini si adattano a questo sforzo ma a volte non fanno in tempo ad adattarsi al cambiamento repentino di palline e si infiammano”. Al tema della salute dei tennisti si legano le scelte di programmazione della partite, dove più volte ATP e WTA sono stati criticati per aver fatto cominciare dei match a tarda ora senza motivi validi. Sulla questione, Mouratoglou ha analizzato tutte le attenuanti: “Sulle partite che finiscono tardi bisogna considerare che è la natura di questo sport, che non sai mai quando finisce. Di certo è terribile per i giocatori quando finiscono un match alle due di notte, perché poi hanno bisogno di almeno quattro ore per addormentarsi; hanno troppa adrenalina in corpo ed è impossibile per loro addormentarsi prima. Poi dopo il match devono fare i trattamenti, le conferenze stampa, quindi alla fine vanno a letto alle sei e magari il giorno dopo devono giocare di nuovo. Non è facile risolvere questo problema e non voglio incolpare troppo l’ATP perché fa parte del format di questo sport, però è sicuramente qualcosa che va sistemato”.

Si arriva al punto clou: i controlli antidoping. Mouratoglou elenca una serie di dinamiche di cui i tennisti parlano poco volentieri e che, anche per questo motivo, restano sconosciute al grande pubblico: “Capisco che ai giocatori non piace che ci siano così tanti controlli, a volte vengono svegliati alle sette quando potrebbero avere un giorno di riposo nel torneo. È una cosa che influenza la tua vita privata, anche perché ogni giorno devi comunicare dove dormi e loro possono venire quando vogliono. Penso che questa non sia una cosa cattiva, perché se sai quando verranno a controllarti hai più margine per barare. Il problema è un altro, la disparità di trattamento. Alcuni giocatori vengono controllati 30 volte all’anno, altri 80, perché? Tutti dovrebbero sottoporsi allo stesso numero di controlli. E poi quello che accade quando uno viene trovato positivo, c’è un trattamento completamente differente a seconda che tu sia un tennista molto importante, importante o non importante”.
Il super coach chiude con una critica ragionata rivolta all'intero organo giudicante, che Patrick considera monopolistico e soggetto a manie di protagonismo: "Ci devono essere delle soglie chiare. Non è normale che uno che ecceda di 0,001 milligrammi sia considerato dopato, perché la contaminazione è ovunque. La ragione per cui non definiscono i limiti è perché vogliono sentirsi utili. I voglio che siano utili per scovare i giocatori che veramente si dopano, non che sembrino utili perché prendono tennisti che sono innocenti. Questo è inaccettabile. Non puoi avere un organo, l’ITIA, che fa le regole, i controlli e che giudica. Che roba è? Questo è inaccettabile, il giudizio deve essere dato da un tribunale indipendente. Non è il caso di oggi, perché quando vedete un giocatore condannato ad una squalifica, l’ITIA dice che è stato giudicato da un tribunale separato. Ma la realtà è che viene giudicato da un tribunale pagato dall’ITIA stessa, che quindi fa quello che vuole”. Niente da aggiungere.