Lorenzo Lucca, bomber di professione e cognome rock come la città del Summer Festival, è da oggi il simbolo della disobbedienza che ci piace. Quella che lo psicologo e filosofo tedesco Erich Fromm ci ha descritto come necessaria per l’evoluzione della storia umana. Nell’opera “La disobbedienza e altri saggi” ha, a proposito, lasciato in eredità queste parole: “L’atto di disobbedienza come atto di libertà è l’inizio della ragione”. Pare la fotografia di quel ragazzone di oltre due metri che indossa la numero 17 dell’Udinese. Gambe lunghe, faccia da furbo e quella vanitosa sfrontatezza di chi è destinato a stare in prima fila nella vita.

Era il 32’ del sabato di Serie A, quando al fischio del calcio di rigore a favore della sua squadra, ha deciso che la partita l’avrebbe vinta lui. Troppo importante segnare per un centravanti con le palle quadrate. Si è preso il pallone, l’ha tenuto stretto anche quando i compagni hanno provato a strapparglielo via e a convincerlo che non sarebbe stata la cosa giusta, l’ha appoggiato sul dischetto del rigore e, davanti all’incredulo Thauvin, il tiratore scelto dagli undici metri, la panchina impazzita, ha gonfiato la rete con un bolide di destro. Uno a zero e tutti a casa. Lecce, Leccesi, criticoni un po’ ipocriti. E anche lui che, senza tanto rumore, quando ha visto sul tabellone il suo numero per la sostituzione immediata, ha stretto la mano all’allenatore Runjaic e, da vero king, si è diretto negli spogliatoi senza dire una parola. Tutto giusto.
Apriti cielo. Il mondo del calcio, che ribolliva ancora per la simil diatriba Lookman Gasperini, non ci ha visto più: Lucca doveva rispettare le gerarchie, Lucca irrispettoso. E perché? Se ci vogliamo liberare da tutte le incastellature mentali che ci dirigono il pensiero e se accettiamo di non inseguire il facile chiacchiericcio, quello che abbiamo visto è il futuro centravanti della nazionale che si è preso la responsabilità per tutti, ha tirato una bordata in porta e ha fatto gol. Anzi, il gol che ha portato tre punti alla squadra. Meglio quindi il balletto di Zaza sul dischetto ai quarti di finale dell’Europeo? Perché io me lo ricordo il passetto stile Fuorilegge stile Rose Villain prima di calciare in cielo. Ben vengano i giocatori di carattere, che non stanno al giochino buonista anche nel calcio. Nessuno è perfetto, me che meno ragazzi di 20 anni che non devono essere d’esempio a nessuno, ma semplicemente giocare a pallone.
Lorenzo Lucca, che di toscano non ha nulla se non una stagione con la maglia del Pisa, è nato in Piemonte a Moncalieri, dove il padrone del tempo è il fiume Po e si gioca a calcio per tentare di togliersi le catene della provincia. Analizzando la sua carriera si scopre che il coraggio non l’ha mai tenuto in tasca. Dopo le giovanili nel Torino, il passaggio al Chieri e qualcuno che non credeva in lui, è ripartito dai dilettanti. Troppo forte per stare lì e, a suon di gol, si è ripreso tutto quello che era suo. Palermo, Pisa, il passaggio all’Ajax e l’atterraggio in serie A, all’Udinese. Nome spesso a tabellino e caratteristiche tecniche che hanno convinto addirittura il CT Spalletti a convocarlo in Nazionale.
Lucca è considerato uno degli attaccanti emergenti del nostro paese, un insolito point center (cosi sarebbe definito in NBA) che unisce la struttura fisica da pivot a qualità tecniche e di affondo fuori dal comune. Gli hanno messo gli occhi addosso un po’ tutti: Juve, Milan e si dice anche in Premier League. In una recente intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, ha dichiarato che non conosce la paura e che il suo idolo è Zlatan. Beh, chi se non lui. Lunga vita al nostro Ibra.
