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12 marzo 2026

Alex Britti a MOW: “Oggi la gente subisce la musica, a me del gregge non frega un ca**o. La speranza oggi passa dal rap”

12 marzo 2026

Ci siamo seduti a un tavolo della Cioccolateria Novi con Alex Britti, passato dal Festival di Sanremo per duettare con Sayf. Il cantautore romano ci ha parlato di mercato e omologazione, ma pure degli artisti che potremmo mettere in cuffia per sentirci un po’ meglio. Il video

Foto di: MOW

Alex Britti a MOW: “Oggi la gente subisce la musica, a me del gregge non frega un ca**o. La speranza oggi passa dal rap”

Guardando in faccia Alex Britti ti rendi conto della grande differenza che passa tra l’invecchiare e il vivere, ed è uno po’ la stessa differenza che puoi ritrovare nelle pieghe del viso dei nativi americani: sono volti che hanno vissuto tanto e visto tutto, volti che in qualche modo producono luce. Gli abbiamo dato appuntamento alla Cioccolateria Novi durante il Festival di Sanremo, lui ha appena duettato con Sayf assieme a Mario Biondi producendo una versione micidiale di Hit the road Jack. Britti il Teatro Ariston lo conosce bene: dopo aver vinto nella categoria dedicata ai giovani nel 1999 ci torna altre tre volte, la più celebre nel 2003 con 7000 caffè e l’ultima, nel 2015, con Un attimo importante. Si presenta puntualissimo con un completo di un bel denim, un cappellino nero e un paio di occhiali scuri che non toglierà mai. Parla piano Alex, senza urlare e scegliendo con cura le parole, lontanissimo dalla comunicazione gridata a cui siamo abituati. Così se vuoi capire quello che dice devi ascoltarlo.

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Alex Britti alla Cioccolateria Novi

I giovani, le nuove leve del rap, hanno molto l’idea dell’autodidatta e tu lo sei sempre stato. Ti ritrovi nel loro approccio oppure pensi che siano due cose diverse?

No, non mi ritrovo, perché spesso gli autodidatti di oggi difficilmente suonano uno strumento, suonano qualcosa… magari sono autodidatti a fare l’influencer, anche se pure questo è un termine sbagliato. Non mi sembra che ci sia più la figura del musicista che sognavo io da ragazzino. Oggi c’è il personaggio, l’influencer appunto, e va benissimo così. È diverso, né meglio né peggio. Oggi i rapper quando fanno successo aprono l'azienda di moda e vendono i giubbotti, i jeans, le felpe. Ai miei tempi se facevi successo ti aprivi uno studio di registrazione. Oggi c’è un’ostentazione di soldi, di successi. Non è colpa dei ragazzini, è colpa nostra. Ai figli i dati dentro quel database li mettiamo noi.

Questo è un tema centrale. Quando si parla di educazione digitale dico sempre: se sto sempre al cellulare, mia figlia cosa può diventare?

Esatto. E si confondono i numeri per la qualità. Non lo so, esce un film nuovo e si dice: è del regista che ha incassato 10 milioni… poi la gente che ne sa? Si spaccia sempre la quantità per qualità. Ogni tanto le due cose possono anche corrispondere, però è raro.

Parliamo di cibo, il ristorante che fattura di più al mondo è un fast food. Eppure non è che se io e te vogliamo andare a mangiare una bistecca buona andiamo là. Quello fa più numeri, ma è uno dei peggiori. Quindi quelli che oggi hanno 20 o 30 anni è da 20 anni che sentono noi grandi dire loro che quella cosa è figa perché ha fatto numeri. E quindi anche loro parlano di numeri, è normale.

Nella musica il numero è il mercato, è tutto lì. Questa deriva quanto ti ferisce? Ti dà fastidio?

Io personalmente mi faccio i cazzi miei. Poi io quello che dovevo fare l’ho fatto, non è che devo dimostrare niente a nessuno. Oggi non cerco di fare a spallate con i ragazzini. Io ho fatto il mio. Largo ai giovani. Continuo a venire qui o in altri posti, ma io suono, faccio un sacco di concerti, festival.

Qui tocchi due temi fondamentali: la degenerazione dei tempi - l'iperdistrazione, l'iperdigitalizzazione - e il fatto che per salvarti devi fare le tue cose. Devi essere tranquillo con te stesso, altrimenti si fa fatica a fuggire da quel sistema che ti porta a mangiare al fast food, a stare sempre al cellulare, a stare sempre sui social, a condannare la musica ai numeri...

Quello dipende un po' dalla forma mentis delle persone, dalla sensibilità che hanno. Io personalmente, non solo da artista ma anche da ragazzino, non sono uno che segue il gregge. Non me ne frega un cazzo del gregge. Sono figlio unico. Sono come l'orologio fermo che ha segnato per un paio di volte l'ora giusta, ma non l'ho fatto apposta. Io ho sempre fatto le mie cose. Quando mi andava di fare blues e jazz, facevo blues e jazz. Quando volevo sfidare il pop l’ho fatto per soddisfazione personale. L’ho fatto per 5-6 anni, ho fatto i numeri e poi basta, ciao. Oltre a fare Alex Britti di lavoro ho anche un paio di gruppi con cui faccio cose più carbonare. Magari mi diverto di più a fare un concerto in un club davanti a 200 persone piuttosto che fare robe mainstream.

Perché?

Perché il mainstream è fatto per gente che non sceglie: la musica, l’arte, il cinema, la televisione, i vestiti... Li subisce, li recepisce in modo passivo. A me piace essere attivo, mi piace cercarle le cose. Poi ti arrivano...

Più cerchi e più ti arriva qualcosa, magari quella cosa non l'hai cercaao ma ti va bene lo stesso.

Io magari sono anche un po’ stronzo di carattere, però se vedo un film e mi interrompe una pubblicità, quella marca stai sicuro che non la comprerò mai. Perché mi ha rotto le scatole mentre ero concentrato. Però le persone non sono così… subiscono la musica. Io faccio un sacco di concerti l’anno, ovviamente in contesti più mediocri rispetto a Sanremo, senza questa cassa di risonanza. Poi incontro la gente e mi dice: “Oh, ma sono anni che non fai più niente?”. No, sei tu che non cerchi. Ti ricordi Matrix? La scena dove stanno tutti sulle poltrone con il visore. Oggi la maggior parte delle persone funziona in quel modo...

A Sanremo vediamo il delirio che provoca la celebrità. Una città bloccata, gente che si fa selfie con degli influencer… C'è una società come quella di Andy Warhol dove i 15 minuti di celebrità sono diventati 15 secondi e tutti sono pervasi da quella cosa. Tutti vogliono successo, visibilità, numeri. Questa cosa ci allontana da noi stessi, dalla verità. Perché la gente non sa più cosa vuole, te lo impongono.

Le case discografiche te lo impongono...

E tu sei senza casa discografica. Ormai da quanti anni ti gestisci da solo?

La prima cosa senza casa discografica credo sia stata nel 2010 o 2011. Sono una quindicina di anni.

È una scelta che consiglieresti a tutti gli artisti?

Dipende cosa vuoi fare, se vuoi fare la musica o le visualizzazioni. Se vuoi fare visualizzazioni no, non lo consiglio. Certi spazi ce li hanno solo le discografiche.

Ci sono degli elementi, dei consigli, su cui poggiare la costruzione di un artista giovane?

Penso che il veicolo sia sempre la passione. Spesso si delega la responsabilità del tuo apprendimento all’insegnante. Ma l’insegnante è il mezzo che tu devi usare per crescere. Io volevo suonare bene, sapevo cosa serviva. Non serve il maestro: devi stare a casa a consumarti le dita sulla chitarra.

Qui entrano l'ossessione e il coraggio. Perché alla fine devi fare delle scelte, che spesso nella tua carriera non sono state verso il mainstream ma sono state più: mi faccio i cazzi miei.

Perché abbiamo sempre quella vocina dentro che ti dice dove devi andare, ma non lo fai. Io invece seguo sempre la vocina.

Che rapporto hai con l’autostima? Spesso uno sbaglia per avere dei giudizi positivi da parte degli altri.

Ovvio che i giudizi positivi fanno piacere, ma non mi gasano. Sono indicazioni. Come non mi importa nulla delle critiche. Li vedo come strumenti per raddrizzare il tiro, il giudizio a cui tengo di più è il mio. Se sono sicuro di una cosa, quello che dicono gli altri non mi interessa, né positivo né negativo.

Come sei sicuro di una cosa? È per come ti arriva?

Lo sento. Senza entrare nel mistico… si può parlare di percezioni? È cervello, è scienza, istinto. Infatti faccio questo di mestiere.

Prima hai parlato di media. Come navighi nel caos mediatico?

Do importanza alle cose che mi piacciono. Non demonizzo i media, ma so cosa sono. Non è Vangelo.

Come si conserva la coerenza?

Istinto. Io non sono coerente solo con il mio lavoro. Penso di essere così un po' con tutto quello che faccio. La vita è facile: ci sono le cose che ti piacciono e quelle che non ti piacciono. Quelle che ti piacciono le fai, quelle che non ti piacciono non le fai. Fine.

Tre artisti, non mainstream, che tutti dovrebbero ascoltare?

Uno fortissimo per me è Keziah Jones. Secondo me è uno che lascerà alla musica una bella eredità. Però non è mainstream. Un altro esempio di uno che non è stato mainstream ma è stato recepito dopo è Nick Drake. Adesso tutti lo idolatrano ma all'epoca non lo cagava nessuno.

Un italiano?

Qui mi metti in crisi, non ascolto tanta musica italiana. Ascolto sempre gli stessi dischi da 40 anni, un po’ come tutti. Trovo nella cultura italiana un po' di discontinuità. È difficile che qualcuno, me compreso, faccia dieci dischi belli. Ne fai uno bello, uno così così, uno brutto, uno bellissimo… è altalenante. Il pop mi sembra ancora ancorato, forse siamo in una fase di transizione, i generi si stanno fondendo tra di loro. Fino ad ora siamo stati ancora troppo separati.

Cosa intendi per “ancorato”?

Non c'è ancora stata quella commistione: tanti rapper cercano di fare il salto nel pop, ma forse ancora non è passato abbastanza tempo. Non abbiamo ancora metabolizzato né l'uno né l'altro. Vedi Salmo, Marracash o Sfera Ebbasta, che provano a fare cose più pop. Fanno cose interessanti, però quelle che spaccano davvero sono ancora le prime. Deve passare del tempo per farci metabolizzare la nostra cultura di oggi, poi vediamo che succede. Secondo me oggi c'è un parallelismo con gli anni Settanta e i rapper sono i nuovi cantautori. Negli anni Settanta chiunque imparava tre accordi di chitarra e scriveva canzoni uguali a tutti gli altri. Erano canzoni che avevano tre accordi e tre miliardi di parole. Oggi i rapper sono la stessa cosa. Poi ci sarà una scrematura e qualcuno rimarrà.

Quella scuola lì poi ha prodotto qualcosa che poi ha portato addirittura a Vasco Rossi, che aveva iniziato come cantautore negli anni Settanta. Quindi ancora c'è speranza?

Per questo dicevo che siamo in una fase di transizione. Ma penso di sì, c’è speranza.

Vedi un'evoluzione che ci può portare da qualche parte...

Sì, ma viene da quel mondo là. Secondo me la prossima evoluzione verrà dal rap.

E siamo sempre lì. Perché lì c’è più verità rispetto ad altri ambienti.

Nel pop di “canzonettari” come me siamo rimasti un po' nella Prima Repubblica. Anche con il modo di scrivere i testi, il modo di parlare. Poi figurati, io scrivo in italiano parlato. Non voglio scrivere cose auliche. Anche perché se ti faccio fermare un secondo a riflettere su una parola, perdi tre note di chitarra. Devo arrivarti diretto, un po' come parlano i rapper. Ecco, io questo lo faccio da sempre nelle canzoni.

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