“Sono Antonio Menegon e sto bene”. La telefonata è arrivata nella serata di lunedì al 112 e ha letteralmente rimesso al mondo un uomo per cui ormai si temeva il peggio dopo che, per oltre tre settimane, era sembrato inghiottito dal nulla. Fine ufficiale del giallo? Sulla carta sì, nei fatti asolutamente no. Perché Antonio Menegon, 78 anni, ingegnere vicentino noto per la sua battaglia contro gli autovelox ritenuti irregolari, è sì vivo, è sì stato rintracciato a Sandrigo, in un bar di Ancignano, ma la storia, invece di chiudersi, da qui inizia a complicarsi. I militari della Compagnia di Bassano del Grappa lo hanno trovato in buone condizioni di salute. Ascoltato, Menegon ha spiegato di essersi allontanato volontariamente, negando qualsiasi costrizione o intervento di terzi. Una fretta nel dirlo che ha alimentato i sospetti piuttosto che sedarli. Versione lineare, quasi rassicurante, che però fatica a reggere il peso di tutto ciò che c’è stato prima. E che non convince fino in fondo né chi indaga né chi, in queste settimane, ha seguito passo dopo passo una scomparsa piena di dettagli che fanno a cazzotti.
Di Antonio Menegon, lo ricordiamo, si erano perse le tracce il 3 gennaio. L’ultima immagine certa lo collocava nel suo studio di Rosà, all’interno di una galleria d’arte. Poi il vuoto. Un nulla reso ancora più inquietante da quello che i Carabinieri avevano trovato all’interno dell’ufficio: il computer acceso, la giacca sulla sedia, documenti e chiavi lasciati sul tavolo, il cellulare abbandonato a terra. Una scena che chiaramente non parlava di una partenza pianificata, ma di un’interruzione improvvisa. Non a caso, sin dalle prime ore, le ipotesi erano state le più diverse.
Liquidare tutto, adesso, con “allontanamento volontario” rischia di risultare un po’ troppo superficiale. Anche perché era stato forte il sospetto di un possibile rapimento o di pressioni esterne. Perché Menegon non era un tecnico qualunque. Era diventato un perito chiave nelle inchieste sugli autovelox, un nome scomodo per molti, soprattutto per la ‘Ndrangheta. Aveva denunciato irregolarità, firmato perizie, contribuito a sequestri, e non aveva mai nascosto l’intenzione di andare fino in fondo, anche denunciando alcuni funzionari del Ministero dei Trasporti e altri apparati dello Stato.
Negli ultimi anni non erano mancati episodi inquietanti: file spariti, tensioni e persino l’incendio della sua auto parcheggiata vicino all’ufficio. Segnali che, letti oggi, rendono difficile archiviare tutto sotto l’etichetta di una semplice scelta personale. Anche se a riferire di quella scelta è stato lui stesso. Tra l’altro, poco prima di sparire Menegon aveva lasciato sui social un messaggio carico di stanchezza e disillusione, soprattutto per quella che riteneva una sordità istituzionale rispetto alle sue battaglie. La Procura di Vicenza, che sul caso aveva aperto un fascicolo, quindi oggi non considera affatto la vicenda chiusa.
Gli accertamenti proseguiranno per verificare la veridicità delle dichiarazioni e ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’allontanamento. Anche chiedendosi con che denaro abbia vissuto, visto che non risultano movimenti sui suoi conti correnti. Perché quando un uomo sparisce lasciando dietro di sé una vita interrotta a metà, e poi ricompare dicendo solo “me ne sono andato”, la risposta da dare non può essere solo “sono tornato”, ma da cosa, o da chi, se n’era davvero andato.