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12 settembre 2025

Chi ha ucciso Charlie Kirk? L’odio, la retorica e la mostrificazione. Ecco perché l’attentato non riguarda solo l’America

  • di Rosy Canale Rosy Canale

12 settembre 2025

Un colpo di fucile fatale in un campus americano, ma l’eco va oltre l’America. Non è solo la morte di Charlie Kirk: è il segnale di un linguaggio che trasforma avversari in nemici. Quanto manca perché il veleno dell’odio travolga anche noi?

Foto: Ansa

Chi ha ucciso Charlie Kirk? L’odio, la retorica e la mostrificazione. Ecco perché l’attentato non riguarda solo l’America

Charlie Kirk aveva trentun anni. È stato assassinato nel campus dell’università di Utah Valley, durante un incontro del suo tour “American Comeback”. Kirk era un giovane uomo, un padre, una voce conosciuta della destra americana. Non importa in questo momento se lo si amasse o se lo si criticasse: importa che è caduto sotto il fuoco in un campus universitario, mentre parlava di politica, di idee, di America. E la sua morte ci obbliga a guardare in faccia non soltanto il colpo che lo ha tolto al mondo, ma il terreno avvelenato che ha reso possibile quel colpo.

Perché l’odio non nasce mai nel silenzio. L’odio viene coltivato, alimentato, invocato. Non è figlio della casualità, ma della retorica. Quando nei discorsi pubblici si invoca la violenza, quando leader e rappresentanti incitano a “colpire”, a “resistere con la forza”, a “non dare tregua”, quelle parole non restano parole. Sono semi. E i semi, prima o poi, trovano terreno fertile.

Negli ultimi anni, in America, abbiamo visto più volte figure politiche e mediatiche trasformare il linguaggio in arma. Non importa che fossero democratici o repubblicani: importa che il vocabolario della lotta sia diventato più importante del vocabolario del dialogo. Si è applaudito non a chi costruiva ponti, ma a chi urlava slogan. Non a chi cercava compromessi, ma a chi prometteva di schiacciare l’avversario. L’avversario politico non era più un concorrente democratico, ma un nemico da abbattere.

Così l’odio si è radicato.

morte di charlie kirk ansa
La notizia della morte di Charlie Kirk Ansa

È facile puntare il dito solo contro un lato dello schieramento. Ma l’onestà intellettuale ci impone di dire che la violenza verbale, il sarcasmo velenoso, la riduzione dell’altro a caricatura disumana sono diventati strumenti diffusi. Certi discorsi di esponenti democratici hanno invocato apertamente la “resistenza” fisica contro i trumpiani, come se bastasse un insulto a spostare i confini del legittimo dissenso. E non si può ignorare che simili parole possano sedimentare nel tempo, legittimando l’idea che colpire chi la pensa diversamente non sia solo possibile, ma giusto.

Charlie Kirk è morto dentro questa tempesta. Non per ciò che era, ma per ciò che rappresentava. Non come individuo, ma come simbolo. E quando una società smette di distinguere la persona dal simbolo, si consegna al peggiore dei destini: quello in cui l’uomo è sacrificabile sull’altare della polarizzazione.

L’odio ha un’estetica. Comincia nei meme, nei social network, nelle battute feroci. Si trasforma poi in manifestazioni di piazza, in slogan urlati, in campagne di demonizzazione. Infine, si incarna in gesti estremi: un pugno, un colpo di pistola, una vita stroncata. Ogni volta ci diciamo che è “un gesto isolato”. Ma la verità è che ogni gesto estremo è preceduto da migliaia di piccoli atti di normalizzazione dell’odio.

In questo senso, la morte di Kirk non riguarda solo la destra americana. È un campanello d’allarme per tutti. Perché oggi è lui, domani potrebbe essere chiunque altro: un progressista, un giornalista, un attivista, un ragazzo che osa esprimere un pensiero fuori dal coro. L’odio non conosce fedeltà politica: divora a caso, si nutre di divisione, prospera dove manca la responsabilità.

Ed è qui che la questione diventa morale.

Se accettiamo che il linguaggio politico sia fatto solo di urla, se applaudiamo chi invita a “colpire” e “punire”, allora stiamo già costruendo la prossima tragedia. La democrazia non può sopravvivere se non conserva un confine sacro: la vita umana e la dignità dell’avversario. Senza questo confine, le istituzioni diventano gusci vuoti, e le urne diventano preludio alla violenza.

L’odio, però, ha anche un volto poetico, e non è un complimento. È come un fuoco che affascina mentre distrugge. Seduce, perché offre una semplificazione: non serve capire l’altro, basta odiarlo. Non serve dialogare, basta colpire. Non serve faticare nella costruzione, basta gioire nella demolizione. È una poesia oscura, che parla alla pancia e non al cuore, che dà l’illusione della forza mentre scava solo macerie.

Ma la poesia dell’odio ha sempre lo stesso finale: il silenzio irreparabile della morte. Ed è quel silenzio che oggi avvolge la figura di Charlie Kirk. Un silenzio che dovrebbe farci tremare più di mille discorsi.

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In questo contesto, la responsabilità dei leader politici — tutti, di ogni parte — è immensa. Chi ha la parola pubblica ha in mano un potere che non è astratto: può accendere o spegnere incendi. Non basta condannare l’omicidio dopo che avviene; bisogna evitare di coltivare il terreno che lo rende possibile. La violenza nasce dove la politica abdica al suo dovere di educazione civile.

E allora, cosa ci insegna questa tragedia? Ci insegna che la democrazia non è mai garantita, che il confine tra confronto e conflitto è sottile, che le parole sono pietre, e a volte pallottole. Ci ricorda che chi semina odio non può stupirsi se raccoglie sangue.

Ma soprattutto ci chiede di cambiare.

L’America non ha bisogno di martiri della polarizzazione. Ha bisogno di riconquistare il valore del rispetto reciproco, della convivenza civile, della parola che illumina invece di ferire. Non si tratta di rinunciare alle idee forti, né di appiattire le differenze. Si tratta di difendere l’umanità al centro del dibattito.

Charlie Kirk, in vita, è stato amato e odiato. Da morto, diventa un simbolo involontario di ciò che accade quando la politica perde il limite e l’odio diventa linguaggio comune. Il modo migliore per onorare la sua memoria non è trasformarlo in bandiera di parte, ma in monito universale.

Perché l’odio può sembrare potente, ma è sterile. Distrugge senza costruire, divide senza ricomporre, uccide senza redimere.

Ed è questo il punto più alto che possiamo trarre dalla sua morte: se l’America vuole salvarsi, deve imparare a disarmare l’odio prima che l’odio continui a disarmare l’America.

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