Cala un altro nome sul tavolo del mistero (della Fede) più marcio d’Italia: c'è una terza indagata nella riapertura dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Si chiama Gabriella Boggiani e di essere finita sulla copertina di un fascicolo l’ha ammesso lei stessa. E’ un'ex amica di Marco Fassoni Accetti, il fotografo romano classe 1955 che da un decennio si autoaccusa, salvo poi ritrattare, di aver messo in piedi il finto sequestro a scopo di estorsione della quindicenne vaticana. La Boggiani va a fare compagnia nel registro delle notizie di reato allo stesso Accetti e a Laura Casagrande, l'ex compagna di corso della Orlandi alla scuola di musica Ludovico Da Victoria.
La bomba l’ha sganciata la stessa Boggiani durante l'audizione davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sui casi Orlandi e Gregori:”apprendo di essere indagata”. Per lei i PM capitolini hanno aperto un fascicolo stralcio, distinto da quello principale, dentro cui starebbero finendo pure altri soggetti legati alla vecchia cerchia di conoscenti di Accetti. Ma quale sarebbe la colpa della Boggiani? Tutto ruoterebbe attorno a un gettone infilato in una cabina telefonica del quartiere Africano nell'estate del 1983. Una chiamata orchestrata dal controverso cineasta. “Un giorno – ha raccontato la Boggiani - Accetti mi disse: ‘Dai, fai questo scherzo, fai questa telefonata’. Io la feci, ma senza pensare a niente di strano. Non sapevo nemmeno chi fosse questa Orlandi, non era ancora successo niente di pubblico. Lui mi disse solo di dire che noi sapevamo dove stava Emanuela, e basta”. Messa alle strette dai parlamentari, la donna ha provato a ridimensionare il suo ruolo: “Confermo di aver fatto la chiamata, non di aver letto un comunicato”. Il riferimento è ai soliti proclami deliranti del tempo legati al ricatto per la liberazione di Ali Ağca, il terrorista che sparò a Papa Wojtyła in Piazza San Pietro.
La Boggiani scarica ha anche chiarito senza troppi complimenti i non avere più rapporti con Accetti. L’ha definito “stravagante”. “Non ho mai avuto paura – ha dichiarato - ma adesso che scopro di essere indagata un po' di timore ce l'ho”. Resta da capire quanto di quell'episodio sia stato un ridicolo gioco e quanto, invece, si inserisca nell'ingranaggio dei depistaggi che per decenni hanno intorbidito le acque sul caso Orlandi. Ma, per dovere di onestà, bisognerebbe pure chiedersi quanto questo nuovo nome sia l’ennesimo tentativo di distrarre, come succede ogni volta che le indagini su Emanuela Orlandi sfiorano ambienti troppo vicini alla Chiesa.
Intanto la Procura di Roma e la Commissione Bicamerale continuano a ascoltare persone anche sulla scomparsa di Mirella Gregori e la morte del tredicenne José Garramon, travolto e ucciso proprio dalla Ford Transit di Accetti a Castel Porziano nel dicembre 1983. Nel frattempo i carabinieri del Ris stanno analizzando con gli strumenti di adesso i resti biologici sul famoso flauto traverso consegnato da Accetti al momento della sua autoaccusa e che sarebbe appartenuto a Emanuela.