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Emilio Fede “ha fatto anche cose buone”? Mentana e Grasso lo rivalutano, ma Feltri lo asfalta: “I vizi gli sono tornati in quel posto…”

  • di Irene Natali Irene Natali

  • Foto: Ansa

3 settembre 2025

Emilio Fede “ha fatto anche cose buone”? Mentana e Grasso lo rivalutano, ma Feltri lo asfalta: “I vizi gli sono tornati in quel posto…”
I colleghi ricordano Emilio Fede dopo la sua scomparsa: da Mentana a Grasso, un giornalista di razza che non può essere ridotto solo al suo berlusconismo, l'inventore di un genere nuovo. Poi c'è Vittorio Feltri al veleno...

Foto: Ansa

di Irene Natali Irene Natali

Ha fatto anche cose buone. Deriso in vita per il suo servilismo, ricordato per i suoi epici fuori onda trasmessi da Striscia la Notizia, ora che Emilio Fede è morto, com'era ovvio che fosse, sono partiti i coccodrilli. La maggior parte con lo stesso messaggio: si, Emilio Fede era prono a Silvio Berlusconi, ma il vero Fede era un altro. Il vero Fede era quello prima di Mediaset dove, comunque, alla fin fine ha solo preceduto la tendenza attuale del giornalista schierato di oggi. Poi c'è Vittorio Feltri, che invece entra a gamba tesa e racconta un Fede diverso.

Emilio Fede nel 2012
Emilio Fede nel 2012 all'uscita da Cologno Monzese Ansa

Il primo è stato Enrico Mentana via social: sarebbe ingeneroso ricordarne solo il crepuscolo professionale, “vent'anni prima del Tg4 era già l'anchorman più conosciuto dagli italiani”. Umanamente mai sleale, “con gli occhi di oggi potrei dire che sdoganò un genere ormai ampiamente diffuso, quello dei programmi giornalistici apertamente schierati”.
Per un così fan tutti di Enrico Mentana, il ricordo di Emilio Fede prosegue sulla stessa scia un po' ovunque: il Tg1 che, sotto la sua direzione, segue le operazioni di salvataggio di Alfredino Rampi, l'annuncio dell'attacco americano su Baghdad, la lunga carriera nel giornalismo costellata da qualche vizio, tipo quello di gonfiare le note spese dall'Africa, cosa che gli valse il soprannome di “Sciupone l'Africano” quando era inviato in Africa per Tv7.
Aldo Grasso ad esempio, dopo averne ripercorso la carriera sul Corriere, scrive infine che “Fede ha inventato un genere nuovo, qualcosa che si maschera di giornalismo per approdare allo show, all’one-man-show”. “Ogni sera -prosegue- per vent’anni, Fede ha fatto finta di dare notizie, di intervistare persone, di orientare il suo pubblico verso una parte politica (e in parte ci è riuscito), ma l’aspetto che a lui più interessava era un altro: la recita. Il suo era un teatrino, la scaletta un copione, gli inviati semplici comprimari”.
Vent'anni sono lunghetti come crepuscolo professionale, verrebbe da pensare; ma anche, leggendo Grasso, che il “one man show” non era esattamente qualcosa di cui andare particolarmente fieri, se si esercita una professione come quella del giornalista.
Stefano Zurlo su Il Giornale parla di “passione sfrenata per il giornalismo, coltivato da sempre con capacità e difetti tutti fuori misura, formato extralarge”. A proposito del soprannome Sciupone l'Africano, riporta che “ungeva abbondantemente gli informatori e così si procurava le notizie”, come raccontava Paolo Mieli che lo aveva incrociato come inviato dell'Espresso. Meno assolutorio di Grasso quando scrive che “Fede è interprete di un mondo, schierato, di più, come nemmeno in Bulgaria ai tempi del comunismo, con il Cavaliere. Partigiano”, salvo poi spiegare che era di “una partigianeria così sfacciata da essere quasi simpatica e mai ipocrita come quella di tanti pretesi signori dell'imparzialità e di una fantomatica neutralità che sono di solito quelli più proni”.

Fede saluta i telespettatori del Tg4
Fede saluta i telespettatori del Tg4 Ansa

Più duro di tutti Vittorio Feltri che pure, sempre sul Giornale, lo definisce un “giornalista fenomenale” trattato da “giornalisti scalcagnati quasi fosse un ometto maligno”. L'apertura però, non gli fa sconti: “Emilio Fede, nonostante tutto, era ancora vivo. Non so se ne avesse ancora coscienza, dato che da anni era già stato sepolto sotto badilate di calce viva, tali da squagliare le ossa di un santo martire. E lui non era certo santo, e se è stato martire, è stato un complice forse volontario della sua fine, solitaria e senza gloria”.  E ancora: “Tutti i vizi o vezzi, virtù o difetti gioco, donne, amicizie, battutacce, rancori che ha praticato nel corso della sua esistenza gli sono tornati tutti dolorosamente in quel posto lì”, salvo passare, poche righe dopo, a descriverlo “spontaneo negli atteggiamenti, ma non sempre schietto compe appariva”. Anzi: “Aveva un livore sotterraneo, non era una colpa, ma un'eredità secolare, qualcosa di lavico, corrosivo, un magma che lo ha tenuto in vita per 94 anni, ma consumandogli la pelle e l'anima”. 
Senza dimenticare la capacità da rabdomante per la notizia, passando per il “mazzo di figurine da campione della gnocca” che però ha avuto un solo amore, sorvolando sulle vicende giudiziarie, Feltri chiosa al veleno: “Fede ha commesso molti errori, ma non sarò certo io a rammentarglieli mentre sta lì, immobile e terreo”.

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