Perché Stefano Furlan, tifoso della Triestina, è stato ucciso? La sentenza viene emessa il 7 novembre del 1985: Alessandro Centrone, giovane allievo della scuola di polizia di 21 anni, è stato condannato a un anno di reclusione che non sconterà in quanto incensurato. Furlan sarebbe stato ucciso per errore: il manganello dell’agente è calato sul capo del tifoso ventenne per un eccesso, seppur legittimo, nell’uso della forza. Centrone voleva colpirgli la spalla. È la sera dell’8 febbraio 1984. Stefano Furlan era allo stadio per vedere Triestina-Udinese di Coppa Italia. Lui è tifoso dei “rossi”, frequenta la curva ma non è un ultrà. La gara finisce a reti bianche. Dopo il fischio finale Furlan esce, tra gruppi di Ultras Trieste e altre sigle della curva dell’Udinese c’era già stato qualche scontro in giornata, niente di troppo grave. Ma tra forze dell’ordine e ultras a fine partita c’è comunque tensione. Gli agenti caricano, molti di loro sono allievi della scuola di polizia. Furlan evita il fulcro della tensione e si defila verso via Macelli dove ha parcheggiato la sua Fiat 128 Blu. Stefano viene raggiunto da alcuni agenti. Qui la nebbia si stende sui fatti dell’8 febbraio. A diradare la foschia ci provano i testimoni, ascoltati dal quotidiano Il Piccolo e in seguito in aula: erano tre gli agenti, lo inseguono, lo bloccano e lo tengono per i capelli davanti al muro. Qualcuno avrebbe detto “vado a prenderne altri”. I testimoni hanno raccontato che i poliziotti sbattono la testa di Furlan contro il muro e preso a calci. Le forze dell’ordine sostengono che il ragazzo stesse danneggiando delle auto, che fosse ubriaco. Insomma, che quell’intervento fosse necessario. Ipotesi che non trovano riscontro. Furlan torna a casa, dice a sua madre di essere stato colpito in strada e malmenato anche in questura. La notte continua ad avere mal di testa, le sue condizioni peggiorano. Viene portato all’Ospedale Maggiore, resta in coma venti giorni, poi il primo marzo muore. La madre non crede alla versione esposta dalla polizia e si costituisce parte civile. Cerca giustizia e rifiuta 80 milioni di lire offerti dal Prefetto Antonino Allegra per ritirare la denuncia. “Eccesso colposo per uso legittimo della forza”. Centrone resta fuori dal carcere e viene reintegrato nella questura della città. Renata Furlan otterrà cento milioni di lire di risarcimento.
Stefano Furlan è morto perché un poliziotto ha esagerato nell’uso della forza. Lo hanno ricordato ieri, giorno dell’anniversario della partita tra Triestina e Udinese dell’8 febbraio 1984, i tifosi interisti presenti per la partita tra i nerazzurri under 23 e la Triestina in Serie C: “Il tuo nome nella mente, il tuo ricordo per sempre. Stefano vive”. Stanno tornando gli anni di polizia. Le piazze bruciano settimanalmente: per l’indignazione di una città, schierata a favore di un centro sociale; per ricordare che, anche per un evento come le Olimpiadi, c’è una parte di società che rivendica il diritto ad essere tenuta in considerazione. Le immagini dei cassonetti bruciati, il video di gruppi di incappucciati che colpiscono un poliziotto, un giornalista preso a botte e un manifestante con la testa spaccata. E la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in ospedale che tiene la mano agli agenti. Una foto è stata modificata con l’intelligenza artificiale, così da inserirsi meglio nella storia raccontata: un abbraccio tra agenti in difficoltà, in ginocchio sulla strada dopo la guerriglia. È una battaglia di simboli: il Governo che accarezza i poliziotti, la gente che sta con chi si è preso il manganello mentre esercitava un diritto. L’Italia brucia: forse non abbiamo capito che il fuoco si sta pericolosamente avvicinando alla polvere infiammabile. Meno simbolico e molto concreto è il ddl sicurezza. Tra gli articoli toccati dal disegno di legge c’è anche quello, controverso e dibattuto, sul fermo preventivo di 12 ore per chi è sospettato di portare armi o altri oggetti “utili ad offendere”, nonché a impedire identificazione con “caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona”. Inoltre, viene previsto il “daspo urbano” in alcune zone rosse a chi è stato denunciato, quindi non per forza condannato, per atti violenti durante le manifestazioni.
La scelta, simbolica e non, è stata compiuta. Il Governo ha scelto da che parte stare. “Il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione - ad esempio legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità - procede all'annotazione preliminare, in separato modello, da introdursi con apposito decreto del ministro della giustizia del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l'attività di indagine. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all'iscrizione nel predetto registro”: è questa la parte che riguarda la tutela degli agenti delle forze dell’ordine. Qualcuno lo chiama “scudo penale”, il ministro della Giustizia Nordio smentisce perché qui “impunità non c’è per nessuno”. Un altro termine portato sul terreno della lotta. Simboli e leggi sono entrambi elementi di un progetto, un’idea di città e di sicurezza. La bilancia è inclinata da una parte ben precisa. Non quello della gente che decide di manifestare. Una strada per molti che lascia spazio all’abuso di forza, in nome della tutela della sicurezza. Arriva in questi nuovi anni di polizia il ricordo di un tifoso, ucciso per un eccesso considerato legittimo. Uno striscione che ha l’aria di un monito.