In primo piano c'è un colono israeliano in uniforme militare che, con un ghigno di soddisfazione, punta il suo smartphone contro una donna palestinese in evidente difficoltà. Più in basso si legge una parola scritta in bianco: “L'Abuso”. Sotto c'è un sommario pesantissimo: “L'annessione della Cisgiordania con i soldati complici dei coloni. Gaza annientata. L'avanzata in Libano. Il confine violato con la Siria. La guerra all'Iran. Pulizia etnica e massacri. Così la destra sionista dà forma al Grande Israele”. È questa la copertina che L'Espresso ha dedicato alla situazione in Medio Oriente, accendendo i riflettori su Israele e su quanto starebbe escogitando la destra al potere a Tel Aviv guidata da Benjamin Netanyahu. Altro che sradicare le minacce alla sicurezza rappresentate da Hamas, Hezbollah e Teheran: l'obiettivo del leader israeliano sarebbe quello di espandere i confini territoriali della nazione ebraica fino a costruire la Grande Israele, ossia quel concetto che affonda le radici nei testi biblici e che giustifica l'estensione della sovranità di Israele su Cisgiordania e Gaza e, secondo interpretazioni più estreme, su parti di Stati confinanti come Libano, Siria, Egitto e Giordania. Ma è davvero così? Niente affatto, secondo l'ambasciata d'Israele in Italia che ha condannato duramente il giornale diretto da Emilio Carelli.
“Condanniamo fermamente l’uso manipolatorio della recente copertina de L’Espresso. L’immagine distorce la complessa realtà con cui Israele deve convivere, promuovendo stereotipi e odio. Un giornalismo responsabile deve essere equilibrato e corretto”, ha scritto sul proprio profilo X Jonathan Peled, ambasciatore di Israele in Italia. Peled ha insomma criticato la copertina dell'Espresso definendola una manipolazione e una distorsione della realtà, mentre sul fronte opposto l'inchiesta principale del settimanale sostiene che Israele stia usando la retorica della sicurezza per giustificare l'espansione territoriale un po' in tutta la regione. C'è un particolare non di poco conto da considerare. Il ministro delle Finanze di Tel Aviv, Bezalel Smotrich, ha annunciato il piano di espansione della "Grande Israele" il 9 aprile, e cioè lo stesso giorno in cui è stato pubblicato L'Espresso, conferendo, di fatto, alla copertina un'immediata rilevanza geopolitica. Quest'ultima controversa, tra l'altro, si inserisce in un contesto di relazioni già tese, a poche settimane dalla convocazione dell'ambasciatore Peled da parte della Farnesina per il divieto imposto da Israele al cardinale Pizzaballa di entrare nel Santo Sepolcro la Domenica delle Palme.
Cosa sta succedendo in Medio Oriente? È una domanda che vale tanto, tantissimo. Da un lato troviamo la retorica usata dal governo Netanyahu: Israele vuole neutralizzare ogni minaccia regionale in grado di mettere a repentaglio la propria sicurezza nazionale. Dall'altro lato c'è chi fa notare che questo poteva essere valido, almeno per una prima fase, durante il conflitto di Gaza ma che sta avendo molto meno senso adesso che Tel Aviv sta colpendo fortissimo in Libano, che alimenta l'escalation contro l'Iran e che, come spiegano vari media, starebbe portando avanti una silenziosa espansione in Cisgiordania. Israele non ha mai definito ufficialmente i propri confini, ma i coloni e i ministri israeliani stanno prendendo in considerazione l'idea biblica di estenderli ben oltre l'attuale territorio statale. E se, pochi mesi fa, nel febbraio 2026, l'ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, dichiarava al conduttore televisivo americano Tucker Carlson che non avrebbe avuto problemi se Israele avesse preso il controllo dell'intero Medio Oriente, allora l'impressione è che, forse, la situazione è più delicata di quanto non si possa pensare.