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Le dimissioni di Fuortes dalla Rai fanno contenti tutti. Anche il Pd, che sottobanco è d’accordo con la Meloni

  • di Alessio Mannino Alessio Mannino

8 maggio 2023

Le dimissioni di Fuortes dalla Rai fanno contenti tutti. Anche il Pd, che sottobanco è d’accordo con la Meloni
Le “improvvise” dimissioni dell’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, sembrano la firma finale di un accordo di fatto fra il governo Meloni e il Pd: il centrodestra riesce a piazzare i suoi uomini ai vertici di viale Mazzini, e il primo partito di opposizione può dirsi contento per vedere un uomo considerato vicino al San Carlo di Napoli. Ecco cosa c’è dietro un’operazione di scambio di inusuale brutalità, di cui alla fine la vittima è una sola: l’attuale sovrintendente del teatro partenopeo

di Alessio Mannino Alessio Mannino

La notizia è di giornata: l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, si è dimesso. “Non ci sono più le condizioni per proseguire il mio lavoro”, ha spiegato in una nota annunciando una decisione che, nonostante settimane di rumors sulla sua imminente uscita, giunge paradossalmente inaspettata. È la tempistica a essere clamorosa: Fuortes ha scelto di fare le valigie appena quattro giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri del “decreto Lissner”, l'emendamento su misura per dare il benservito (per superata soglia dei 70 anni) a Stephane Lissner, il francese sovrintendente e direttore del Teatro San Carlo di Napoli, e mettere così al suo posto l’uscente Ad di Viale Mazzini. Sembrerebbe una conferma al cubo, se mai se n’era bisogno, che lo scambio fra i due incarichi non solo c’è, ed è stato premeditato, ma che il primo interessato, cioè lui, non vede l’ora di trasferirsi a latitudini partenopee. Come se non bastasse, la motivazione ufficiale ci aggiunge pure il suo bel carico da undici: se appena due settimane fa è riuscito a far approvare all’unanimità il bilancio dell’azienda, com’è possibile che le “condizioni” per lavorare “nell’interesse delle istituzioni” siano venute meno proprio adesso? Ha ricevuto pressioni, nel frattempo? E se sì, da chi?

Stephane Lissner
Stephane Lissner, sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli

Nella vicenda Fuortes c’è un non detto grosso come un macigno che lega maggioranza di centrodestra e minoranza di centrosinistra, o, per essere più esatti, il Partito Democratico. Il romano classe 1959, già sovrintendente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, venne nominato alla guida del consiglio d’amministrazione della tv di Stato il 16 luglio 2021 su proposta dell’allora ministro dell’Economia, Daniele Franco, e su condivisione da parte dell’allora premier Mario Draghi. Politicamente, è sempre stato considerato vicino al mondo culturale del centrosinistra capitolino, là dove il veltronismo impera: dal 2003 al 2015 amministratore della Fondazione Musica per Roma, e prima ancora nel board del Teatro di Roma (1998-2001), direttore generale del Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale (2022-2003) e consigliere d’amministrazione della Fondazione Cinema per Roma (2007-2011), senza contare un’altra sfilza di incarichi fra Verona, Bari e, a livello universitario, sempre e ancora Roma. Il Pd, insomma, lo considerava, e lo considera, uno dei loro. La sostituzione di Lissner al San Carlo, e per giunta con modalità contra personam di inusitata brutalità procedurale, indica che il primo partito d’opposizione deve avercelo avuto un ruolo, attivo o passivo che sia.

Mario Draghi
Mario Draghi

Perché delle due, l’una: o il Pd, che grida alla lottizzazione e promette barricate in piazza, non ha pensato di chiamare in separata sede Fuortes per chiedergli cosa pensasse del decreto che andrebbe a suo favore, oppure lo ha fatto, ma allora le dimissioni odierne non sarebbero certo una sorpresa per nessuno, neanche per Schlein e compagni. Nella prima ipotesi, al di là del formale rispetto per l’indipendenza personale, vorrebbe dire che il Pd ha lasciato fare. Nella seconda, che addirittura abbia accettato, se non benedetto, l’operazione di scambio. In entrambi i casi, i Dem sarebbero accusabili di essere oggettivamente parte di un accordo sottobanco, anche solo di fatto, con il centrodestra, pur di far fuori Lissner e nominare al San Carlo un uomo a loro gradito per far filotto in un territorio, Napoli, targato Pd sia in Comune che in Regione Campania.

Vincenzo de Luca
Vincenzo De Luca, presidente Pd della Regione Campania

Se avesse davvero voluto frapporre una effettiva resistenza all’abbandono di Fuortes un anno prima della scadenza del suo mandato, il Pd avrebbe potuto appellarsi a Draghi e a Franco che lo avevano voluto lì. O, quanto meno, avrebbero dovuto nei giorni scorsi fare presente, al silente Fuortes, che non commentare neanche di mezzo fiato le voci, ormai date per sicure, del siluramento di Lissner per far spazio a lui, non era forse il modo migliore per difendere l’integrità della propria carica dal prevedibile assalto della maggioranza a mamma Rai. Ma i giochi ormai sono fatti: da quel che si sa, ora arriverà Roberto Sergio, direttore di Radio Rai, a coprire per qualche tempo la casella lasciata libera da Fuortes, in attesa dell’avvicendamento definitivo con Giampaolo Rossi, meloniano doc, che per ora assumerà la direzione generale. E il Pd, intanto, potrà sfregarsi le mani per Fuortes al San Carlo di Napoli. E finirono così tutti, con una pastetta trasversale servita sul proverbiale piatto d’argento, felici e contenti. Tutti tranne uno: Lissner, si capisce.

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