“Sono appena stata licenziata dal Washington Post mentre mi trovo in una zona di guerra”, ha scritto su X Lizzie Johnson, ormai ex corrispondente di guerra e reporter investigativa del Washington Post, che fino a pochi giorni fa stava seguendo dall'Ucraina il conflitto tra Kiev e Mosca. "Non ho parole. Sono devastata", ha aggiunto la giornalista che, suo malgrado, fa parte delle circa 300 persone licenziate dalla proprietà del quotidiano statunitense. La clamorosa indiscrezione è stata lanciata dal New York Times: il Wp, come è anche conosciuto il Washington Post, ha comunicato ai dipendenti l'avvio di una serie di licenziamenti su larga scala. Si tratta di un taglio pesantissimo che, a meno di dietrofront dell'ultim'ora, andrà a decimare la copertura di tre desk: sport, notizie locali e, soprattutto, esteri. Toccherà il 30% dei dipendenti. Tra questi, saluteranno le loro mansioni personale del reparto commerciale e oltre 300 dei circa 800 giornalisti totali. Chi ha preso una simile decisione? Jeff Bezos, il proprietario del giornale, lo stesso che lo ha acquistato nel 2013 per 250 milioni di dollari. Pare che negli ultimi anni il quotidiano abbia dovuto fare i conti con un forte calo degli abbonamenti e del traffico web. Tradotto: Bezos, diventato uno degli uomini più ricchi del mondo grazie alla vendita di prodotti online, non ha ancora capito come costruire e gestire una pubblicazione redditizia sul web.
Insomma, i conti non tornano, la redditività non c'è e Bezos avrebbe pensato bene di usare le cesoie per tagliare un po' di rami. Ci sono però due o tre aspetti da considerare. Il primo è che parliamo di uno degli uomini più ricchi del pianeta. A nessuno, certo, piace perdere quattrini, ma Bezos è la quarta persona più ricca del mondo (forte di un patrimonio di circa 244,4 miliardi di dollari). Dove sono finiti i bei propositi della difesa dell'informazione, del giornalismo di qualità e della democrazia? Evaporati come neve al sole. Anche perché Mr. Amazon non risulta essere in crisi. Anzi: nel 2024 ha fatturato 638,0 miliardi, in crescita dell'11% su base annua, mentre nei primi mesi del 2025 ha registrato 503,5 miliardi (+12%). È dunque lecito supporre che Bezos sia interessato, più che a sostenere l'editoria, a puntare sul commercio online o addirittura più in alto. Molto in alto: allo Spazio. Il magnate sta infatti spendendo, pare, quasi 2 miliardi all'anno per mantenere e sviluppare Blue Origin, l'azienda spaziale da lui fondata nel 2000 che ha come obiettivo principale quello di rendere il viaggio nello spazio più accessibile e sostenibile per l'umanità. Nello specifico, soltanto il grande progetto New Glenn, il razzo orbitale di Blue Origin, ha richiesto miliardi di dollari di spesa cumulativa nel corso degli anni di sviluppo, incluse quelle per le infrastrutture di lancio e per i test. L'editoria può attendere.
Stupisce anche il modus operandi adottato dall'azienda per annunciare i licenziamenti di massa. Matt Murray, direttore esecutivo del Washington Post, avrebbe dichiarato, durante una chiamata con i dipendenti della redazione, che la società avrebbe perso troppi soldi per troppo tempo, e che non avrebbe soddisfatto le esigenze dei lettori. Avrebbe poi aggiunto che tutte le sezioni sarebbero state in qualche modo colpite dai tagli, e che il risultato sarebbe stato una pubblicazione ancora più focalizzata su notizie e politica nazionali, oltre che su economia e salute. La sezione sportiva chiuderà i battenti, anche se alcuni dei suoi giornalisti dovrebbero passare al reparto approfondimenti per occuparsi di cultura sportiva. La sezione metropolitana del Post verrà ridimensionata e la sezione libri chiuderà, così come il podcast di notizie quotidiane. Murray ha aggiunto che il Post deve "diventare più agile e trovare nuovi modi di lavorare e innovare per capire cosa i nostri clienti vogliono di più e cosa vogliono di meno". Peccato che i lettori chiedano e vogliano proprio i prodotti tagliuzzati o eliminati dall'azienda: lo sport per rilassarsi, gli esteri per decifrare quanto accade nel mondo. Durissimo, intanto, il giudizio dato dal New Yorker all'intera vicenda: “Il fondatore di Amazon ha acquistato il giornale per salvarlo. Invece, con un licenziamento di massa, lo ha costretto a un drastico declino”.