TvBlog, un tempo il sito di televisione più letto in Italia, non esiste più. O meglio, non esisterà più per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. La notizia è uscita il primo d'aprile senza lo straccio di un comunicato ufficiale, ma con qualche rumor che ha cominciato a diffondersi sui social grazie al triste annuncio dei collaboratori. Immediata, la solidarietà di colleghi giornalisti e personaggi dello spettacolo che hanno postato il loro dispiacere a favor di follower. Come era giusto che fosse, visto che stiamo parlando di una testata che da oltre un decennio è punto di riferimento per pubblico e addetti ai lavori. Gli ascolti tv, le anticipazioni, gli scoop, le interviste, i live dei programmi di prime time: TvBlog non ha mai fatto mancare nulla ai propri lettori. E questo grazie alla costante e indefessa passione di chi ci ha lavorato, dei redattori. Redattori che si sono ritrovati a spasso dalla sera alla mattina, senza un perché né la possibilità di guardarsi intorno: nessuno aveva detto loro che tirasse una brutta aria, se non con un preavviso ridicolo. Tutti leggiamo le notizie di gossip, ci scontriamo sui social per le opinioni di chi le scrive o per i punti percentuali di share delle trasmissioni. Nessuno pensa a chi queste cose le scrive. Il problema, qui, non riguarda solo TvBlog e l'intera Blogo (quindi anche GossipBlog, Soundsblog, Cineblog ecc). Il problema è l'intero sistema del 'giornalismo' online che non è mai stato considerato un 'lavoro vero', ma al massimo un hobby. E da tale viene retribuito, se viene retribuito. Uno sfruttamento generalizzato, normalizzato e nascosto in piena vista senza che nessuno faccia un plissé. Perché a nessuno frega un cazzo di chi scrive sul web. A me, e non solo perché faccio parte di questa categoria, invece sì. E la questione dovrebbe interessare tutti quanti, anzi, perché ne va della qualità dell'informazione, dei diritti dei lavoratori del settore, di persone oramai rassegnate a un destino che non sta né in cielo né in terra. "Ma sai quanti vorrebbero scrivere qui, al posto tuo? Puoi andartene quando vuoi, ti rimpiazziamo in cinque secondi". Come i cinque secondi che ci vorrebbero per mandare a fanculo tutta la gente che da sempre guadagna bei dobloni con le inserzioni pubblicitarie che arrivano grazie all'impegno di chi ogni giorno lavora davvero, portando contenuti, e venendo ricompensato a croccantini possi e sputi. Si potrà mai interrompere tale circolo vizioso? Sarebbe ora e tempo. Intanto, dobbiamo almeno parlarne senza fare finta che la situazione sia diversa da quello che è: una merda. Una merda per cui tutti dovremmo indignarci o, se non altro, provare a riflettere. Con molta vergogna.
"L'informazione libera e indipendente", così recita la descrizione che Blogo dà da sempre di se stesso, si basa dal giorno della sua nascita sulla passione di chi ci lavora che spesso, dalla maggior parte delle testate online e cartacee, viene trattato ai limiti dello sfruttamento. Quando vi lamentate di refusi e foto sgranate, di errori che imputate alla sciatteria dei 'giornalisti', molto spesso ignorate in quali condizioni questi 'giornalisti' fannulloni e incapaci svolgano il proprio impiego. Esistono siti e sitarelli che pretendono dodici pezzi entro le 10 del mattino, 'pagati' un centesimo a parola, scritti comunque 'in chiave SEO' (con un sacco di ripetizioni inutili delle 'keywords'), impaginati alla bell'e meglio su piattaforme buggate e accessibili/intuitive da usare almeno quanto la lingua sanscrita.
Non sto dicendo che sia il caso di Blogo, non lo è, ma che questi tipi di 'lavori' non siano rare eccezioni: sono la norma. A me, personalmente, hic et nunc sta andando 'bene', quindi capita che tramite social qualche ventenne di belle speranze mi venga a chiedere come muoversi per iniziare a scrivere per lavoro. Il mio primo e unico e 'conisiglio' è sempre lo stesso: "Non lo fare", "Lascia perdere", "Scappa". E non lo dico per tagliare le gambe a possibile "concorrenza" rampante: lo dico perché lo penso davvero. Alle condizioni in cui la gente di questo settore, parlo di collaboratori esterni, si ritrova a 'lavorare', non ne vale la pena mai. A meno che non si sia nati con la camicia e si cerchi un hobby per riempire le giornate. Ecco, il 'giornalismo' online per come 'funziona' oggi è un mestiere per privilegiati, salvo rarissime eccezioni. Ciò spiega molti editoriali che diventano virali per le castronerie esposte: sembrano vergati da gente totalmente scollata dalla realtà concreta in cui tutti viviamo. Esatto, nove volte su dieci è proprio così.
A nessuno frega un cazzo dei lavoratori, ma le notizie di gossip, di tv, cinema e spettacoli le leggono tutti, le condividono sui social, portano views e quindi introiti pubblicitari mica male. Com'è possibile, dunque, che non ci siano mai soldi per pagare dignitosamente chi le scrive? Si va dai tre ai cinque euro lordi per ogni pezzo pubblicato, alle volte si raggiunge, per grazia ricevuta, l'incredibile compenso di 8 euro (sempre lordi). Per qualunque tipo di contenuto: che sia una (video)intervista, uno scoop destinato a far parlare un po' tutti i media di settore o perfino la tv generalista, il live di un programma che inizia alle 21.45 e termina a notte fonda, la recensione di tale show. Non si prende in minima considerazione il tempo impiegato a realizzare questo tipo di contribuiti perché il tempo di un freelance non conta niente. Il collaboratore freelance è una macchina sputa-parole, nelle scadenze stabilite altrimenti sono cazzi. Il collaboratore freelance non è mai una persona reale, è uno schiavo. Uno schiavo che, col suo sudato lavoro, arricchisce chi gli sta sopra, alimentando un sistema che è così 'perché è sempre stato così'. E infatti è sempre stato marcio e infame, sotto agli occhi di tutti, senza che nessuno se ne interessasse. Il collaboratore freelance può, quindi, perdere il proprio incarico dalla sera alla mattina. Magari si trattava di una entrata extra al mese, magari in qualche maniera, scrivendo ossessivamente, riusciva a camparci. Ma questo non importa a nessuno perché il collaboratore freelance non esiste. E allora qui sorge, inevitabile, un dubbio: il collaboratore freelance è forse un coglione?
No, il collaboratore freelance non è un coglione. Semplicemente, in molti casi, è molto giovane e ritiene di dover fare gavetta. Vi spiego come funziona questa 'gavetta' perché l'ho vissuta in prima persona: per mesi, anzi, se sei fortunato per anni scrivi ogni giorno (e notte), sacrifichi quella che potrebbe essere la tua vita sociale all'altare di uno dei lavoroi più sottopagati che esistano. E lo fai per passione, perché prima o poi arriverà una ricompensa a tanto indefesso impegno, è logico, matematico, inevitabile. Nove volte e mezzo su dieci, invece, la 'ricompensa' è un bell'esaurimento nervoso, se va bene. Se va male, invece, ti piovono sulla collottola, all'improvviso, fantasiosi tagli al personale, tocca stringere la cinghia, sei fuori, a spasso, a piedi, raus. Al tuo posto, arriverà qualcun altro, più giovane, pieno di speranze e soprattutto disposto a farsi 'pagare' ancora meno per iniziare la sua gavetta. Anzi, pagherebbe lui pur di avere la pregevole occasione di poter 'entrare nel giro'. In questo bellissimo giro dell'oca, in cui l'oca non è chi ci lavora, ma chi, lo ribadiamo, guadagna sulla pellaccia di queste persone, sapendo già dall'inizio quanto le sfrutteranno e come andrà a finire. C'è da avere pelo sullo stomaco, bisogna proprio essere stronzi. E, infatti, lo sono.
Non è possibile pensare di mettere in piedi un sito, come qualunque altra attività, dando per scontato che la retribuzione sia un optional, una faccenda fantascientifica, aliena al concetto stesso di impresa. Eppure, a Blogo è così che è andata per anni, fin dagli albori. Ci ho lavorato per lungo tempo nell'alto Pleistocene, ne parlo, purtroppo, con enorme cognizione di causa. Ed è così che 'funziona' in tantissimi altri 'non luoghi' dell'informazione online. Troppi per poter essere tollerati in silenzio. Silenzio che invece rimane perché i collaboratori freelance, anche quelli con più esperienza, sono talmente assueffatti a questo sistema marcio e doloso da pensare che sia perfino giusto. E che, soprattutto, non convenga fare casino, ovverosia far valere i propri diritti, perché il rischio è di ricevere un calcio nelle terga, mettersi in fronte la nomea di piantagrane, dover quindi rinunciare a quel poco di compenso e di lavoro a cui si è riusciti, ingoiando letame fin dall'inizio, a ottenere con tanti sacrifici, 'grazie' detti e 'al cazzo' taciuti.
Nel 2025, come in qualsiasi altro anno che Mefisto ha mandato e manderà in terra, non è accettabile che un sistema del genere sia universalmente accettato e adottato. La crisi di Blogo (anche se fonti aziendali parlano di riposizionamento e e ristrutturazione) è una notizia tristissima per tutti gli appassionati di televisione, per i lettori, per i personaggi che gravitano dentro e intorno al piccolo schermo. Ma resta anche un'occasione per mettere in luce le storture che, da sempre, alimentano l'informazione online, dall'interno. Certo, nessuno costringe a fare proprio questo lavoro nella vita, ma la possibilità di svolgerlo, con almeno un minimo sindacale di diritti e certezze, dovrebbe esistere. Come in ogni altro tipo di mestiere. Invece no perché nessuno, molto spesso purtroppo nemmeno chi lo svolge, ritiene che scrivere sia un mestiere. Al massimo, una fortuna. Eppure il tuo tempo, il tuo impegno, in un solo pronome "tu" vali. E ogni volta che vieni retribuito a sputi, ti dovresti incazzare, ringraziare il Dottore, rifiutare l'offerta e andare avanti. La favoletta della 'gavetta' è una balla, uno specchietto per le allodole che potrà anche realizzarsi quella volta su un milione, ma non è la norma. La norma è solo sfruttamento e lacrime, la norma è ritrovarsi a spasso senza alcun preavviso, la norma è il precariato infame nella sua peggior specie perché vissuta come 'normale'. Non c'è niente di 'normale' in questo sistema e non è abbastanza esprimere solidarietà ai validissimi colleghi che hanno perso la collaborazione con Blogo oggi.
Qui va ripensato tutto dalla base, affinché nessuno più si svegli un bel mattino pensando di tirare su un sito o di 'dirigerlo', lo ribadisco come qualunque altra attività, senza considerare di retribuire chi assume per far sì che quello stesso sito stia in piedi. Limitandosi a godere degli introiti pubblicitari, ottenuti grazie ai contenuti offerti dall'impegno dei freelance, lamentando poi ogni giorno di non aver budget. Il budget c'è. Sempre. E se non dovesse esserci, non metti in piedi un'impresa, non coinvolgi gente con l'idea di rifilarle due croccantini possi perché tanto, come ben dice la serie 'Boris', "ci vuole passione". No, ci vogliono soldi per campare, ci vuole rispetto per i dipendenti che permettono, col loro lavoro, di raggiungere certi risultati, ci vuole tutto quello che in questo settore manca da sempre anche se a nessuno frega un cazzo. A me, guarda un po', invece frega. E dovrebbe fregare a tutti quanti perché il precariato è una brutta bestia, un male in cancrena della nostra società che fingiamo di non vedere quando, in realtà, è l'unica cosa su cui dovremmo davvero 'fare click'.
Sveglia, bimbi: fa schifo tutto. E quando fa schifo tutto, non si può semplicemente guardare da un'altra parte, seppur con le lacrime agli occhi. Questo articolo non cambierà le cose, non sposterà assolutamente nulla. Ma ci sono volte in cui limitarsi a dire "Che peccato!" non è sufficiente. L'unico augurio è che la crisi di Blogo possa far riflettere su un intero sistema di volponi e sfruttati che va avanti non visto, ma lettissimo, da troppi anni oramai, senza che nessuno se ne renda conto o vi presti attenzione. Ma chi ha reso Blogo un gruppo di testate di riferimento, ognuna nel proprio settore, sono proprio quelle persone che con scarso preavviso sono state lasciate a casa. Che hanno dedicato impegno, dedizione e che sono stati premiati con un bel calcio in culo dalla sera alla mattina. Non è questo il mondo in cui voglio vivere. Non è questo il mondo in cui vogliamo vivere.
