In occasione della 27esima edizione de La Milanesiana - ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi - abbiamo intervistato Antonio Rezza e Flavia Mastrella che il 27 giugno al Piccolo Teatro Giorgio Strehler di Milano portano Fratto_X (con Antonio Rezza e Ivan Bellavista), lo spettacolo surreale nato nel 2012 ricco di immagini ipnotiche e “fratte” che somigliano a un orizzonte. Gli habitat di Mastrella che arrivano da immagini visionarie, simili ad apparizioni, il teatro come tramite, come linguaggio per parole urgenti, per l’arte che non si può fermare. Antonio Rezza a MOW: “Il palco è come un altare, io non posso andare a recitare la messa perché non sono un prete e chi non si sfianca su un palco non deve andarci.” Attivi dal 1987, RezzaMastrella attraverso le lenti dei loro spettacoli hanno scandagliato i temi che non lasciano il tempo, e sopravvivono agli anni: il concetto di identità, quello di esistenza, la manipolazione, la solitudine, e un’altra lunga serie di problematiche immortali. Eppure, i loro progetti non sono facili, o meglio, non si abbandonano alla comprensione immediata. Ma la verità è che forse, per loro, è anche meglio così. Antonio Rezza: “Noi speriamo di non essere capiti, chi si fa capire da chi guarda è un imbecille. L’arte che viene capita è un imbroglio”.
Flavia Mastrella. Hai detto che i tuoi ‘habitat’, ossia piccoli mondi che nascono scollegati dalla drammaturgia, provengono da un sogno. Pensando a Fratto_X, che tipo di visione aveva anticipato la sua ideazione?
Flavia Mastrella: Si tratta di disegni con la luce. Con la macchina fotografica digitale facevo questi disegni sulle strade, come i fari, le gallerie, le luci nelle gallerie, i semafori, li usavo come pennarelli. Questo lavoro è durato due o tre anni ed era legato al ricondizionamento della fantasia visto che all’epoca avevo avuto un grande trauma e non riuscivo a razionalizzare la perdita di una persona cara così ho provato a fare questo lavoro nel buio. Ho trattato la luce nel buio per provare a uscirne fuori e, alla fine di questa ricerca, l’ultimo movimento è stato materializzare la luce, realizzare l’habitat e proporlo ad Antonio.
Che effetto fa portare in scena Fratto_X dopo quasi quindici anni? Cosa significa ‘fratto’, ci spiega il titolo di questo progetto teatrale?
Antonio Rezza: Innanzitutto, noi i titoli dei nostri spettacoli li mettiamo alla fine. Onestamente credo sia difficile spiegare uno spettacolo che la gente viene a vedere anche più volte proprio con la speranza di poterlo raccontare. Si tratta di uno spettacolo sulla manipolazione dell’essere umano a danno di un altro. È un tema universale. Fratto_X è del 2012, ma è attuale anche adesso, e lo sarà anche fra cinquant’anni, non invecchia, perché parla di stati d’animo che non prevedono un’attualizzazione; quindi, non so se ho risposto alla tua domanda ma il titolo, quel ‘fratto’ è perché c’è un estratto dello spettacolo in cui c’è una Santa Rita da Cascia che ipotizza come sarebbe il mondo senza orizzonte, un orizzonte visto come un fratto che divide ciò che sta sopra e sotto.
Flavia Mastrella: Beh, questi sono progetti che restano sempre vivi nella parte emozionale perché ogni lavoro che abbiamo fatto mette in gioco proprio la nostra esistenza, il nostro essere.
A proposito di ricezione, con i vostri spettacoli inusuali e controversi, avete mai avuto paura di non essere capiti? Ma soprattutto, vi interessa esserlo?
Antonio Rezza: Noi speriamo di non essere capiti, chi si fa capire da chi guarda è un imbecille. L’arte che viene capita è un imbroglio. Ti piace David Lynch? Capisci qualcosa di ciò che fa? Io mai e lo adoro per questo. Il fatto che non si capisca significa che Lynch ha lavorato per sé stesso. Ecco, io credo che questa cultura falsamente progressista che porta come alfieri della comunicazione, ad esempio, scrittori che si sono arricchiti coi soldi dei fascisti o scrittori sedicenti perseguitati, fin quanto ci sarà questa modestia, finché la sinistra continuerà a esprimere questi valori come modesti, è chiaro che ci sarà una deriva verso destra. Se la sinistra si fosse servita di noi, di Alessandro Bergonzoni, di Franco Maresco, di Roberto Latini, di tanti altri intellettuali liberi, se la sinistra avesse affidato il timone di una protesta a persone non affini a compromessi saremmo in un’altra situazione.
Flavia Mastrella: Noi lavoriamo così: prendiamo la realtà, la elaboriamo e senza saperlo la raccontiamo di nuovo. Quindi essendo un’operazione sincera, la nostra, sicuramente funziona. Certe cose ci accomunano, certe sensazioni, emozioni.
Parlando proprio di politica, il teatro originariamente aveva una rilevanza imprescindibile proprio all’interno di una società, era materia e presenza viva in una comunità. Ora tutto questo si è perso?
Flavia Mastrella: No, l’arte non l’ha persa, l’hanno persa i detentori del potere dell’arte. Sono loro che impediscono la crescita dell’arte in un certo modo, adesso l’arte è entrata in corsa economica e non è più manifestazione di confronto, ma è più che altro ritorno economico.
Antonio Rezza: Il teatro non ha più quella importanza catartica che aveva prima perché i palchi sono affollati dalle persone sbagliate. E non ci vorrebbe niente a cacciarli. Il palco è come un altare, io non posso andare a recitare la messa perché non sono un prete e chi non si sfianca su un palco non deve andarci. Tutto qui.
Anche il concetto di ‘urgenza’ è diventato inflazionato.
Antonio Rezza: L’urgenza non può prescindere dall’ossessione. Se uno è ossessionato ha un’urgenza. L’ossessione significa non darsi scampo, a me non sembra che le persone che dovrebbero combattere questo malaffare di una cultura totalitaria siano possedute dal demone dell’ossessione. Torno a dire quello che ho già detto prima, bisogna fare pulizia, togliere chi, su quei palchi, non ci deve stare, lasciarli vuoti e ripopolarli da chi ha davvero la necessità di starci. Il teatro può essere ancora un’arma rivoluzionaria. Se pensi anche agli attori di cinema, anche loro vogliono fare teatro perché a tutti piace avere la risposta del pubblico in tempo reale e questo il cinema non lo può fare. Io partirei proprio dal basso, toglierei i finanziamenti alle compagnie, ai registi, lo Stato per me dovrebbe mantenere gli spazi, le maestranze non gli artisti, loro devono rischiare con la loro opera. Non puoi criticare l’oggetto del dissenso avvalendoti del suo sostengo, è una contraddizione.
Se l’arte la dovessero fare in pochi, dovrebbe essere, comunque, vista da tanti?
Antonio Rezza: Se una persona è interessata a una determinata cosa la va a vedere, sennò no. Noi quando debuttiamo costiamo zero allo Stato perché non prendiamo soldi per le nostre opere, se ricevessimo per ogni nostro spettacolo un contributo statale potremmo creare posti di lavoro; non prendendoli possiamo far lavorare solo chi possiamo pagare, ma sarà una nostra scelta non essere protetti dallo Stato o siamo diventati un ufficio di collocamento? Bisogna uscire fuori da questo equivoco. Non siamo un’industria, non siamo un’azienda, siamo artisti e facciamo quello che vogliamo.
Uscendo fuori dall’Italia. Guardando le produzioni estere, il nostro teatro se messo a confronto con il panorama internazionale, è ancora coraggioso?
Flavia Mastrella: In certi casi sì, in altri no, purtroppo non essendoci chi coltiva la novità in Italia credo che adesso stiamo cominciando a muovere i primi passi, anche se penso ci sia stato un buco di almeno quindici anni. Quando noi abbiamo iniziato c’era tanta gente che riusciva, chi inizia ora invece è proprio coraggioso perché l’aiuto è quasi zero come, del resto, è stato per noi. In certi circuiti non ci entri se fai un discorso innovativo. Da anni è così in Italia, infatti stiamo un po’ soffrendo sia nell’arte figurativa che nel teatro. Se esci fuori dall’Italia e poi rientri allora va bene ma sennò è veramente difficile dall’interno. Comunque qualcuno coraggioso c’è, tipo Roberto Latini, che fa cose belle, Emma Dante e altri ancora.
Antonio Rezza: Non lo so, per risponderti dovrei conoscere le produzioni estere. Credo che il teatro italiano di narrazione conservi una minima dignità, ci sono dei bravi narratori. Invece il teatro sociale, quello ‘letto’, con l’attore immobile davanti a un leggio o le interviste sul palco, ecco ciò per me rappresenta la metastasi della comunicazione.
Flavia Mastrella. Hai confessato di studiare l’intelligenza artificiale, cosa hai capito di questo nuovo strumento, proprio rapportandolo al tuo mestiere?
Flavia Mastrella: Ho capito che si potrà usare fra un bel po’, adesso è ancora ‘selvaggia’, a livello informativo può essere molto interessante l’Ia, ma potrebbe avere il problema di essere troppo scolastica perché anche se adesso c’è libertà e te ne puoi, diciamo, creare una tutta tua, di base prende i dati dalle piattaforme, è influenzata dal potere, un po’ come il cervello.